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CANTONE
12.02.2021 - 06:000
Aggiornamento : 10:12

«Berna deve cambiare idea: questi 6.000 imprenditori non stanno facendo i furbi»

Covid, chi ha aperto un'attività dopo marzo 2020 è senza aiuti. La battaglia del consigliere nazionale Fabio Regazzi.

Il presidente dell'USAM è categorico: «Non si può sospettare della buonafede della gente in questo modo. Così scoraggiamo anche le aziende del futuro. Presto mi vedrò con Ueli Maurer».

LOCARNO - Sono circa 6.000 in tutta la Svizzera. Hanno aperto un'attività in proprio dopo l'inizio di marzo del 2020. Per poi essere frenati dal Covid-19 e dalle relative restrizioni. Dalla Confederazione non riceveranno un franco. Una strategia sancita dal Consiglio federale per evitare di sostenere eventuali furbi. Fabio Regazzi, consigliere nazionale e presidente dell'Unione svizzera delle arti e dei mestieri (USAM), si sta battendo per fare cambiare idea al Governo. «Sono molto arrabbiato per questa faccenda. Presto avrò un colloquio con Ueli Maurer, capo del Dipartimento delle finanze. Non molleremo».

Esercenti, negozianti... Gente che aveva un sogno e che l'ha visto sfumare sul nascere dal Covid. Non stiamo parlando di casi isolati...
«Appunto. Il Consiglio federale vuole escludere che troppa gente approfitti volontariamente degli indennizzi. È un sospetto che non mi piace. Ci saranno forse casi singoli in cui qualcuno ha aperto ditta sapendo che poi gli affari non sarebbero andati bene e sperando in un sostegno pubblico. Ma in generale abbiamo a che fare con persone oneste che avevano progetti da tempo. E che sfortunatamente hanno deciso di aprire in un periodo imprevedibile. Siamo di fronte a una situazione straordinaria. Non si era mai visto niente di simile dopo la seconda guerra mondiale». 

Tra le vittime di questa presunta ingiustizia anche chi si è lanciato in un'attività imprenditoriale dopo la prima ondata, cioè in estate. 
«Durante l'estate del 2020 la maggior parte di noi pensava che il virus se ne fosse andato. C'era tanta voglia di rilancio. Si fa passare l'idea che se uno ha aperto l'impresa dopo che è scoppiata la crisi sanitaria, lo fa solo per approfittare dei sostegni. Dal mio punto di vista, chi ha aperto in estate lo ha fatto in assoluta buonafede. Sono proprio queste persone che dovrebbero essere premiate per il coraggio che hanno avuto».  

Cosa chiederà a Maurer?
«L'USAM ha già scritto una lettera al consigliere federale Maurer. La "data di riferimento" andrebbe spostata da inizio marzo a novembre 2020. Ecco, su chi ha aperto una ditta dopo novembre e ora pretende aiuti alla Confederazione, potrebbe avere senso nutrire qualche dubbio». 

Apriamo una parentesi. Restano escluse dagli aiuti anche le micro imprese con un fatturato annuo inferiore ai 50.000 franchi. Ma dove è finita la solidarietà verso i piccoli?
«Qui il discorso è diverso. Il Consiglio federale ha voluto limitare gli aiuti ad attività di una certa consistenza. Inizialmente proponeva la soglia dei 100.000 franchi annui. Abbiamo dovuto lottare per farla dimezzare. Comprendo che qualcuno possa sentirsi danneggiato. È sempre difficile stabilire una soglia. E bisognava pensare anche a non ingolfare troppo la macchina burocratica. Ci si dovrà occupare di tantissime richieste».

Torniamo al tema di base. La Confederazione non aiuta i neo imprenditori. Con queste premesse quali rischi vede per il futuro prossimo? 
«È chiaro che si rischia di inibire l'attività imprenditoriale. Si crea insicurezza nel potenziale imprenditore. Fino a quando non avremo la certezza che saremo usciti definitivamente dalla crisi sanitaria, non credo che apriranno tante nuove aziende. Questo si ripercuoterà negativamente sulla nostra economia. Oltre a chi fallirà, avremo un buco nella nuova imprenditorialità». 

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