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30.12.2020 - 07:380
Aggiornamento : 09:58

«I giovani non si fanno testare per evitare l'isolamento a casa»

Viaggio sull'altopiano del coronavirus assieme a Christian Garzoni, direttore sanitario della Moncucco

Lo specialista in malattie infettive invita a mantenere alta la guardia: «Ma non perdiamo una sana positività, perché si vede anche la luce in fondo al tunnel»

LUGANO - La paura, grossomodo due settimane fa, era di avere una terza ondata che si levava direttamente dalla seconda. Una situazione potenzialmente «esplosiva» l’aveva definita il dottor Christian Garzoni. «La situazione non cambiata sostanzialmente da allora - spiega il direttore sanitario della Clinica Moncucco -. Allora c’era una concomitanza di fattori, tra cui gli ospedali quasi pieni e l’imminenza delle festività che potevano allentare l’attenzione. La paura era appunto di una terza ondata sulla seconda».

Cosa è cambiato nel frattempo?
«La differenza è che questa paura è stata condivisa dall’autorità federale che ordinando la chiusura degli esercizi pubblici ha messo un ulteriore freno alla possibilità della popolazione di interagire. Ciononostante i numeri dell’epidemia sono rimasti stabili, gli ospedali e le cure intense piene e ristagnano e i decessi continuano. E non dimentichiamo che le feste sono ancora in essere. La situazione resta quindi delicata e una terza onda sulla seconda non sarebbe assorbibile dal sistema sanitario».

La chiusura di bar e ristoranti non sembra aver sortito effetti. È prematuro oppure l’effetto c’è ma si scontra con i comportamenti meno attenti?
«Bisognerà attendere ancora qualche giorno per vederne appieno gli effetti, ma l’impressione è che saranno controbilanciati dalla tendenza a incontrarsi maggiormente durante le feste. Veramente peccato, prendere dei rischi adesso che arriva il vaccino».

Il periodo natalizio porta con sé altri aspetti critici?
«Osserviamo che ci sono sempre meno giovani che si fanno testare. È possibile che i numeri in diminuzione dei contagi siano falsati da una sotto-diagnosi delle persone giovani che non hanno nessuna voglia di sentirsi dire che hanno il Covid per finire chiusi in casa o dover dire ai contatti di fare una quarantena. Questo è estremamente pericoloso perché il virus continua a circolare troppo, e il canton Ticino resta quello più critico in Svizzera».

Qual è l’indicatore che più la preoccupa oggi? 
«Mi preoccupano i numeri assolutamente costanti dei pazienti ospedalizzati e quelli delle cure intensive e dei decessi. Questo altopiano è maledettamente lungo e contiene in sé due grossi pericoli. Uno, che strada facendo, la stanchezza possa avere la meglio sulla popolazione e già adesso si è purtroppo “abituata” a una situazione “di emergenza” come quella attuale e ai morti. E poi c’è la spada di Damocle di una terza onda sulla seconda, senza una grande capacità di assorbirla».

Lo sforzo della Moncucco, in termini di posti letto Covid, ormai rasenta quello della Carità. 
«La Clinica Moncucco si è impegnata massicciamente sin dall’inizio contro il Covid per la popolazione e la collaborazione con La Carità è ottima sia a livello di medici che di organizzazione. Ci sentiamo quotidianamente e coordiniamo i nuovi ricoveri in maniera da usare al meglio le risorse disponibili per la popolazione ticinese».

Il vostro personale sanitario è oggi al limite o reggerebbe un’ulteriore ondata?
«Penso, ma il mio discorso vale un po’ per tutti, che il personale sanitario sia globalmente molto stanco, perché il paziente Covid è ammalato in maniera diversa da un paziente abituale e richiede molte cure e molto sostegno. L’alto tasso di decessi, attorno al 13% degli ospedalizzati, fa sì che anche il personale sia costantemente confrontato con i lutti. È l’aspetto forse più logorante. Senza contare le molte assenze del personale per malattia Covid. E infine c'è questo altopiano psicologicamente sfiancante, che avrà una fine tra vari mesi. Il personale resta motivato e disponibile ad aiutare la popolazione, ma la stanchezza si fa sentire e speriamo che regga».

Il 2020 è stato anche l’anno della pressione mediatica su di lei e pochi altri suoi colleghi. Quanto le pesa questa sovraesposizione?
«La gestione di un problema come il Covid necessita di una comunicazione efficace e di una popolazione unita e motivata a giocare la partita assieme contro un avversario comune. Mi è sempre sembrato molto utile investire del tempo per fare in modo che le persone non si ammalassero di questa malattia. La “prevenzione” è sempre la migliore medicina, i messaggi sono semplici “distanze, mascherina, igiene delle mani e buon senso”... E senza perdere una sana positività, perché finalmente si vede anche la “luce in fondo al tunnel”. Il mio lavoro però resta evidentemente quello di medico a curare gli ammalati e a gestire i problemi legati alle malattie infettive».

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