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Lugano's Plan ₿

La battaglia per decentralizzare il mining di Bitcoin

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Al Plan ₿ Forum 2025, Bitcoin Mechanic ha lanciato un messaggio scomodo, sostenendo che, in teoria, due attori dominanti del mining, grazie alla loro potenza di calcolo, potrebbero cooperare per censurare specifiche transazioni. Esistono, però, delle soluzioni per evitare che questi scenari diventino concreti.

Bitcoin ha una genesi chiara: è stato concepito per essere decentralizzato e, pertanto, nessuno dovrebbe avere il potere di controllare quali transazioni finiscono nella blockchain e quali no. Eppure, non è un fatto del tutto scontato, stando a quanto emerso dal panel programmato lo scorso ottobre sul palco del Palazzo dei Congressi, al Plan ₿ Forum di Lugano, quando, nel corso della seconda giornata della manifestazione, ha parlato Bitcoin Mechanic, Head of Communications di Ocean mining pool.

Un messaggio per nulla scontato e alquanto scomodo, il suo, espresso nel contesto di un ragionamento chiaro già dalle prime parole condivise con il pubblico: «In questo momento, Bitcoin non è censorship resistant». Nella sua riflessione, questo significa che due attori dominanti, collaborando, potrebbero tentare di tenere specifiche transazioni fuori dalla blockchain. Non è fantascienza né complottismo, stando all’ipotesi dello speaker: è una conseguenza diretta di come è strutturato oggi il mining di Bitcoin, un contesto in cui pochi grandi "pool" (consorzi di miner) controllerebbero la stragrande maggioranza della potenza computazionale della rete.

Foundry e l’ecosistema legato a Bitmain/AntPool, nello specifico, che sono i due giganti del settore e che detengono, insieme, livelli di potere che, secondo questa ipotesi, potrebbero essere costretti a modificare lo storico delle transazioni già confermate sulla blockchain, o a censurare specifiche transazioni impedendone la conferma, nel caso in cui venissero costretti a farlo da un'autorità governativa. «È molto facile diventare condiscendenti, su questo tema», ha tagliato corto Bitcoin Mechanic proseguendo l’avvio del suo panel, intitolato "Killing Centralization: Returning to Satoshi-Era Bitcoin Mining".

«È una semplificazione pensare che tutto si sistemerà da sé, perché la realtà è diversa». Ocean, il progetto per cui lavora e di cui è uno dei volti pubblici, è nato proprio per invertire questa tendenza pericolosa e per cercare di costruire una barriera solida. Il problema è tutt’altro che teorico, dal punto di vista di Bitcoin Mechanic: «Anche se questi due giganti sono composti da decine di migliaia di miner individuali, tutti questi stessi miner hanno rinunciato alla funzione di creare i block template - ovvero di scegliere quali transazioni includere nei blocchi che vengono aggiunti alla blockchain, ndr - e quindi a decidere cosa va effettivamente nella chain», ha spiegato. «In pratica sono solo hasher, non miner. Ed è questo il punto chiave: dobbiamo trasformare gli hasher Bitcoin in miner Bitcoin». La distinzione? È cruciale: un hasher si limita a eseguire calcoli matematici fino a trovare un blocco valido. Un vero miner, invece, fa molto di più: decide autonomamente quali transazioni includere nei blocchi, le organizza, e comunica i risultati direttamente alla rete Bitcoin. Nei legacy pool (quelli tradizionali, che secondo il rappresentante di Ocean rappresentano circa il 98,5% della rete), è il pool stesso a svolgere tutto questo lavoro.

Il singolo miner, insomma, è ridotto a semplice fornitore di potenza computazionale.

Il rischio concreto di un attacco coordinato

Mostrando il grafico della distribuzione dell'hash rate (la misura della potenza di calcolo utilizzata nel mining, che indica quanti calcoli un dispositivo o una rete può eseguire al secondo) su mempool.space, lo scenario, secondo il protagonista del panel, è risultato preoccupante. Foundry si colloca tra il 25 e il 30% della rete. AntPool, insieme ai suoi «amici» (come li definisce Mechanic) e a una costellazione di pool “satellite”, può arrivare intorno al 40% della potenza computazionale totale. F2Pool e ViaBTC completano il quadro. «Tutte queste sotto-pools sono semplicemente una estensione di AntPool, il che è un problema», ha sottolineato, presentando questa lettura come una criticità della centralizzazione attuale. Perché? Per il fatto che, in caso di pressione da parte di qualche autorità governativa che volesse censurare specifiche transazioni, basterebbe costringere Foundry e Bitmain a collaborare. Dettagliando il ragionamento con una specifica: un cosiddetto “attacco del 51%” (la possibilità di riscrivere la blockchain controllando la maggioranza della potenza computazionale della rete) non richiede necessariamente la maggioranza dell'hash rate per avere successo: quella percentuale è solo la soglia che lo renderebbe perpetuo e garantito. Con due giganti che controllano così tanto potere computazionale, Bitcoin sarebbe in sostanza «fully censorship prone, at the moment», come ha spiegato con una punta di preoccupazione lo speaker. Aggiungendo che l’unica ragione per la quale questo scenario non si è attualmente verificato è che «nessuno si è ancora preso la briga di forzare queste pool a mettere in atto un attacco del genere». In realtà, un tentativo c'è già stato: nel 2021, quando il pool Marathon aveva iniziato a censurare transazioni non conformi alle liste OFAC (Office of Foreign Assets Control del governo USA), generando la risposta di molti miner, che hanno immediatamente ridirezionato la propria potenza computazionale verso altri pool.

