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CANTONECarcerati che non vogliono uscire: «Hanno paura di ricascarci»

25.01.22 - 06:00
A Lugano ci sono detenuti che rinunciano ai congedi «per paura della recidiva». Parla il direttore Laffranchini
tipress
CANTONE
25.01.22 - 06:00
Carcerati che non vogliono uscire: «Hanno paura di ricascarci»
A Lugano ci sono detenuti che rinunciano ai congedi «per paura della recidiva». Parla il direttore Laffranchini

LUGANO - Detenuti che non vogliono uscire di prigione. Sembra assurdo, ma sono più di quanti si pensi (ne abbiamo parlato qui) e il fenomeno interessa anche la Svizzera, che si conferma una "isola felice" dal punto di vista carcerario in Europa. 

Il caso di un detenuto che a fine dicembre si è intossicato (leggermente) nella sua cella a Lugano, ad appena un mese dalla scarcerazione, è ancora oggetto d'indagine. L'inchiesta di polizia ha confermato che l'incendio è stato appiccato proprio dall'uomo, un 30enne algerino. Il detenuto è stato nel frattempo trasferito nel carcere di Ginevra, da cui proveniva. Le cause del gesto sono ancora da appurare. 

In generale «può capitare che alcuni detenuti guardino con preoccupazione a quello che li aspetta fuori» spiega il direttore delle carceri ticinesi Stefano Laffranchini. Alla Stampa e allo Stampino di Cadro, ad esempio, non mancherebbero ospiti che «scelgono deliberatamente di non beneficiare dei congedi».

Le carceri svizzere sono un'eccellenza a livello europeo, va detto. Il tasso di occupazione è inferiore all'85 per cento, in calo (secondo l'Ufficio federale di statistica) grazie al modello "scandinavo" delle strutture aperte. Carceri senza sbarre, che ricordano più delle pensioni o degli studentati, in cui i detenuti si muovono più o meno liberamente, anche all'esterno.

È il caso dello Stampino di Cadro, 40 posti letto (di cui una ventina occupati). Alla sezione chiusa della Stampa invece - 150 posti - il "tutto esaurito" è la norma. «Il regime progressivo permette di gestire al meglio il flusso in uscita, tramite congedi e misure riabilitative» spiega il direttore Stefano Laffranchini. «In questo modo i detenuti si riabituano a gestire il proprio tempo».

Alcuni detenuti «temono di non essere pronti, di ricadere in situazioni criminogene, come ad esempio la tossicodipendenza. Inoltre il carcere mette al riparo da ritorsioni, o da conti da regolare». Benché non siano la norma, precisa il direttore, questi casi «dimostrano quanto sia importante la presa a carico dei detenuti anche dopo la scarcerazione». Compito che in Ticino è svolto dall'Ufficio dell'assistenza riabilitativa.  

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