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23.09.2020 - 22:320
Aggiornamento : 24.09.2020 - 10:35

«Avere figli è considerato un “problema” delle donne»

Daria Pezzoli-Olgiati è riuscita ad affermarsi come lavoratrice e mamma ma reclama un cambiamento di mentalità.

Per ProFamilia la Svizzera perde 800 milioni di franchi all'anno per le donne formate che escono dal mercato del lavoro quando diventano madri.

NEGGIO - Classe 1966, Daria Pezzoli-Olgiati è cresciuta a Muralto. Per anni professoressa in scienze delle religioni a Zurigo, attualmente insegna a Monaco di Baviera e con la famiglia vive nel Malcantone. Definisce il suo un «modello di famiglia inventato» e parla delle contraddizioni presenti nella nostra società in materia di conciliabilità lavoro-famiglia, soprattutto per le donne. 

Come si è organizzata per gestire il lavoro e la famiglia? 
«Grazie alla flessibilità e a impegni a tempo ridotto ho potuto seguire bene i miei figli ed essere presente in modo costante. Ovviamente quando erano piccoli le mie giornate erano lunghissime e le notti molto brevi». 

Che ruolo ha avuto suo marito ed eventualmente altre figure?
«Mio marito mi ha sostenuta molto. Ci siamo organizzati in modi diversi a seconda di dove abitavamo e dell’età dei nostri figli. Quando ci siamo trasferiti in Ticino, siamo stati appoggiati dalla nostra famiglia, in particolare dai miei genitori e da fantastiche baby-sitter che hanno arricchito notevolmente la vita del nostro nucleo familiare». 

Cosa pensa riguardo al congedo paternità?
«È molto triste vivere in un paese in cui un funerale o un trasloco vengono paragonati a una nascita in termine di congedo lavorativo. Questo è dovuto a una visione molto riduttiva della famiglia, dei ruoli di genere e del valore delle nuove generazioni. Due settimane di congedo paternità sono proprio misere, però sempre meglio di due giorni».

Cos’è che non funziona?
«Si investono mezzi enormi nella formazione di personale qualificato, in tutte le professioni e a tutti i livelli, senza incentivare le donne e le madri a rimanere nel mondo del lavoro e a dare il proprio contributo specialistico».

Per quale motivo, secondo lei, il mondo accademico è ancora a maggioranza maschile?
«Il mondo accademico offre un ambiente lavorativo da una parte molto stimolante ma dall’altro per molti anni precario, con contratti a termine. Questo tocca entrambi i generi. Spesso però, nella fase in cui nascono i bambini, le donne rinunciano al lavoro accademico perché non riescono a conciliarlo con la famiglia e il lavoro del partner».

A che livello è la conciliabilità famiglia-lavoro in Svizzera e in Ticino? E in Germania?
«In Germania il congedo parentale dura tre anni e può essere organizzato dai partner secondo le loro necessità e non secondo il loro genere. In Svizzera avere dei figli è considerato fondamentalmente un “problema” delle donne, gli stimoli a conciliare famiglia e lavoro sono proprio modesti. È un problema di mentalità, non di realizzabilità». 

Cosa bisognerebbe cambiare per aiutare ulteriormente le famiglie?
«Bisogna sostenere modelli diversi di organizzazione familiare e incentivare la compatibilità tra ruoli educativi e professionali a diversi livelli, sia con politiche adatte nel mondo del lavoro e nella società ma anche con un atteggiamento diverso». 

Quali sono i pro e i contro legati al fatto di lavorare lontano da casa e di assentarsi per vari giorni?
«La nostra famiglia è un esempio di un modello inventato e non della riproduzione di convenzioni sociali. Il lavoro accademico richiede mobilità, spesso sono lontana da casa per alcuni giorni e la mia famiglia è organizzata in modo che questo funzioni senza problemi. Per me è difficile dire quali siano i vantaggi di questo modello, non ho paragoni, ho sempre vissuto così da quando lavoro».

In Svizzera si perdono 800 milioni di franchi l’anno
«Tutta la conciliabilità riposa sulle madri piuttosto che sui padri», afferma Michela Trisconi, segretario generale dell’associazione Pro Familia Svizzera italiana, che mette in evidenza un contraddizione: «Nella nostra società formiamo più donne ma le impieghiamo di meno e le togliamo dal mercato del lavoro quando diventano madri». Pro Familia Svizzera ha calcolato che a causa di ciò la perdita economica nella Confederazione ammonta a 800 milioni di franchi l’anno. «La donna è sedotta a ridurre il grado di impiego con l’arrivo dei figli e lo fa in maniera maggiore rispetto ai padri. Questo fa sì che le madri oggi siano soprattutto impiegate a tempo parziale. Posizioni che vengono soppresse per prime quando c’è una crisi», spiega Trisconi, secondo la quale deve avvenire un cambio di mentalità. «È necessario che gli asili nido siano meno costosi, che le aziende siano disposte ad assumere le madri e a metterle al riparo da eventuali licenziamenti», conclude il segretario generale.

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