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19.09.2021 - 08:140
Aggiornamento : 12:04

Un ex terrorista e la figlia di un uomo ucciso dal terrorismo insieme a Lugano

La figlia di Aldo Moro insieme ai colpevoli: una «giustizia riparativa» per andare avanti

di Redazione
MATTEO CASARI

LUGANO - La giustizia riparativa è un approccio grazie al quale vittima e colpevole intraprendono un percorso per affrontare il passato e cercare di rimarginare la ferita.

L’evento di sabato 18 settembre per il Festival Endorfine a Lugano ha visto la presentazione di uno dei casi più celebri e positivi di questo tipo.

Alcuni dei protagonisti della vicenda dell’omicidio del presidente del consiglio italiano Aldo Moro, avvenuto nel 1978, sono intervenuti in una sala gremita.

Vittime e responsabili - La figlia del presidente democristiano, Agnese Moro, negli anni ha organizzato questo gruppo per affrontare a posteriori la disgrazia, e alla conferenza sono intervenuti gli ex brigatisti Franco Bonisoli e Adriana Faranda, oltre a Giorgio Bazzega, figlio del maresciallo Sergio Bazzega, ucciso dalle Brigate Rosse nel 1976.

La paura di aprirsi - «Gli effetti interiori di una perdita sono sentimenti feroci che di solito nessuno accoglie. Col tempo le sensazioni si solidificano, e una parte di te rimane prigioniera come “un insetto in una goccia d’ambra”, incapace di parlare e convinta di non poter essere ascoltata», ha affermato Agnese. «Non si può uscirne da soli. Incontrando gli altri ho visto delle persone vere. Mi hanno colpito la loro umanità e il loro dolore, perché c’è altrettanto dramma anche in chi quei gesti li ha compiuti».

Un’accoglienza inaspettata - Franco è stato il primo ad avvicinarsi al percorso, ed è rimasto subito stupito dall’apertura di Agnese: «Mi colpì molto che lei mi chiedesse del mio presente. Mi sembrava impossibile che a qualcuno interessasse questa parte della mia vita, dato che solitamente tutti mi chiedono del passato criminale. È stato un riconoscimento con la “R maiuscola” della mia umanità». Anche dal suo lato, quest’esperienza è stata fondamentale: «Nella normale giustizia, una parte si ritiene nel giusto mentre un altro ha sbagliato, uno in alto e uno in basso, ma in questa esperienza c’è un guardarsi alla stessa altezza».

Riconciliarsi con sé stessi - Questo impegno ha permesso anche ai colpevoli di riacquistare una propria consapevolezza, di comprendere il dolore delle vittime e di sentirsi accettati nonostante il passato, come rivela la testimonianza commovente di Adriana: «Mi avevano sconsigliato di farne parte, ma io dovevo chiudere il cerchio e la contraddizione che avevo dentro di me. Quando ero giovane ritenevo le relazioni tra le persone totalmente false. Questo recuperare il valore dei rapporti umani, il filo che avevo perduto, mi ha permesso di andare avanti».

Effetti collaterali - Giorgio, infine, ha offerto la sua prospettiva su come il figlio di una vittima ha vissuto grandi difficoltà: «Per me la giustizia era vendetta, anche se era un’idea contraria ai valori di poliziotto mio padre. In passato ho avuto problemi di dipendenza dall’odio ma anche da sostanze. Quando odi, non fai male a nessuno se non a te stesso e ai tuoi cari».

«Una rampa di lancio» - La giustizia riparativa lo ha aiutato a ritrovare la sua strada: «Adesso sto benissimo», ha concluso il figlio del maresciallo Bazzega. «Il percorso mi ha cambiato la vita, è stata l’unica cosa che mi ha permesso di tornare a vivere. Mi sono anche riscritto all’università, e ho trovato una professione di mediatore penale che mi motiva molto».

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