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Non è un mondo per gente che può piangere, eppure...

CANTONENon è un mondo per gente che può piangere, eppure...

24.11.21 - 07:00
Lacrime liberatorie, dice una recente campagna. Lo psicoterapeuta Luigi Gianini: «Lasciarsi andare non è così facile».
Foto di Davide Giordano
Non è un mondo per gente che può piangere, eppure...
Lacrime liberatorie, dice una recente campagna. Lo psicoterapeuta Luigi Gianini: «Lasciarsi andare non è così facile».
«Questa è una società troppo competitiva e perfezionista – sostiene –. E così paradossalmente la spontaneità viene offuscata dalla realtà». E voi piangete? Il nostro video tra la gente.

BELLINZONA - Piangi, è liberatorio. È uno dei messaggi lanciati da una recente campagna della cassa malati Helsana, con cartelloni sparsi un po' ovunque. Il tema è affascinante. Perché va a sfiorare un atto di cui l'essere umano spesso si vergogna. Cosa significa piangere? E quali benefici porta il pianto? Tio/20Minuti lo ha chiesto a Luigi Gianini, psicologo, psicoterapeuta e sofrologo clinico.

Perché il pianto può essere una "medicina"?
«Perché ha un effetto catartico, scarica le emozioni, porta una sensazione di benessere in particolare nei casi in cui le emozioni sono state trattenute a lungo».

Il pianto è spesso associato alla tristezza...
Ma si può piangere anche di gioia. Per empatia. Perché un proprio caro ha ottenuto un bel traguardo.

Parliamoci chiaro: chi piange in pubblico non sempre è ben visto.
«È vero. E vale soprattutto per i maschi. Il pianto è una reazione che spesso è stata repressa perché associata a un fattore di debolezza. Siamo cresciuti con l'idea del dovere tenere duro, dell'essere forti e irremovibili. Anche a livello posturale. In altri Paesi c'è ancora maggiore rigidità, la variabile culturale è importante». 

Sembra però che si vada verso un cambiamento. O no?
«Da un certo punto di vista sì. Iniziamo ad accettare che gli esseri umani hanno dei limiti e provano delle emozioni. Il pianto è l'espressione di uno stato interno di tristezza, rabbia o felicità. Anche a livello scolastico si nota una maggiore attenzione all'educazione emotiva».

Molta gente non riesce proprio a piangere. Nemmeno in privato. Come lo spiega?
«L'ambiente in cui si nasce e si vive gioca un ruolo chiave. C'è chi non è abituato a lasciare andare le emozioni. Poi possono esserci anche fattori "clinici" soggettivi. Talvolta il fatto di non riuscire a scaricare queste emozioni in una condizione di lutto o di forte stress impedisce l'elaborazione di quanto vissuto». 

I social e il mondo dell'immagine hanno una responsabilità?
«L’utilizzo dei social implica il bisogno di esporsi con modalità implicanti una “falsa immagine di sé”. Proprio poiché l’esporsi con un  proprio universo emotivo reale e autentico potrebbe compromettere l'immagine che gli altri hanno di noi. Possiamo chiederci se queste forme comunicative agevolino o riducano, soprattutto nelle fasce più giovani, la possibilità di esprimere determinati stati emotivi».

Non piangere comporta la somatizzazione delle tensioni? 
«La letteratura ci riporta esempi in tal senso. L'autore Fritz Zorn, cresciuto in un contesto in cui non si poteva piangere, ci parlava di "lacrime rientrate". Di un pianto che, se non espresso, può trasformarsi in male fisico». 

La società è davvero pronta per una svolta emotiva?
«No. C'è ancora molto da fare. E ci sono parecchi ostacoli. C'è tanta competizione. E il concetto di competizione contrasta quello che può essere un processo di spontaneità emotiva. Siamo nell'era del perfezionismo. Come ci si può abbandonare liberamente al pianto con questa premessa? È paradossale, ma reale». 

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