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19.04.2021 - 06:000
Aggiornamento : 10:03

«La pandemia ha preparato i militi per i futuri compiti»

L'impegno contro il Covid raccontato dal comandante della PCi Claudio Hess

Impegnati attualmente nei maxi-centri vaccinali, i militi della Protezione Civile proteggono, assistono e sostengono la popolazione ticinese.

di Redazione
ENZA DI SANTO

MEZZOVICO - Il comandante Claudio Hess, per quest’anno tiene le redini del coordinamento della Protezione Civile (PCi)  nelle sei regioni ticinesi ed evidenzia alcuni aspetti del lavoro dei militi durante la pandemia.

I triage, emblema dell’inizio del dramma. Come reagiva la gente?
«Le persone hanno capito che qualcosa stava cambiando e ponevano domande, soprattutto perché fino a febbraio la pandemia era sottovalutata. Poi, la situazione è cambiata repentinamente e l’apprendimento delle nuove regole sanitarie di comportamento non è stato immediato; la PCi era lì per informare l’utenza».

La PCi ha avuto bisogno personale aggiuntivo?
«A inizio emergenza, ci siamo avvalsi di militi disoccupati che hanno garantito prestazioni a lungo termine, e di altri astretti che si sono messi a disposizione poiché erano a casa per via del lockdown o semplicemente per aiutare la popolazione. L’impiego in Ticino ha comportato diverse centinaia di giorni di servizio, 16'100 nel 2020 e 4'900 dal 1° gennaio ad ora».

I giovani militi durante l’emergenza hanno sviluppato interessi formativi o professionali?
«Non so rispondere, immagino che l’esperienza abbia suscitato interesse per alcune professioni in alcuni di loro. Posso però affermare che diversi militi disoccupati sono stati assunti nei check point a tempo determinato e questo è positivo».

A quali domande rispondeva il 144? E ora?
«L’hotline 144 riceveva domande di ogni tipo. Ci chiedevano cosa fare se un parente si fosse ammalato o come lavare gli asciugamani. Adesso è attiva l’hotline del Contact Tracing che coinvolge i militi della PCi a dipendenza degli eventi. Le domande riguardano perlopiù quarantena e isolamento».

Cosa fa ora la PCi?
«Nei check point si effettuano i tamponi, ma lo sforzo principale ora riguarda le vaccinazioni. Da gennaio a marzo la PCi si è occupata del coordinamento dei minicentri di Rivera, Tesserete e Ascona, adesso il compito è gestire i triage d’entrata e l’accompagnamento ai box di vaccinazione dei maxicentri di Mendrisio, Lugano, Giubiasco e Locarno. Il lavoro si estende al controllo dei pazienti nei 15 minuti post-vaccino e all’ambito logistico. Inoltre, ci sono militi impiegati nei centri di prossimità organizzati dai comuni e nei team mobili che si recano per esempio nelle case di cura».

Mosse future?
«Il nostro impegno per i prossimi mesi, forse fino a fine luglio, sarà rivolto ai centri per le vaccinazioni, sperando che l’emergenza rientri. Dopo questa esperienza, siamo più preparati ad affrontare i nuovi compiti che le autorità ci assegneranno».

Progetti post-pandemia?
«È una bella domanda, spesso ci si chiede cosa fa la PCi. Spero che al più presto le sei regioni riprenderanno le attività dettate dalla Missione Federale della PCi. Nel campo assistenziale, si porterà avanti il lavoro con le case anziani e in quello del servizio salvataggio, i lavori sul territorio. Continueremo a occuparci della protezione di beni culturali e di ciò che concerne i servizi logistici, di approvvigionamento e manutenzione dell’infrastruttura, e proseguiremo con gli esercizi di Stato Maggiore».

«Quei parenti in commovente attesa di un gesto»
L’esperienza nei triage è stata molto toccante per i militi della PCi. «L’aspetto umano si trovava nelle storie, nelle diverse realtà delle persone e persino nei loro sguardi incerti. Prima di entrare in ospedale, i pazienti scambiavano qualche parola con i militi, alcuni cercavano rassicurazioni. Per noi è stato molto commovente vedere i parenti dei ricoverati sostare ore e ore fuori dai triage alla ricerca anche solo di un gesto del proprio congiunto. Mi hanno raccontato di un paziente che doveva entrare in ospedale per una visita, vedendo il check point ha cominciato a innervosirsi più di quanto già non fosse. Uno dei militi ha notato il timore dell’uomo, ha preso due sedie, le ha sistemate nel prato davanti all’Ospedale Italiano, lo ha invitato a sedersi e lo ha tranquillizzato. Dopo poche parole l’uomo è stato pronto per entrare accompagnato dal milite».

 

 

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