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25.02.2021 - 06:000
Aggiornamento : 11:10

Un anno di pandemia

Il 25 febbraio 2020 venne segnalato il primo caso di coronavirus in Ticino (e in Svizzera).

Dodici mesi (e scatti) tra paure e speranze. Ripercorriamo i momenti destinati a rimanere impressi nella memoria di tutti i ticinesi.

BELLINZONA - È passato un anno esatto dal primo caso di coronavirus registrato in Ticino. È infatti martedì 25 febbraio 2020 quando le autorità sanitarie segnalano la positività al tampone - una prima anche sul fronte nazionale - di un medico di 70 anni che dieci giorni prima aveva partecipato a un convegno scientifico di aggiornamento e di formazione professionale a Segrate. I primi sintomi della malattia compaiono il 17 febbraio e qualche giorno dopo la salute dell'uomo peggiora. Gli sale la febbre a 38 e l'ossigenazione del sangue ha un crollo. Il 70enne viene subito ricoverato nel reparto di cure intense - modificato ad hoc - della Clinica Moncucco. Qui rimane isolato fino al 28 febbraio, giorno in cui viene dimesso.


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La conferenza stampa da Bellinzona nella quale venne annunciato il primo caso ticinese (e svizzero).

Effetto domino - Per alcuni giorni la situazione sul fronte dei contagi in Ticino resta tranquilla. Poi il due marzo arriva anche il secondo caso positivo. La situazione, a questo punto, inizia a precipitare velocemente. E i contagi cominciano a cadere regolari come i pezzi di un domino, nel nostro cantone come nel resto del Paese. Il 4 marzo viene segnalato il primo caso in un istituto scolastico ticinese - più precisamente la Arti e Mestieri di Bellinzona, mentre il numero dei positivi in Ticino raggiungeva già quota quindici.


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La prima infezione a scuola si è verificata all'Arti e Mestieri di Bellinzona.

Primo decesso in Svizzera - Il giorno successivo, era il 5 marzo, arriva anche il primo decesso provocato dalla malattia in Svizzera. A perdere la vita è una 74enne del Canton Vaud che soffriva di patologie pregresse. A una decina di giorni dalla sua comparsa sul territorio elvetico, la Sars-CoV2 ha già contagiato una novantina di persone in 15 cantoni.


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Il primo decesso su territorio svizzero è avvenuto al CHUV di Losanna.

Prima vittima ticinese in una casa anziani - Cinque giorni più tardi, era il 10 marzo, anche il Ticino deve fare i conti con il primo decesso su suolo cantonale. La prima vittima di una (purtroppo) lunga serie. A morire per le complicazioni legate al coronavirus è una donna di ottant'anni ospite di una casa per anziani di Chiasso. I casi ticinesi confermati quel triste giorno arrivano a sfiorare il centinaio, mentre in tutta la Confederazione sono 476.


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Una donna di ottant'anni ospite di una casa anziani di Chiasso è la prima vittima ticinese del Covid-19.

Lockdown - Il giorno successivo le autorità cantonali emanano lo stato di necessità chiudendo le scuole del post-obbligo e i luoghi di aggregazione e vietando gli assembramenti con più di 50 persone. È il preludio al lockdown vero e proprio che viene annunciato il 13 marzo per poi entrare in vigore il 16. L'esempio ticinese sarà poi seguito anche dal Consiglio federale la settimana successiva. Il 20 marzo il Governo sblocca i primi 40 miliardi per gli aiuti economici alle persone toccate dalla pandemia. Ne seguiranno molti altri...


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Il Ticino si confina per contrastare la diffusione del virus. Qui uno scorcio delle vie (deserte) a Mendrisio.

Baluardo Carità - Sempre il 13 marzo l'Ospedale La Carità di Locarno diventa il primo punto di riferimento cantonale nella lotta al Covid-19. Tutti i letti presenti nella struttura, da quel giorno, vengono infatti dedicati al trattamento e alla cura dei malati di coronavirus. Due giorni dopo anche la Clinica luganese Moncucco - la prima confrontata con la malattia - segue la strada intrapresa dalla Carità e diventa il secondo nosocomio ticinese interamente dedicato al Covid-19.


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Le tende da campo montate all'entrata del pronto soccorso della Carità per il triage.

Ticino nella morsa del virus - La curva cresce in maniera esponenziale. In Ticino dal 13 al 23 marzo si passa da 206 a 1'209 casi. Un più mille registrato in appena dieci giorni. Il 30 marzo è uno dei giorni più neri della prima ondata: ben 15 ticinesi perdono la vita a causa del virus in sole 24 ore. Gli ospedali fanno segnare il triste primato di 415 pazienti ricoverati (numero più alto raggiunto), 76 dei quali in terapia intensiva. Marzo termina con 2'195 casi accertati e 132 decessi.