Ocean e DATUM: restituire il controllo ai miner

E riecco Ocean, che come già evidenziato è nato, appunto, per invertire questa tendenza. Lanciato due anni fa come relaunch di Eligius – il pool originale gestito da Luke Dashjr e Jason Hughes che nei primi periodi di Bitcoin arrivò ad avere il 20% dell'hash rate della rete – Ocean ha ripensato radicalmente il concetto di pool. «L'obiettivo trasversale di Ocean è poter dare la possibilità di interagire direttamente con la chain. E, qualora si volessero dividere le ricompense con altri miner, quello deve essere semplicemente un sistema di coordinamento in cui ci si mette d'accordo con altri miner per dividere le ricompense, senza che il coordinatore diventi un intermediario», ha spiegato l’esperto. Il protocollo che rende tutto questo possibile si chiama DATUM (Decentralized Alternative Templates for Universal Mining), attraverso cui i miner di Ocean costruiscono i propri block template localmente, eseguono l'hashing sulla propria infrastruttura e, quando trovano un blocco, lo comunicano direttamente alla rete Bitcoin (e non al pool).

«Questo è molto importante perché Ocean non ha alcun controllo: quando un miner trova un blocco, lo comunica direttamente alla rete Bitcoin. Noi, insomma, lo scopriamo nello stesso momento in cui lo scopre chiunque altro sulla rete, non prima». Il vantaggio pratico delineato nel corso del panel è teoricamente enorme, specialmente per operazioni di mining su larga scala in aree con connettività limitata. DATUM, in breve, riduce drasticamente la quantità di dati che deve viaggiare su internet – circa 10.000 volte meno rispetto ai pool tradizionali – migliorando le performance e riducendo gli sprechi di lavoro computazionale. In sostanza: migliori guadagni grazie a una tecnologia più efficiente.

Il trade-off tra varianza e libertà

C'è però un aspetto che rende Ocean meno "comodo" dei pool tradizionali: la varianza - l'imprevedibilità del momento in cui si trova un blocco - non viene eliminata. «Se nessuno trova un blocco, non si ricevono soldi», ha ammesso Bitcoin Mechanic. Ed è, questa, una differenza sostanziale con lo standard attuale, che invece paga i miner su base giornaliera o addirittura al minuto, indipendentemente dal fatto che abbiano trovato blocchi o meno. «Questo - ha spiegato Bitcoin Mechanic - dà ai miner l'illusione di non dover affrontare il caos naturale della blockchain».

Ma questa garanzia, a suo dire, avrebbe in realtà un costo nascosto: «Pensate ai cambiavalute negli aeroporti, che ti dicono “0% di commissione”, quando invece alla fine ottieni un tasso di cambio del 18% peggiore rispetto a quello effettivo di mercato, perché la commissione è nascosta nel cambio sfavorevole». Ocean ha una filosofia opposta, in pratica, perché verticalizzata sulla trasparenza (e sulla convenienza). In media, paga circa il 5% in più rispetto ai competitor. «Incoraggio i miner a guardare quanto hanno guadagnato negli ultimi 30, 90 giorni, 6 mesi da qualsiasi pool tradizionale, poi ad andare su ocean.xyz e a confrontare i pagamenti con quelli dei miner che hanno minato su Ocean – tutte le nostre informazioni di payout sono pubbliche – e a trovare un miner comparabile con il tuo stesso hash rate, a guardare quanto è stato pagato: in quasi qualsiasi periodo di tempo si vedrà che su Ocean sarà collegato a una somma maggiore». La crescita di Ocean conferma che il modello sta funzionando. «Siamo passati da zero a 1,6% della rete complessiva in due anni», ha evidenziato Bitcoin Mechanic, e, ad aprile 2025, è arrivata anche una conferma importante: Tether ha annunciato che indirizzerà tutto il suo hash rate esistente e futuro su Ocean usando il protocollo DATUM.

Il ritorno alla visione di Satoshi Nakamoto, l’inventore di Bitcoin

La filosofia di Ocean parte quindi da un obiettivo pragmatico. «Bitcoin è per persone concrete che vogliono fare il meglio possibile con le limitazioni esistenti», ha chiarito Bitcoin Mechanic. «Vogliamo blocchi più veloci e più grandi? Tutte queste cose sarebbero belle, ma ne degraderebbero altre e quindi, qui, si entra nel territorio dei compromessi». Il trade-off individuato da Ocean è semplice: accettare più varianza, ma ottenendo in cambio una vera decentralizzazione. «Se qualcuno venisse a puntarci una pistola alla testa dicendo "non potete includere questa transazione nella blockchain", diremmo: non c'è nulla che possiamo fare a riguardo, perché i nostri miner fanno i nostri blocchi. Possiamo interferire con i loro pagamenti, se proprio volete, ma non possiamo controllare cosa mettono nella chain». E se i governi non gradissero le transazioni che appaiono nei blocchi Ocean? «Tutto quello che possiamo fare è dire: ecco, qui c’è un indirizzo Bitcoin che appartiene a quel miner, andatelo a trovare e ditegli di smettere». Resta tuttavia un limite: Ocean gestisce ancora centralmente il sistema di pagamento ai miner, quindi un'autorità governativa, volendo, potrebbe bloccare questi pagamenti, ostacolando il funzionamento del pool. Questo, dunque, è l'aspetto che ancora deve essere decentralizzato completamente. L'obiettivo finale, però, è un grafico a torta della distribuzione del mining in cui ogni fetta è abbastanza piccola da rendere impossibile la censura.


Questo articolo è stato realizzato da Lugano's Plan ₿, non fa parte del contenuto redazionale.

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