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Il mining di Bitcoin è energivoro? Ecco il report che smentisce questa narrazione

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Il mining di Bitcoin è energivoro? Ecco il report che smentisce questa narrazione

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Al Plan ₿ Forum 2025, Alexander Neumüller, ricercatore del Cambridge Centre for Alternative Finance, ha presentato dati che testimoniano il balzo in avanti delle energie sostenibili nel mining, il crollo delle emissioni e il paradosso di un'industria sempre più competitiva nonostante la crescente diffusione di Bitcoin.

«Una delle cose che sentiamo più spesso dire è che Bitcoin usa e spreca troppa energia». Il tema trattato era tra quelli più attesi nel corso Plan ₿ Forum 2025, ed è stato introdotto così, a Lugano, senza troppi giri di parole. E Alexander Neumüller, chiamato a dire la sua sull’argomento, è andato a sua volta dritto al punto, quando è arrivato il momento di introdurre il suo panel sul palco principale del Plan ₿ Forum, il WAGMI stage, lo scorso ottobre.

Una questione spinosa, quella della presunta natura “energivora” del mining di Bitcoin, dibattuta a dismisura negli anni e che, nonostante montagne di dati ed evidenze oggettive, vede ancora solido e ostinato il fronte di chi sostiene che all’invenzione di Satoshi Nakamoto sia connaturato un inarrestabile dispendio energetico. Non a caso Neumüller, ricercatore al Cambridge Centre for Alternative Finance, è salito sul palco della conferenza luganese - la principale rassegna Bitcoin a livello europeo, che tornerà per la sua quinta edizione il 23 e 24 ottobre di quest’anno - rinunciando all’approccio “narrativo” in favore del peso dell’oggettività dei dati tangibili che descrivono quasi metà dell'attività di mining globale.

A rafforzare l'approccio di Neumüller c'è la sua esperienza diretta sul campo: prima di approdare a Cambridge, ha operato nel mining, approfondendo quindi la conoscenza di questo settore dall'interno. Quando nel 2020-2021 il dibattito sull'energia consumata da Bitcoin è esploso, ha così deciso di colmare il gap tra teoria e pratica. Il risultato di questo percorso è, appunto, il “Cambridge Digital Mining Industry Report 2025”, pubblicato ad aprile dello scorso anno e diviso in oltre 150 pagine che ne fanno la più completa analisi mai realizzata sul settore.

Dalla teoria ai dati reali

La svolta, considerati gli obiettivi di Neumüller, è arrivata grazie alla collaborazione con il Bitcoin Mining Council, che ha connesso i ricercatori con i principali stakeholder dell'industria. Il risultato? 49 aziende di mining hanno partecipato alla survey (il 41% quotate in borsa, il 59% private), con sedi distribuite in 16 giurisdizioni diverse e attività operative in 23 paesi del mondo. Un campione tutt’altro che trascurabile, perché rappresenta il 48% dell'intera attività di mining globale, pari a 268 exahash al secondo (misura della potenza complessiva impiegata nelle operazioni). «Siamo rimasti davvero travolti dal supporto della community del mining», ha raccontato l’esperto sul palco principale del Forum. Il progresso tecnologico è impressionante: dall'arrivo dei primi ASIC - i circuiti integrati specificamente progettati per fare mining di Bitcoin - l'efficienza energetica è aumentata di 166 volte. Dal giugno 2022 al giugno 2024, l'efficienza dell’hardware è cresciuta ulteriormente del 30%, arrivando a circa 21 joule per terahash (ovvero la quantità di energia necessaria per eseguire mille miliardi di calcoli al secondo).

Il dato davvero significativo, però, è il seguente: mentre l'hash rate è aumentato del 450% dall'inizio del 2021 a fine 2024, il consumo elettrico è cresciuto solo del 111%. «Una testimonianza degli aumenti di efficienza nell'hardware di mining», ha detto lo speaker. La sorpresa, o meglio il vero colpo di scena, è però arrivato con i dati condivisi sul mix energetico. «Questo è un argomento di enorme importanza», ha sottolineato il protagonista del panel, prima di svelare i numeri.

Quelli che dimostrano come l'uso di energie sostenibili nel mining Bitcoin sia salito al 52,4% del totale adoperato, rispetto al 37,6% stimato nel 2022. Un balzo, insomma, di quasi 15 punti percentuali in due anni. La composizione di questo mix include il 42,6% da fonti rinnovabili come idroelettrico ed eolico e il 9,8% da nucleare. Ma altrettanto importante è il cambiamento nella composizione dei combustibili fossili: il gas naturale (38,2%, in crescita dal 25% del 2022) ha sostituito il carbone come principale fonte specifica di energia, mentre quest’ultimo è crollato all'8,9% dal 36,6% del 2022. Dettagli importanti, considerato, come ha evidenziato lo stesso esperto, che «l'intensità di emissioni del carbone è molto più alta di quella del gas naturale».