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Il 30 marzo si è registrato il numero record di ricoveri in Ticino.

Le prime luci ad aprile - Il mese d'aprile viene vissuto in isolamento dalla popolazione. Ma il lockdown imposto dalle autorità ottiene l'effetto sperato. Il numero dei contagi rallenta. Il sei aprile la curva epidemiologica raggiunge il picco, poi inizia la discesa. A fine mese il bilancio è di 3'210 casi totali. Purtroppo, però, i decessi arrivano a toccare quota 321. 

Maggio e le prime riaperture - Il peggio della prima ondata sembra essere alle spalle. E l'11 maggio il Consiglio federale decide di attuare i primi allentamenti. Riaprono ad esempio le scuole, i bar e i ristoranti e altri luoghi d'intrattenimento. I contagi nel nostro cantone si fanno sporadici, tanto che in totale saranno meno di un centinaio in tutto il mese.


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Dall'undici maggio è di nuovo possibile gustarsi un caffè al bar.

Riaperture e tranquillità - Durante il mese di giugno la situazione epidemiologica migliora ulteriormente e il Consiglio federale decide ulteriori allentamenti. Il sei riaprono cinema, campeggi, impianti di risalita, zoo, teatri e piscine. In Ticino il 12 giugno viene registrato l'ultimo decesso - il 350esimo - della prima ondata.


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Il 6 giugno hanno riaperto anche i parchi, per la felicità di grandi e piccini.

Mascherine obbligatorie sui mezzi pubblici - L'estate fa dimenticare i problemi vissuti durante la pandemia. Dal primo luglio le mascherine diventano obbligatorie su tutti i mezzi pubblici, ma a parte questa misura imposta dal Governo federale, la vita sembra andare avanti seguendo una ritrovata normalità. Intanto il 4 luglio viene dimesso l'ultimo paziente ticinese ricoverato in ospedale per il Covid-19. Da quel giorno e fino al 30 settembre le strutture sanitarie ticinesi non accoglieranno mai più di due pazienti insieme. Fino allo scoppio, improvviso e violentissimo della seconda ondata. 


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La mascherina sui mezzi è stato imposta dal primo luglio.

Toccata e fuga per i grandi eventi - Da ottobre via la situazione inizia a precipitare, sia in Svizzera che in Ticino. I numeri deflagrano in maniera eclatante. Il 28 ottobre il Consiglio federale si vede costretto a revocare il via libera ai grandi eventi dato nemmeno un mese prima. Lo stesso Alain Berset, in dicembre, ammette di «aver peccato d'ottimismo» definendo «un grave errore» quello di aver permesso le manifestazioni con più di mille persone.


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Per meno di un mese il pubblico ha potuto assistere alle partite dalle piste e negli stadi.

Novembre nero - A inizio novembre vengono registrati - per diversi giorni consecutivi - più di diecimila casi in Svizzera. Gli ospedali sono allo stremo, i posti in cure intense vanno esaurendosi.  Il 24 novembre il Ticino piange la sua 500esima vittima, mentre i casi sono oltre 14'000. Faranno ancora in tempo a (quasi) raddoppiare arrivando ai giorni nostri.


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L'arrivo delle varianti preoccupa le autorità.

Luci e ombre - Giunti al presente, al giorno di questo triste primo anniversario, il numero dei contagiati sfiora i 28'000, con quello dei morti che ha superato quota 950 in Ticino, mentre in Svizzera si è ampiamente sorpassato i 550'000 contagi e i 9'200 decessi. La nostra vita è cambiata. E il nostro futuro è tutto da scrivere. In fondo a questo tunnel durato per 366 lunghi giorni si inizia a intravvedere una luce di speranza rappresentata dai vaccini, ma che viene un po' ottenebrata dal timore delle mutazioni del virus. Le varianti - quella inglese, scoperta per la prima volta il 24 dicembre in Svizzera e ormai già ben radicata anche in Ticino, quella sudafricana (primo caso il 27 dicembre in Svizzera, qualche giorno dopo in Ticino) e quella brasiliana (primo caso l'8 febbraio a Zurigo) - sono infatti sempre più diffuse e potrebbero cambiare le carte in tavola.


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La campagna vaccinale, partita in Ticino lo scorso 4 gennaio, rappresenta la speranza per un ritorno alla normalità.

Al limite - Intanto la popolazione è al limite della sopportazione. Le misure di contenimento iniziano a pesare. Gli svizzeri iniziano a scendere in piazza a manifestare. Diversi settori economici chiedono riaperture per non morire. E allora la speranza è che il secondo anniversario dal primo caso - il 25 febbraio 2022 - possa essere diverso e venir festeggiato abbracciando una ritrovata normalità, senza il virus di mezzo.

 

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