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06.09.2021 - 08:490

Dati personali e salute: come tutelarsi

I dati sono il vero “petrolio” dei giorni nostri.

E soprattutto a causa del contenimento della pandemia si aprono in molti Paesi discussioni serrate sul loro trattamento.

In molti campi di interesse, i dati personali non sono solo preziosi, ma anche sensibili, cioè di natura particolarmente riservata. Per questo motivo, il loro trattamento deve essere effettuato mediando diverse ragioni, tra cui il rispetto delle disposizioni di legge, il senso civile e gli interessi di pubblica sicurezza. I dispositivi mobili di connessione alla rete hanno rappresentato un contributo di rilievo nella situazione di pandemia che ci ha colpiti. Le applicazioni che sono state proposte dalle Autorità hanno consentito di tracciare e mappare le condizioni di salute e gli spostamenti delle persone, a fini di prevenzione dal contagio. Proprio perché si tratta di una materia complessa, abbiamo raggiunto l’Avvocato Karin Malaspina, che si occupa di Privacy e GDPR, Proprietà intellettuale e legislazione in tema di Information Technology, per avere un suo punto di vista competente.

Si parla molto di protezione dei dati e sicurezza nell’ambito medico e sanitario, ad esempio per via dei “passaporti” vaccinali che stanno determinando molti dibattiti nei diversi Paesi. Come si possono tutelare diritti alla privacy e modalità di controllo per consentire accesso e modalità di controllo per consentire accesso e mobilità alle persone interessate?

A mio avviso, la tutela dei diversi diritti contesi in questa situazione, talvolta persino apparentemente confliggenti tra loro, può risolversi solamente effettuando un bilanciamento tra gli interessi collettivi coinvolti. Se la prevalenza dell’interesse alla salute pubblica ha consentito alla Confederazione Svizzera e ai vari Stati europei di adottare un sistema di controllo dello stato di salute degli individui che circolano sul territorio, in funzione del rischio che ogni individuo possa divenire veicolo di contagio, ritengo vi sia comunque modo di stabilire un punto di equilibrio tra il diritto alla salute, il diritto alla riservatezza e quello alla libera circolazione.
In attesa dell’entrata in vigore della nuova Legge sulla Protezione dei Dati, un principio cardine del Regolamento Europeo 679/2016 (General Data Protection Regulation) prevede la minimizzazione dei dati, imponendo che i dati richiesti e raccolti siano adeguati e soprattutto limitati a quanto strettamente necessario rispetto alle finalità perseguite. L’applicazione di tale principio sarebbe di per sé sufficiente ad escludere gli utilizzi distorti di cui abbiamo letto nelle cronache delle ultime settimane, quali quello degli esercenti che trattenevano copia del QR code degli avventori ad un esercizio pubblico.

Quali sono le esperienze più virtuose nei diversi Paesi? Ci sono posizioni estreme ed altre più attenuate che stanno facendo “scuola”?

Il codice QR dovrebbe costituire l’unico identificativo del certificato, che non deve essere associato ai dati personali del cittadino (come passaporto o documento di identità) per tutelarne la privacy.
La Confederazione Svizzera va menzionata quale primo esempio virtuoso, per la funzione prevista nell’app “COVID Certificate” che consente, attivandola, ai dati sanitari del certificato Covid di estrarre un certificato light, ovvero un nuovo QR code che non conterrà alcun dato sanitario, a garanzia della massima riservatezza del soggetto titolare. Ricordiamo che però tale funzione può essere utilizzata soltanto in Svizzera.
Diversamente, il certificato COVID digitale UE contiene varie informazioni (nome, data di nascita, data di emissione, informazioni su vaccino/test/guarigione, identificatore unico). Mi si può opporre che i dati sanitari rimangono sul certificato e non vengono memorizzati né conservati durante la verifica del certificato tramite il codice QR o i controlli effettuati dal personale, ma di fatto sono visibili, anche solamente al soggetto cui esibiamo il certificato COVID.

 

Si sente parlare di “synthetic data” e ci sono analisi e ricerche su questa materia. Di cosa si tratta in sintesi e quanto ci riguarda come cittadini elvetici?

I cosiddetti “synthetic data” rappresentano un approccio importante per risolvere il problema dell’elaborazione dei dati, in quegli ambiti di particolare rilievo economico o sociale nei quali è imprescindibile adottare elevati profili di riservatezza, tali da rendere impossibile l’uso di dati personali reali. In tali settori vengono impiegati dati artificiali creati “da zero” o utilizzando tecniche avanzate di manipolazione di dati reali, per elaborazioni statistiche.
Ciò dovrebbe consentire di valutare contromisure e strategie di prevenzione in un ambiente virtuale, come le politiche di vaccinazione e/o di lockdown.
Grazie ai progressi raggiunti nella simulazione dei modelli di mobilità geografica, del comportamento del contatto fisico e della trasmissione della malattia, i ricercatori sperano di aumentare la conoscenza dei percorsi di trasmissione effettivi e delle modalità di creazione di cluster di infezione, al fine di poter contenere finalmente il contagio in maniera efficace.


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