Un altro tema che ha ricevuto grande attenzione è quello delle esternalità positive, cioè i benefici ambientali indiretti generati dal mining. Neumüller, su questo fronte, ha evidenziato come il mining possa generare un impatto positivo utilizzando gas naturale o biogas altrimenti bruciato (flared) o rilasciato nell'atmosfera. «Il gas flaring, specificamente nei giacimenti di petrolio e gas, è un problema enorme a livello globale», ha sottolineato il ricercatore. E qui emerge un paradosso affascinante: i miner cercano energia a basso costo per puro interesse economico, ma nel farlo producono qualcosa di buono per l'ambiente. «È la mano invisibile di Adam Smith all'opera», ha commentato.

Una competizione spietata

Sul fronte economico, le cifre del mining raccontano una storia di competizione spietata. I block reward totali - cioè le ricompense in Bitcoin che i miner ricevono per aver validato i blocchi della blockchain - sono scesi da 3 milioni nel 2011 a meno di 250.000 nel 2024, a causa degli halving (dimezzamenti programmati delle ricompense per i miner, che avvengono ogni circa ogni 4 anni). In termini di dollari ottenuti, invece, grazie all'apprezzamento del valore di Bitcoin, le ricompense totali nel 2024 hanno raggiunto circa i 15 miliardi di USD. Tuttavia, i miner devono fare i conti anche con l'hash price, una metrica che misura quanto un miner guadagna per ogni unità di potenza computazionale fornita alla rete (tiene conto del prezzo di Bitcoin, della difficoltà di mining e delle commissioni di transazione). E qui emerge il dato più sorprendente: dall'inizio del 2020 alla fine del 2024, questo dato è crollato del 60%, nonostante l’ascesa di Bitcoin. «Penso che sia una dimostrazione di quanto sia competitiva questa industria», ha osservato il ricercatore sul palco principale del Palazzo dei Congressi di Lugano.

Mining e AI: la flessibilità che serve alla rete

L'ultimo tema affrontato è stato il connubio tra mining e intelligenza artificiale, un argomento di cui il ricercatore ha evidenziato la crescente rilevanza. Dal 2010, infatti, i requisiti computazionali dei modelli di AI all'avanguardia sono aumentati da sei a sette volte l'anno, facendo registrare, anche sotto questo profilo, una crescita esponenziale.

Se questo è vero, lo è altrettanto il fatto che i data center per l’intelligenza artificiale, però, presentano due caratteristiche critiche: la prima concerne l'alta variabilità del carico, perché server e GPU deputati consumano energia in modo molto irregolare, con picchi e cali improvvisi, specialmente quando eseguono “inferencing”, ovvero quando i modelli elaborano richieste in tempo reale. La seconda riguarda le dimensioni (enormi): uno studio McKinsey stima che entro il 2030 la domanda energetica dei carichi di lavoro AI sarà tre volte e mezzo i livelli attuali.". Uno studio McKinsey, a tal proposito, stima che entro il 2030 la domanda energetica dei carichi di lavoro AI crescerà di 3,5 volte. Ed è qui che entra in gioco il mining come "strumento di bilanciamento".

«Il Bitcoin mining è molto flessibile», ha spiegato Neumüller, esplicitando la ricetta vincente: quando la domanda di energia per l'AI diminuisce, si aumenta l'attività di mining, e viceversa quando invece la domanda AI cresce. In questo modo, il mining stesso funge da “cuscinetto” che assorbe le fluttuazioni. I numeri sono eloquenti: introducendo flessibilità anche solo nell'1% dei consumi energetici americani – ovvero permettendo di modulare temporaneamente il carico durante le ore di maggiore stress della rete – si potrebbero sbloccare 70 gigawatt, sufficienti a soddisfare l'intera domanda prevista di nuovi data center fino al 2035. «Gli operatori di rete devono dimensionare le infrastrutture per gestire il picco massimo di domanda», ha chiarito Neumüller. «Ma queste situazioni critiche si verificano in realtà solo per circa l'1% del tempo. Durante il restante 99% di arco temporale, c'è un enorme potenziale inutilizzato».

E il mining Bitcoin, potendo ridurre istantaneamente i propri consumi quando necessario, è lo strumento ideale per sfruttare questo potenziale senza dover costruire nuove centrali. «Speriamo che questa presentazione chiarisca ogni confusione persistente», aveva evidenziato nell’introduzione Walker America, il moderatore di questo e altri panel, prima di dare la parola al relatore. E i dati presentati sul palco del Plan ₿ Forum non hanno disatteso le aspettative: Alexander Neumüller ha centrato i punti chiave della questione, portando a supporto del suo ragionamento evidenze basate su quasi metà dell'attività di mining mondiale. Un contributo fondamentale, insomma, per spostare il dibattito verso una prospettiva concreta sul rapporto tra mining ed energia, corroborata da dati precisi e inequivocabili.


Questo articolo è stato realizzato da Lugano's Plan ₿, non fa parte del contenuto redazionale.

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