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ITALIA«Non si sentono amati neanche dai genitori»

05.12.23 - 06:30
Sempre più ragazzi si chiudono in camera e si rifiutano di interagire con il mondo esterno.
Depositphotos (AntonioGuillemF)
«Non si sentono amati neanche dai genitori»
Sempre più ragazzi si chiudono in camera e si rifiutano di interagire con il mondo esterno.
Ne abbiamo parlato con Marco Crepaldi, psicologo e fondatore dell'associazione Hikikomori Italia.

ROMA - È un fenomeno sociale in aumento. Sempre più ragazzi tra i 12 e i 30 anni abbandonano la scuola e si isolano dal mondo esterno. Presi dall'ansia si nascondono per non essere visti o giudicati. Ne abbiamo parlato con lo psicologo e fondatore dell'associazione Hikikomori Italia, Marco Crepaldi, che da anni aiuta i genitori a gestire la situazione. 

Chi sono gli Hikikomori? 
«Sostanzialmente sono persone che si isolano in casa. Non percepiscono un senso alla propria esistenza, soprattutto da un punto di vista morale. Non riescono a trovare un compromesso con la società e decidono dunque di rifiutarla. Si potrebbe dire che sono persone che falliscono nella lotta all'adattamento sociale». 

Quali sono i motivi che spingono gli Hikikomori a isolarsi? 
«In particolare l'ansia, la pressione sociale e le aspettative genitoriali. Non si sentono amati neanche dai genitori e cercano di evitare il confronto con loro, uscendo dalla propria camera solo di notte o quando i genitori non ci sono. Questa diventa una specie di "tana" in cui rifugiarsi per non essere visti o giudicati per la propria inattitudine».

Che ruolo giocano i genitori? 
«Spesso impediscono al figlio di passare dall'adolescenza alla vita adulta, mantenendolo emotivamente e finanziariamente dipendente. È uno dei motivi per i quali gli Hikikomori non trovano una motivazione intrinseca alla vita». 

Cosa si può fare per aiutarli? 
«In questi casi è necessario applicare un comportamento comprensivo e non giudicante. L'Hikikomori deve sentirsi amato incondizionatamente. Spesso l'alleanza genitore-figlio viene a mancare quando il figlio abbandona la scuola e il genitore, al posto di comprendere i motivi dell'abbandono, commette l'errore di obbligarlo a tornarci subito». 

Dove nasce il fenomeno?
«La parola Hikikomori è giapponese. L'intento delle associazioni attive sul territorio giapponese è quello di creare delle comunità in cui i ragazzi possano fare delle attività di gruppo e di portarli a inserirsi gradualmente nel mondo del lavoro. In Corea del Sud è addirittura prevista una sorta di pensione di circa 500 euro al mese».

Quanti Hikikomori ci sono in Italia? 
«La stima dell'Istituto superiore di sanità è di 50mila casi nelle scuole medie-superiori: sono i cosiddetti pre-Hikikomori. Gli Hikikomori veri, quelli che hanno già abbandonato la scuola o l'università, non sono mai stati mappati in Italia. Noi stimiamo che siano almeno 100mila. Il Covid ha sicuramente peggiorato la situazione, creando un incentivo all'isolamento e aumentando le difficoltà a relazionarsi con il mondo esterno». 

Lo Stato italiano sta cercando di risolvere il problema?
«Non veramente. Le associazioni come la nostra non ricevono fondi e sono obbligate a finanziarsi chiedendo il cinque per mille alla popolazione. Stiamo collaborando con gli uffici regionali e gli istituti sanitari per creare delle linee guida e rimettere il contesto al centro del dibattito pubblico. Il problema infatti non è psichiatrico ma psicosociale: dipende dalla scuola, dalla famiglia o dal contesto sociale in cui l'Hikikomori è inserito». 

COMMENTI
 

Luigi Bianchi 2 mesi fa su tio
io l'ho sviluppata più di 20 anni fa... e adesso ne parlano... come anche la dipendenza da videogames... la medicina è solo in ritardo di 15-20. per fortuna siamo in Ch

Capra 2 mesi fa su tio
Genitori ?
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