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Gli OpinionistiCattivi pensieri

26.04.21 - 09:11
di Aldo Sofia
Aldo Sofia
Cattivi pensieri
di Aldo Sofia

Il Quadro che ... non quadra
Ricordo, per aver seguito alcune fasi della trattativa bilaterale, quale fosse a Bruxelles l’ammirazione di non pochi corrispondenti europei per l’abilità dei negoziatori svizzeri. Che, in sostanza, portarono a casa un’intesa che garantiva alla Confederazione una sostanziale parità di trattamento rispetto ai paesi della Comunità. Ottengono ‘le beurre et l’argent du beurre”, scrisse un collega belga. Insomma, una sorta di quadratura del cerchio: star fuori dall’Europa, e al tempo stesso starci dentro. Non poca cosa, tenendo conto che l’UE è il partner commerciale più importante della Confederazione: l’80 per cento delle nostre esportazioni. Il contrasto col presente è stridente. La totale impasse delle trattative sull’ Accordo quadro - fortemente voluto da
Bruxelles per istituzionalizzare i futuri rapporti con Berna - ne è la conferma. L’esito dell’incontro di venerdì fra i due presidenti - Von der Leyen per la Commissione, e Guy Parmelin per la Svizzera - ha solo confermato un fossato apparentemente incolmabile (principali ostacoli: cittadinanza europea, difesa dei salari svizzeri, sovranità elvetica considerata “minacciata” dalla prospettiva che eventuali divergenze di applicazione sarebbero affidate a una Corte europea). “La Commissione sarebbe già soddisfatta di capire cosa vogliono gli svizzeri”, aveva dichiarato una fonte anonima della Commissione. Non ha avuto soddisfazione. E nel dopo summit molta stampa d’oltralpe è stata più severa con il Consiglio federale che non con il ‘governo’ europeo: scarsa attenzione al dossier, ritardi, idee confuse, paura dell’inevitabile referendum popolare, divisioni nel governo, con tutti gli altri sei consiglieri federali che addirittura bocciano il ‘piano B’ proposto da Ignazio Cassis, un ministro degli esteri in chiara difficoltà anche all’interno dell’esecutivo. L’Accordo Quadro, negoziato per 4 anni e rimasto poi sul tavolo per ben 3 anni, per la Svizzera non è un obbligo, si può rimanere inchiodati ai bilaterali recentemente confermati dal voto popolare, e anche Bruxelles ha interesse a evitare poi uno scontro definitivo, addirittura un divorzio, con Berna. Ma mondo economico e della ricerca elvetici sanno che tutto rischia di diventare più difficile. E possono rimpiangere un periodo in cui la diplomazia rossocrociata sembrava capace (o era messa in condizione) di giocare con maggior abilità le proprie carte. 

Scomparsi in mare e in terra
Per molte tragedie dei profughi inghiottiti dalle acque del Mediterraneo vi è una istantanea simbolo. Per l’ultima (oltre cento morti) la foto è quella di corpi inanimati, prigionieri di salvagenti diventati bare galleggianti, facce riverse nell’acqua, braccia ancora protese nel vano sforzo di superare onde scure e minacciose. L’indignazione, quando c’è, durerà poco. Fino al prossimo letale naufragio. In un rosario di pietà e di oblio che si accompagna all’interessata inerzia dell’Europa, che preferisce lasciare alla Libia il compito del soccorso in mare mentre si sa benissimo che - nonostante armi, soldi, appositi mezzi di navigazione regalati - la Libia soccorre poco, quando lo fa tratta i superstiti come colpevoli da maltrattare, e a terra ne consegna buona parte a prigioni-lager (ancora recentemente documentate da un foto-reportage). Ma c’è un altro dramma, questo documentabile solo attraverso numeri, statistiche, e accurate ricerche. È quello dei minori immigrati scomparsi in Europa. Leggete attentamente: in tre anni, oltre 18.000 bambini e adolescenti non accompagnati spariti nel nulla sul vecchio continente. Svizzera ai primi posti in rapporto alla popolazione: sono stati più di novecento. Complessivamente, fa una media al giorno di 17 piccoli immigrati di cui non si conosce la sorte. Inquietante statistica pubblicata dal ‘Guardian’, in collaborazione con il collettivo giornalistico internazionale “Lost in Europe”. Minorenni in parte fuggiti per raggiungere famigliari e conoscenti. Ma gli altri, sospettano polizie e ong, possibile, probabile preda della criminalità organizzata, “per farne delle vittime dello sfruttamento lavorativo o sessuale” (allarme di “Missing Children Europe”). Potrebbe essere la punta di un iceberg. Diverse nazioni nemmeno tengono il conto dei minori scomparsi. Preferiscono un... liberatorio silenzio a una doverosa presa di responsabilità.

