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01.09.2020 - 19:350

«Ecco perché gli animalisti si sbagliano»

Legge venatoria: il comitato del "no" ha mandato in bestia contadini e cacciatori. Le repliche, punto per punto

Sem Genini (Uct): «Non vogliamo mettere a rischio gli animali protetti. Il lupo resta il problema. E il cane da guardia non è la soluzione»

BELLINZONA - Non si va a caccia senza colpo ferire. E in Ticino, si sa, la caccia è una cosa seria. Mentre entra nel vivo la campagna referendaria sulla nuova legge venatoria, nei giorni scorsi sono partiti i primi spari tra i fronti opposti.

In una conferenza stampa indetta lunedì a Bellinzona, il fronte animalista ha puntato il dito contro la presunta inadeguatezza della nuova legge, definita «un assegno in bianco» contro la biodiversità. «Nel mirino dei fucili potrebbero finire non solo i lupi ma anche castori, cigni, aironi cenerini» ha sottolineato Claudio Valsangiacomo di Pro Natura.

Il colpo ha mandato in bestia, letteralmente, il fronte del "sì". Diverse le proteste sui social, provenienti dal mondo contadino e della caccia. «Nessuna specie verrà messa in pericolo dalle nuove disposizioni» replica per tutti Sem Genini, segretario dell'Unione contadini ticinesi (Uct). «L'ordinanza definisce criteri ben chiari. È la protezione a oltranza di alcune specie, semmai, ad andare a discapito dell’ambiente e di altre specie».

Il Parlamento e il Consiglio federale «hanno chiaramente sottolineato che non aggiungeranno altre specie protette all'elenco delle specie regolabili» ricorda il segretario agricolo. «Ma anche nella remota possibilità che ciò accadesse, sarà sempre in conformità con il principio di preservazione delle medesime e sulla base dell'articolo 7a, le regolazioni non devono mettere in pericolo l'effettivo della popolazione». Genini ricorda comunque che «uccelli come smerghi e aironi cenerini mettono in difficoltà le pescicolture, le linci causano gravi problemi agli allevamenti di piccoli animali specialmente nei cantoni Berna, Friborgo e Giura, mentre nei vicini Grigioni l'orso non lasciare dormire sonni tranquilli ad allevatori ed apicoltori». Il lupo quindi non è l'unico problema, anche se «nel nostro cantone è difficile quantificare i danni dovuti a queste altre specie, e saranno comunque i cantoni e l'Ufam a discutere se e come possano essere inserite nell'ordinanza» aggiunge. 

Al centro del dibattito resta comunque sempre lui, il lupo. Gli iniziativisti ne sottolineano gli effetti positivi, per il regolamento di altre specie. Il fronte del "sì" ribatte: «È possibile che contribuisca alla riduzione di alcuni, non di certo del cinghiale» sottolinea Genini. «Ma se si riconosce che gli ungulati sono un problema, perché proliferati in numero eccessivo, e anche le associazioni ambientaliste ne sono coscienti e lo ammettono apertamente, allora che si faccia qualcosa direttamente per limitarli in maniera effettiva. Per esempio che vengano date maggiori libertà di manovra e meno restrizioni ai cacciatori. Il lupo non è una soluzione: non si può cercare di risolvere un problema, causandone uno ancora più grande».

Per contenerlo gli animalisti propongono di ricorrere a un altro animale ancora, il cane da guardia. In Ticino meno della metà degli alpeggi ne sono attualmente provvisti, ricorda il fronte del "no". «Molti allevatori sono ricorsi a questa soluzione, tuttavia con scarsi risultati e grossi problemi nella maggior parte dei casi. Non bisogna dimenticare che in Svizzera non ci sono abbastanza cani di questo tipo, e la lista d'attesa per procurarseli è assurdamente lunga e dura diversi anni». Inoltre «sono un costo non indifferente, sostenibile solo per grandi greggi sopra i 200 animali. Solo in pochissimi luoghi però la conformazione del nostro territorio permette il pascolamento di greggi così numerosi» ribatte Genini. «Le ricerche in paesi limitrofi dimostrano che riducono gli attacchi dei grandi predatori, ma non li impediscono». Alcuni escursionisti sono stati inoltre aggrediti di recente da cani in valle di Blenio, nel Locarnese e nel Luganese, ricorda il segretario dell'Uct, mentre in altre parti della Svizzera non sono permessi proprio per evitare conflitti e addirittura dei sentieri sono stati chiusi al pubblico. «Delle situazioni altamente spiacevoli e non volute dagli allevatori».

Malgrado la buona volontà - conclude Genini - uno studio di Agridea del 2017 ha esaminato un campione rilevante di aziende d'estivazione ticinesi ed era giunto alla conclusione che il 70% di queste non è proteggibile con i metodi attualmente disponibili. «Un dato essenziale che si dovrebbe sempre ricordare quando si parla di protezione delle greggi in Ticino».

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