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«Noi che siamo stati costretti a lasciare le nostre case»
Foto di Davide Giordano
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VERZASCA
14.01.2022 - 09:020
Aggiornamento : 10:09

«Noi che siamo stati costretti a lasciare le nostre case»

Via dalla frazione Pioda, ex cuore economico di Vogorno. Parlano le "vittime" della costruzione della diga.

I racconti dei ragazzi degli anni '60. C'è chi ancora oggi vive nell'amarezza. Ma c'è anche chi vede i lati positivi del progresso.

VOGORNO - «Me lo ricordo bene il giorno in cui ci hanno detto che dovevamo andarcene. Ho pianto». Mariella Galli viveva nella frazione Pioda. Quella che sta piano piano tornando a galla con lo svuotamento della diga della Verzasca, prossima a importanti lavori di manutenzione. Mariella aveva 12 anni quando con la sua famiglia è stata praticamente costretta a fare le valigie. «Oggi, che di anni ne ho 73, non ho ancora dimenticato quel momento. È una ferita che non si chiude». 

«Lì c'erano tutti i servizi» – Sono i primi anni '60 quando iniziano i lavori per la costruzione del bacino idroelettrico. Fino ad allora la frazione Pioda era considerata un po' il fulcro della vita di Vogorno. «Non tanto per densità di popolazione – spiega Giancarlo Berri, oggi 76enne –. Ma perché si trovava sulla via principale. E lì c'erano tutti i servizi. Due negozi, un ristorante, la posta, la pompa di benzina. E c'era anche la nostra falegnameria di famiglia. Io avevo 17 anni, mio padre era vice sindaco, non si poteva fare niente per contrastare il progresso. Era così e basta. Con la falegnameria ci siamo poi trasferiti a Berzona».

«Un'infanzia bellissima, poi...» – Mariella invece si è spostata alla frazione delle Scalate, a Gordola. E lì vive ancora oggi. «Abito a neanche cinque minuti di auto dalla diga, ma non riesco ad andare a vederla. Per me abbandonare la frazione Pioda è stato un trauma. Eravamo in cinque o sei famiglie. Tutte affiatate. Posso dire di avere vissuto un'infanzia bellissima, tra prati verdi e alberi da frutta, in mezzo ai vigneti. Mia mamma aveva un negozietto in cui si vendeva di tutto. E anche una sartoria. Cuciva per le signore della valle. Mio papà invece aveva il mulino dove portavano il grano a macinare. Il progresso non ha badato ai sentimenti».

Scuola guida nella vecchia strada – «In quel periodo di transizione – rammenta Giancarlo – ognuno aveva il suo avvocato per cercare di ricevere qualcosa per il terreno, la casa o l'azienda che stava lasciando. Oggi comunque conservo i bei ricordi. Ad esempio il fatto di avere svolto la scuola guida lungo la vecchia strada che si intravede ancora sul fondo della diga. È lì che ho imparato ad andare in macchina. Questa esperienza tutto sommato mi ha insegnato che certe cose vanno accettate e che bisogna andare oltre». 

«Ho visto abbattere le nostre case» – Carmen Beresini, 72 anni, abita a Gordola dopo che la sua famiglia è stata spinta a lasciare la Pioda. «Abbiamo giusto avuto un periodo in affitto a Vogorno», precisa. Dalla sua memoria trapela un ricordo indelebile. «A 11 anni ho visto le nostre case che venivano abbattute dagli operai. Devo dire che per me non è stato così sconvolgente. Probabilmente più per gli adulti che lì avevano lasciato tanto sudore. Negli anni successivi io e le mie sorelle tornavamo sul posto durante i periodi di siccità. Quando il lago si abbassava, infatti, era ancora possibile scorgere qualcosa dei posti in cui abitavamo. Volevamo vedere cosa era rimasto».  

«Vogorno quando il lago è pieno è una meraviglia» – Chiusura con Italo Salmina, oggi 75enne e residente a Vogorno. «La Pioda era il centro economico del paese, sorto lungo l'asse Gordola-Sonogno. Noi avevamo un ristorante di famiglia. Ricordo quando in casa iniziarono a girare quegli strani discorsi sul fatto che bisognava andarsene. C'è stato il periodo della contrarietà. Poi quello della rassegnazione. Tutti erano impegnati a dovere progettare una nuova soluzione per il rispettivo futuro. Erano i tempi in cui si stava lasciando il settore primario per l'edilizia o il terziario. Tutto sommato la diga ha anche portato dei vantaggi. Ha fatto conoscere la Verzasca in tutto il mondo. Non bisogna per forza essere nostalgici e malinconici. E poi quando il bacino è pieno, il villaggio di Vogorno è bellissimo, da cartolina». 

Archivio storico Città di Lugano, Fondo Vincenzo Vicari
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