Un secolo di negazionismo
Chi, oltre ai superstiti (coraggiosi e ostinati), ha potuto raccontare la tragedia degli Armeni, l’ignobile massacro (da un milione a un milione e mezzo di morti) compiuto dai ‘giovani ufficiali’ turchi nel 2015? Il primo genocidio del Novecento venne documentato anche dagli ‘scatti’ di Armin Wegner, nobile prussiano (la Germania era alleata della Turchia), ufficiale e fotografo. Ma nemmeno questo bastò.
L’impero ottomano (lo era ancora, per poco tempo), che poi avrebbe sempre e tenacemente negato le sue responsabilità, riuscì subito a stendere una pietra tombale sull’eccidio, memoria tenuta in vita dalle comunità in esilio, da pubblicazioni e da libri (come ‘I 40 giorni del Monte Mussa Dag’ di Franz Werfel), tutto ‘opportunisticamente’ ignorato dalle cancellerie straniere.  Lunga smemoratezza, ed evidente complicità ‘negazionista’. Anche dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto perché la Turchia era membro ‘imprescindibile’ della NATO, il principale bastione anti-russo dell’Alleanza Atlantica. Adesso é diverso. Erdogan fa troppi accordi con Putin, muove i suoi uomini in armi con molta disinvoltura fra nord della Siria e Libia, ha nei confronti dell’Europa un atteggiamento non proprio amichevole, non é più partner affidabile e ‘insostituibile’. Ecco spiegato il ‘timing’ dello storico annuncio di Joe Biden: per gli Stati Uniti vi fu ‘genocidio’ degli Armeni. C’é voluto più di un secolo per la certificazione e l’ammissione di una verità storica. Poche nazione hanno preceduto l’America, la Francia in primis. E la Svizzera, che non ha mai voluto compiere questo passo per evidenti interessi economici, può ancora permettersi di ignorare un atto di giustizia storica?

Gigante del tabacco e... dell ‘antifumo’
Fu sorprendente e spiazzante nel 2017 apprendere l’impensabile: fu quando Philip Morris, il gigante mondiale del tabacco, messo spesso sul banco degli accusati dai difensori della salute pubblica, annunciò la creazione di una “Fondazione per un mondo senza fumo” (Foundation for a Smoke-free World). Sorrisi e solido scetticismo. Insomma, sembrò una presa per i fondelli. Invece dalle parole la Philip Morris passò ai fatti. E i fatti furono che la Fondazione venne effettivamente varata, con un portafoglio di quasi un miliardo di dollari su diversi anni, e con l’obiettivo dichiarato di “porre fine al tabagismo entro una generazione”. E chi fu chiamato a presiedere la Fondazione? Derek Yach, sudafricano, mondialmente riconosciuto come il ‘kaiser’ della sanità pubblica internazionale, tenace ed integerrimo, e soprattutto, ex responsabile all’OMS della campagna mondiale contro il tabagismo. Insomma, scrisse qualcuno con un paragone un po’ infelice, come se un enorme pollaio avesse deciso di aprire i cancelli a un branco di volpi affamate. Quattro anni dopo, a che punto é il promesso impegno della Fondazione? Un'inchiesta di “le Monde” sospetta in realtà Philip Morris di servirsene soprattutto per dividere il fronte anti-tabacco, attraverso generose donazioni a istituti non proprio in primissima linea nella lotta al tabagismo, ma chiamati a dare consigli su strategie alternative (fra l’altro, come passare alla sigaretta elettronica, sulla cui neutralità sanitaria é apertissimo il dibattito). Intanto, ogni anno la sigaretta continua ad uccidere 7 milioni di fumatori al mondo.

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