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ATED ICT TICINOLa tecnologia è una sfida al femminile

13.07.22 - 09:28
Intervista a Silvia Rovati, Information Technology Business Analyst presso Avaloq.
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La tecnologia è una sfida al femminile
Intervista a Silvia Rovati, Information Technology Business Analyst presso Avaloq.

Le cosiddette discipline STEM, un acronimo inglese che sta per science, technology, engineering e mathematics, sono (state) appananggio di profili maschili per molti lustri. Ma se un tempo la popolazione femminile iscritta a ingegneria era sempre piuttosto modesta, negli ultimi anni si è cercato con determinazione d'invertire la rotta, provando a ispirare le giovani ragazze anche con esempi illustri, come l’astronauta Samantha Cristoforetti, attualmente impegnata in orbita alla guida della missione con l’Agenzia Spaziale Europea. L’obiettivo diventa quello di far sì che sempre più ragazze prendano in considerazione studi scientifici e informatici, visto che la tecnologia entra e pervade ormai ogni sfera e ambito lavorativo, anche alle latitudini terrestri. Quindi, di questi e altri temi abbiamo ragionato con Silvia Rovati, Information Technology Business Analyst presso Avaloq e nuovo ingresso in ated-ICT Ticino come Membro di Comitato.

Silvia, quando hai iniziato qualche anno fa il tuo percorso da analista e programmatrice, su quali elementi hai fondato la tua scelta di formazione e acquisizione di competenze?

Ho avuto la fortuna di nascere e crescere in una famiglia che mi ha aiutata a coltivare la curiosità come una virtù e non come un difetto. Una famiglia che mi ha lasciato libera di seguire le mie passioni e ha supportato le mie scelte anche quando non erano in linea con le loro aspettative: iscriversi alla facoltà d'Ingegneria Elettronica dopo cinque anni di Liceo Classico non è una scelta scontata e lineare. Non lo sarebbe al giorno d’oggi. Figuriamoci trent’anni fa, quando ho iniziato il mio percorso universitario! Ma quello che mi è apparso subito evidente è stato che, se da un lato io quasi non avevo le nozioni di base in campo fisico-matematico, dall’altro avevo acquisito, passando anni a tradurre dal greco e dal latino e a studiare storia dell'arte e filosofia, solide competenze di problem solving e una indubbia abilità nel trovare le informazioni necessarie. Tutto questo accompagnato da un punto di vista sicuramente diverso rispetto alla maggioranza dei miei compagni di università. L’altra cosa che ho capito subito è che non avrei dovuto mai smettere d'imparare. Quando io ho iniziato (nello scorso Millennio, come i miei figli ogni tanto mi ricordano …), Internet era proprio agli albori. Molti dei linguaggi software e dei concetti con cui io oggi mi trovo a confrontarmi quotidianamente sul lavoro non esistevano. Le conoscenze si acquisiscono; le competenze vanno quotidianamente allenate. Ma questo, al giorno d’oggi, è valido in tutti gli ambiti lavorativi. Non solo per chi come me fa il Business Analyst.

Parlando di nuovi mestieri e professioni, quali tendenze vedi oggi in atto, per cui immagini si possano appassionare le giovani ragazze ticinesi?

La percentuale di ragazze che, non solo qui in Ticino ma praticamente in tutto il mondo, sceglie un percorso formativo e lavorativo tra le materie STEM è ancora molto bassa, paragonata alle scelte fatte dai ragazzi. Dagli studi fatti a livello mondiale sembra che, fino alla scuola media, i ragazzi e le ragazze siano equamente interessati alle STEM. Ma già a partire dalla scuola secondaria inizia ad aprirsi un divario tra ragazzi e ragazze rispetto alla scelta d'indirizzi scientifici. Divario che, a livello universitario, diventa un abisso. Un abisso a mio parere inspiegabile e inaccettabile. Sicuramente conseguenza di profondi stereotipi culturali e pregiudizi di genere. È come se potesse ancora esistere un concetto come l’educazione di genere, che porta a promuovere percorsi, suggerire inclinazioni e legittimare atteggiamenti differenti in base al genere. Bisognerebbe essere tutti abbastanza coraggiosi e consapevoli da favorire un clima culturale e sociale capace di promuovere e accogliere le specificità e i talenti delle singole persone, indipendentemente dal loro genere. Il mondo ha bisogno della scienza. E la scienza ha bisogno delle donne. Se non si tenterà in qualche modo di colmare il gender gap, ambiti come l’Intelligenza Artificiale, i Big Data, la Blockchain saranno inevitabilmente affrontati e sviluppati prevalentemente da un punto di vista maschile. E questo non solo non è giusto, ma è anche limitante. È uno spreco di risorse che non ci possiamo e non ci dobbiamo permettere.

Infine, mi ha colpito un tuo passaggio, quando ti sei presentata all’assemblea di Ated-ICT Ticino al tuo ingresso in associazione. Perché pensi che sia più che mai necessaria una componente (anche) femminile nello sviluppo tecnologico?

Io sono una decisa sostenitrice del concetto di unicità delle persone e non di quello di diversità. Ogni essere umano è un caleidoscopico miscuglio di forza e debolezza, di talenti e di mancanze. E solo un approccio veramente inclusivo, che sappia superare anche il concetto di genere, può rendere possibile il contributo delle donne nel lavoro e nella società. Per fare un lavoro come il mio serve essere curiosi, appassionati e competenti. Il fatto di essere donna o uomo non è di per sé rilevante. Ma il mio essere donna mi consente un approccio e un punto di vista diverso da quello dei miei colleghi uomini. E questo, a volte, può fare la differenza e aiutare me e il team di cui faccio parte a trovare una soluzione migliore e più efficace al problema che in quel momento stiamo affrontando. È importante ispirare le bambine, le ragazze e le donne a infrangere le barriere degli stereotipi di genere e ad acquisire maggiore fiducia in sé stesse. Qualcosa negli ultimi anni comunque inizia a muoversi. La strada è lunga, ma va assolutamente percorsa, anche grazie a Role Model finalmente anche femminili in ambito STEM (basta pensare a figure iconiche come l’astronauta Samantha Cristoforetti, la direttrice generale del Cern Fabiola Gianotti e Amalia Ercoli-Finzi, consulente scientifico della Nasa). Perché “seeing is believing” (cioè, “vedere è credere”): la presenza e il contatto diretto con figure di riferimento femminili ampliano ciò che è possibile per le donne, dimostrano i comportamenti e i mindset necessari per ottenere ciò che sanno essere possibile, e ispirano le donne a puntare più in alto di quanto mai immaginato. Nel mio piccolo sto facendo davvero di tutto perché mia figlia, quando dovrà scegliere cosa fare da grande, decida in base alle sue passioni e ai suoi talenti e non in base a degli stereotipi, con l’assoluta certezza che, qualunque strada decida d'intraprendere, avrà il mio totale e incondizionato sostegno.

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