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SIRIA
16.10.2019 - 22:010

I curdi interrompono la lotta all'Isis: «Non è più una priorità»

Le truppe di Assad avanzano nel nord-est della Siria ed entrano a Kobane

DAMASCO - Le forze curdo-siriane nel mirino dell'offensiva turca annunciano di aver bloccato le proprie operazioni contro l'Isis, mentre quelle del presidente siriano Bashar al Assad avanzano nel nord-est della Siria ed entrano a Kobane, la città simbolo proprio della resistenza curda allo Stato islamico.

Sull'altro fronte, il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, che il 22 ottobre volerà a Mosca per incontrare Vladimir Putin, resta sordo agli appelli dei leader mondiali e offre un cessate il fuoco solo se «i terroristi se ne andranno dalla zona di sicurezza» che Ankara vuole creare al confine con la Siria: solo allora, avverte, «l'operazione Fonte di pace finirà».

«Avevamo già sottolineato che la guerra all'Isis non sarebbe più stata una priorità, per quanto ci riguarda, in caso di attacco turco. Per questo, tutte le nostre operazioni anti-Isis sono interrotte», ha annunciato il generale Mazloum Kobani, comandante in capo delle forze curdo-siriane (Sdf). «Abbiamo chiesto al presidente Donald Trump di mantenere le proprie promesse, per assicurare la stabilità della regione e proteggere le zone dove abbiamo combattuto l'Isis», ha aggiunto, sottolineando che l'americano avrebbe promesso «di chiamare Erdogan per fermare gli attacchi».

Peccato che Trump abbia nel frattempo confermato il ritiro delle truppe Usa dalla regione e preso a modo suo le distanze: «È un conflitto tra Turchia e Siria, noi non siamo i poliziotti del mondo. E' tempo di tornare a casa. La Siria può ottenere l'aiuto dalla Russia e va bene: c'è molta sabbia con cui giocare lì...». Per il tycoon, «le sanzioni sono più efficaci per mantenere la stabilità che la presenza delle truppe Usa», e del resto «i curdi non sono degli angeli», anzi «il Pkk è peggio dell'Isis».

Non la pensano così a Washington, dove con un voto bipartisan la Camera Usa ha condannato la decisione del presidente di ritirare le truppe dalla Siria.

In questo caos, Erdogan ha ribadito che non ci sarà alcuna trattativa con i curdi, perché «non è mai accaduto nella storia della Repubblica turca che lo Stato si segga allo stesso tavolo di un'organizzazione terroristica». Ma dopo una settimana di raid e scontri che hanno provocato centinaia di morti e almeno 250 mila sfollati, l'offensiva comincia a segnare il passo. Frenata dall'intervento della Russia, che ha scortato l'esercito di Assad ai confini dell'area invasa da Ankara, a Manbij e in serata anche a Kobane, l'operazione militare sta vivendo ore decisive sul piano diplomatico.

Erdogan è alla vigilia dell'incontro ad Ankara con il vicepresidente americano Mike Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo, inviati d'urgenza per cercare una tregua. Un incontro teso ancor prima di cominciare, dopo che il leader turco li ha pubblicamente snobbati («Quando verrà Trump, vedrò lui»), salvo poi fare una brusca retromarcia. «Il nostro obiettivo - ha spiegato Pompeo - non è rompere le relazioni con la Turchia, che è un membro Nato con cui condividiamo importanti interessi di sicurezza, ma negare ad Ankara la capacità di continuare la sua offensiva in Siria. Erdogan deve fermarla».

In ben altro modo è stato accolto dal presidente turco l'invito di Vladimir Putin a recarsi in Russia: l'incontro tra i due leader è in programma il 22 ottobre. Il Cremlino, che ha smentito le voci di un trilaterale aperto anche al presidente siriano Assad, si delinea sempre più come arbitro del conflitto. Dopo aver schierato la sua polizia militare come forza d'interposizione, Mosca sembra pronta a trattare la fine delle ostilità.

Le pressioni per una tregua continuano da tutto il mondo. Dalla Casa Bianca il presidente Sergio Mattarella ha ribadito con forza la «condanna» italiana di un'offensiva che rischia anche «di offrire spazi impensati all'Isis». Il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio ha firmato l'annunciato atto interno alla Farnesina per bloccare le vendite future di armi alla Turchia e avviare un'istruttoria sui contratti in essere, mentre a seguito delle tensioni è stato annullato il Forum economico italo-turco previsto tra una settimana a Istanbul.

A ridosso del confine gli scontri continuano. L'aviazione e l'artiglieria di Ankara hanno martellato ancora Ras al Ayn. Scontri si sono registrati anche nei pressi dell'autostrada strategica M4, che attraversa il nord della Siria da Aleppo all'Iraq. Per la Difesa turca, sono 653 i «terroristi neutralizzati» (cioè uccisi, feriti o catturati). Cifre lontane da quelle dell'Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus), che conta 185 combattenti curdi e 164 miliziani siriani filo-Ankara uccisi. E mentre Erdogan continua a escludere «massacri di civili», ancora secondo l'Ondus si contano almeno 71 vittime tra la popolazione.

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