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11.01.2021 - 06:050
Aggiornamento : 11:27

«SanPa? Uscire da una dipendenza per entrare in un'altra»

I ricordi critici di due operatori sociali ticinesi sulla comunità di Muccioli al centro di un docufilm di Netflix

Patrizio Broggi, fondatore di Antenna Icaro: «Era un mondo a parte da cui molti non uscivano più». Gerri Beretta Piccoli: «Una fabbrica. Preferivo un approccio più a misura d'uomo»

LUGANO - Per qualcuno un santo a cui affidarsi, ma per molti di più «una fabbrica» e «un mondo a parte» da cui era meglio stare lontani. Anche vista dal Ticino la San Patrignano degli anni ‘80, la famosa comunità di recupero per tossicodipendenti fondata da Vincenzo Muccioli a Coriano, provincia di Rimini, mantiene intatta la sua cappa di ombre. Ombre che un docufilm di Netflix ha da poco riportato d'attualità.  

Il metodo Muccioli - Una diffidenza, ricordano due operatori sociali attivi allora in Ticino, che precede le gravi vicende riesumate dal documentario. Di fatto la ricetta di Muccioli da noi non convinceva già prima dell’emergere dei maltrattamenti culminati nel cosiddetto “processo delle catene” al padre-padrone della comunità. E poi aggravati dai suicidi e da una morte violenta.

Il Ticino guardava altrove - Eppure qualche tossicodipendente che in quegli anni dal Ticino andò a San Patrignano ci fu. «Ma non sono mai stati inviati da noi» ricorda Patrizio Broggi, fondatore nel 1981 dell’Antenna Icaro che ha diretto fino al 2004. «Finché non vennero aperte delle strutture residenziali anche nel nostro cantone, si lavorava soprattutto con la Svizzera francese. A Ginevra ce n’erano due, c’era inoltre il “Levant” a Losanna e le “Rives du Rhône” in Vallese. E altre nella parte Svizzera tedesca, la più conosciuta vicino a Bienne».

Il reinserimento mancato - L’Italia? «Era un’opzione. Ma ci rivolgevamo solo a strutture convenzionate con le Asl (le Aziende sanitarie locali, ndr), dove c’era un controllo dello Stato. Non a San Patrignano». Determinante nella scelta, ricorda l’operatore sociale, «era il fatto che queste strutture facessero della riabilitazione e del rientro del tossicodipendente nella società il loro obiettivo di recupero dichiarato. Cosa che invece San Patrignano non ha mai fatto».

Un piccolo mondo chiuso - La forza di San Patrignano era anche il suo limite. «Non nego che le persone lì potessero anche sentirsi bene. Ma chi entrava non veniva formato a uscire. C’era tutto, dagli ospedali agli asili, alla scuola. Ma era un mondo a parte, la nostra idea invece è sempre stata quella di aiutare le persone a tornare nel mondo reale. Uscire da una dipendenza per entrare in un’altra non mi è mai sembrata la soluzione» sottolinea Broggi. 

Le altre strade di Gerri - Anche Fausto “Gerri” Beretta Piccoli, una vita da operatore sociale di strada, conosce molto bene la realtà ticinese dei primi anni ottanta: «In Ticino ricordo che c’era un’organizzazione a Molino Nuovo che faceva da antenna per San Patrignano. A loro, personalmente, non ho mai inviato nessuno».  Anche lui è scettico sul metodo Muccioli: «Non mi piaceva il suo sistema, tutto incentrato sulla sua persona. Lavoravo invece molto bene in Svizzera con le “Rives du Rhône” a Sion dove i ragazzi trascorrevano magari un mese nel deserto o facevano la “Haute Route” con le pelli di foca o, alla fine del loro percorso, il cammino verso Compostela. Cose particolari, ma i risultati c’erano» ricorda l'operatore.

La critica? Era una fabbrica - In Italia, invece, continua Beretta Piccoli, «ho un buon ricordo delle comunità Mondo X di Padre Eligio. Erano i cosiddetti “cattivi” perché lì la vita era molto rigida, una specie di caserma, ma le persone che ho mandato sono tornate pulite e qualcuno è riuscito a rifarsi una buona vita». La pecca di San Patrignano? «Dopo gli inizi erano cresciuti a dismisura diventando una specie di fabbrica dove, ad esempio, in mensa venivano serviti pasti a turni di 500 persone. Preferivo un approccio più a misura d'uomo».

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