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ITALIA
29.11.2020 - 17:000

Cesare Cremonini, il successo e il mostro che viveva dentro di lui

Il cantautore si è raccontato al Corriere della Sera

BOLOGNA - Cesare Cremonini è il protagonista di una lunga intervista con Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera.

Il musicista ha toccato una lunga serie di argomenti, che vanno dall'infanzia fino all'attualità. La musica arrivò quando era un bambino: «A sei anni arrivò il pianoforte. A otto suonavo Mozart, Chopin, Beethoven: prima ancora di capire cosa fossero le emozioni, la solitudine, la disperazione, la paura, l’amore, avevo già gli strumenti che ne parlavano. Ma la consuetudine ai grandi crea anche sconforto: perché ti fa sentire inadempiente. E inizia la ricerca ossessiva del miglioramento».

A 19 anni il successo nel mondo dalla musica italiana: «Passai dalle feste liceali ai palasport. Come leader dei Lùnapop mi spettava appena l’1% degli incassi; mi arrivò lo stesso un assegno da 60 milioni». "50 Special" è il brano simbolo di quel periodo: «Credo che il segreto di quella canzone sia nelle prime quattro parole, nell’assenza degli articoli. Negli Anni 90 coltivavamo il gusto del retrò: avevamo i cantautori, che sono immortali, ma anche i Beatles e i Beach Boys. La nostalgia più profonda è per quello che non si è vissuto. Fu un’epoca straordinaria, in cui sono nati i fenomeni che restano i protagonisti ancora oggi, da Fiorello a Jovanotti. E poi mi piaceva scrivere il rock in italiano». 

Un ricordo poi per i grandi colleghi bolognesi, Lucio Dalla («Grandissimo. Ma tra i cantautori bolognesi sono stato il solo a non cadere nella sua rete») e Gianni Morandi («Mi chiese di scrivere una canzone per lui. Tornai a casa, mi misi al pianoforte, cominciai a cantare: “Ho visto un posto che mi piace, si chiama Mondo...”. Alla fine la canzone non la diedi a Morandi, la tenni per me»).

C'è anche il lato oscuro della sua esistenza, un mostro che abitava dentro di lui e che è venuto a galla con l'aiuto di uno psichiatra. «Venivo da due anni di ossessione feroce per la musica. Sempre chiuso in studio, anche la domenica. Smisi di tagliarmi la barba e i capelli». Un'alimentazione fatta di sole pizze, due a pranzo e una a cena. «A volte due pizze pure a cena. Superai i cento chili. Non facevo più l’amore, se non da ubriaco. Avevo smesso qualsiasi attività fisica». La cura? Semplice ma geniale: «Lo psichiatra mi chiese cosa mi faceva sentire meglio. Risposi: camminare. Non lavorare; il lavoro era la causa. La cura era camminare».

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