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07.07.2020 - 06:300
Aggiornamento : 11:19

«Prima venivano diagnosticati solo i casi gravi, adesso li identifichiamo tutti»

Covid-19: numeri di nuovo in crescita. Ma pochi ospedalizzati. Perché? Il medico Christian Garzoni fa "chiarezza".

Ancora dubbi sulle cifre diramate dalle autorità. «Sarà sempre difficile stabilire se una persona è morta di coronavirus o col coronavirus. Spero in un obbligo generalizzato dell'uso della mascherina».

LUGANO - Sono 450 le persone attualmente in isolamento da Covid-19 in Ticino. A colpire, però, è soprattutto il numero degli ospedalizzati: zero. Nel resto della Svizzera si registrano un centinaio di nuovi casi al giorno. Ma restano ugualmente bassi i numeri dei ricoveri. La malattia è meno potente rispetto a qualche mese fa? L'organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) continua a sostenere che il nuovo coronavirus non ha subito particolari mutazioni. Dove sta la verità? Christian Garzoni, direttore sanitario della Clinica Luganese Moncucco e specialista in malattie infettive, è categorico: «Il virus ha subito delle micro mutazioni, ma non è dimostrato assolutamente che influenzino la sua aggressività. Anche virologi importanti confermano la tesi dell'OMS».


Dopo la recente ricrescita dei contagi in Svizzera, c'è un po' di confusione. A colpire è soprattutto il fatto che pochi pazienti vengono ospedalizzati. Ci aiuta a fare un po' di ordine?
«Durante il lockdown venivano diagnosticati solo i casi gravi. È questa la grande differenza rispetto a oggi. I dati della sieroprevalenza presentati oggi dicono che circa il 10% della popolazione è entrata in contatto con il virus. Quindi a stima forse 30-35.000 persone in Ticino, durante la prima ondata. Di questi, solo una minima parte è stata ricoverata. Adesso invece ogni minimo caso viene diagnosticato e in media forse un paziente su 30-50 finisce in ospedale. Ma i dati non sono definitivi. Era così in primavera ed è così anche oggi, solo che in primavera si conoscevano solo i casi molto gravi e proporzionalmente una grande parte di questi era ricoverata. Adesso invece diagnostichiamo tutti quelli che hanno il minimo sintomo. È quindi normale che si hanno meno casi ospedalizzati rispetto alla primavera. Ma la proporzione non sembra cambiata di tanto: in Ticino non arriviamo a 50 casi positivi nelle ultime settimane ed è normale non averne in ospedale.


Sui numeri c'è sempre stata un po' di polemica. A questo punto a giusta ragione?
«Non ne vedo il motivo. Abbiamo imparato a conoscere il virus settimana dopo settimana. Ora si riesce a diagnosticare ogni caso perché abbiamo le condizioni per farlo e conosciamo meglio la malattia e le sue cure.».


In diversi si chiedono dove sono finiti tutti i morti di influenza, di cancro e quant'altro. A un certo punto sembrava esserci solo il Covid. 
«Alcune persone erano già gravemente malate. E il Covid ha peggiorato in maniera decisiva la loro condizione. Altre avevano malattie croniche e hanno tardato ad andare dal medico. Infatti, subito dopo il lockdown, c’è stato un eccesso di decessi dovuto alle patologie non-Covid, proprio a causa di questi ritardi. Detto ciò, sarà spesso difficile definire se una persona è morta di Covid o col Covid. La medicina non è sempre o bianca o nera. Prendiamo l'esempio di un paziente con un brutto tumore, ma che non è terminale. Muore col Covid. I registri diranno che è morto di Covid. Anche se in realtà la sua speranza di vita, senza Covid, sarebbe stata magari di qualche mese in più». 
 
In attesa del vaccino, è spuntato il Remdesivir. Che ne pensa?
«È un farmaco che già esisteva sperimentalmente durante la primavera. Si è rivelato abbastanza efficace nella gestione del Covid ed è adesso disponibile. Lo usiamo però solo per i pazienti gravi e non è purtroppo un farmaco dai risultati miracolosi».


Siamo in piena stagione turistica. È preoccupato?
«Si, lo ammetto. Le persone fanno meno attenzione. Ci sono assembramenti. E la gente si sposta per viaggiare. L'epidemia non è presente solo negli Stati tabù. Ma anche in determinate regioni del nostro Paese, in Svizzera. È molto importante dove si va e cosa si va a fare. Eviterei i bar e le discoteche di Zurigo e di Friborgo, ad esempio. Gli eventi all'aperto, invece, sono meno rischiosi. Meglio se uno va in montagna a camminare... Al chiuso circola sempre la stessa aria. Io consiglio vivamente alla gente di fare le vacanze in Ticino. Personalmente ho trovato un bel rustico in Vallemaggia».


È stata imposta la mascherina sui mezzi pubblici. Possibile che si vada oltre?
«La politica lo sta valutando seriamente. Un secondo lockdown è davvero da evitare. Quindi la speranza è che si arrivi all'obbligo della mascherina negli esercizi pubblici, nei negozi, negli uffici, e in generale negli spazi chiusi. È il momento di insistere».  


Anche perché dopo l'estate, arriva l'autunno...
«L'autunno mi fa paura. Perché si torna tutti al chiuso e ci si ammala più facilmente in generale. Dovremo gestire le influenze normali, le sindromi influenzali e il Covid. Non sarà semplice». 

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