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MONDOIl Covid entra anche nel cervello

29.12.21 - 12:46
Lo dice uno studio del National Institute of Health americano condotto su 44 autopsie
tipress
Fonte ATS
Il Covid entra anche nel cervello
Lo dice uno studio del National Institute of Health americano condotto su 44 autopsie

WASHINGTON - Il virus SARS-CoV-2, specie nelle prime fasi dell'infezione, si diffonde in tutto l'organismo e ci rimane per mesi. Tuttavia al di fuori dei polmoni non sembra essere direttamente responsabile di particolari danni.

È quanto emerge da uno studio coordinato da ricercatori dell'NIH americano e pubblicato in pre-print sulla piattaforma Research Square.

La ricerca ha preso in considerazione i prelievi effettuati durante l'autopsia di 44 persone morte per Covid o che avevano l'infezione al momento della morte. Una di esse ha combattuto contro il virus per 230 giorni prima che sopraggiungesse il decesso. Sono i polmoni gli organi in cui il virus è presente in maggiori quantità, tuttavia il 79,5% dei pazienti aveva tracce di virus nel tessuto cardiovascolare, l'86,4% nei linfonodi, il 72,7% nel tessuto gastrointestinale, il 63,6% nel tessuto renale ed endocrino, il 42,5% nel tessuto riproduttivo, il 68,2% nel tessuto nervoso, nei muscoli, nella pelle e nel grasso; il 57,9% negli occhi e il 90,9% nel cervello.

I ricercatori hanno anche scoperto che il virus non di rado presentava mutazioni, in particolare nella proteina Spike, tra una localizzazione e l'altra. Inoltre, sono state osservate tracce di attività di replicazione del virus per almeno tre mesi dall'inizio dell'infezione, anche se la completa rimozione del materiale virale dall'organismo in alcuni casi durava molto di più.

Infine, secondo lo studio, non ci sono prove che il virus arrechi direttamente danni ai tessuti al di fuori dei polmoni, "anche nei pazienti che sono deceduti mesi dopo l'insorgenza dei sintomi".

La ricerca ha ricevuto già critiche sulla piattaforma online: quasi tutti i pazienti presi in considerazione avevano una forma grave di Covid e molti sono stati sottoposti a trattamenti invasivi. Queste procedure, sostengono i critici, poterebbero aver contribuito a diffondere il materiale virale nell'organismo. Lo studio è in fase di revisione per la pubblicazione su una rivista del gruppo Nature.

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