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20.10.2020 - 20:000
Aggiornamento : 22:17

«Sei anni che vivo ad Airolo, ma non mi rinnovano il permesso»

Il racconto di uno dei lavoratori a cui è stato negato il rinnovo del "patentino" LAPIS.

Il sindacalista Gargantini: «Chi non dovrebbe lavorare invece lavora. Ci attendiamo un passo indietro».

BELLINZONA - «Sono 6 anni che vivo ad Airolo, 5 che lavoro per Prosegur, ma nonostante questo hanno deciso di non rinnovarmi il permesso». S.* è tra i lavoratori che rischiano di pagare a caro prezzo la decisione del Dipartimento delle Istituzioni di non rilasciare, o appunto rinnovare, le autorizzazioni ai sensi della Legge sulle attività private d’investigazione e sorveglianza (LAPIS) a lavoratori frontalieri o residenti in Ticino da meno di 5 anni. 

«In Ticino da 6 anni, ma non mi rinnovano il permesso» - Quello di S., a dire il vero, è un caso anomalo. Tecnicamente, infatti, dovrebbe rientrare tra coloro i quali possono usufruire del rinnovo. «Ho tanto di certificato che dimostra la mia continuità lavorativa da più di 5 anni». C'è un però: per i primi quattro, l'agente di sicurezza ha lavorato a tempo parziale e con un permesso L (di dimora temporanea). «In quegli anni oltre al lavoro seguivo i corsi di formazione. Sono uno dei dipendenti più specializzati in azienda. Pago le tasse, l'affitto, la cassa malati. Non ho precedenti penali, né debiti pendenti. Perché devo essere trattato così? E vero, da soli due anni sono in possesso del permesso B, ma ho sempre vissuto in Ticino. Lo dimostrano il mio contratto d'affitto e la continuità scolastica di mio figlio». 

Eppure (per ora solo telefonicamente), all'azienda il rinnovo del suo permesso è stato negato. «Mi mettono in una condizione critica, quella di non poter più mantenere la mia famiglia. Se dovrò cambiare lavoro lo farò, ma quanto sta accadendo non mette in difficoltà soltanto me. Ho colleghi che risiedono in Italia e sono terrorizzati. Parliamo di famiglie che rischiano di trovarsi in serie difficoltà dall'oggi al domani». 

«Decine di famiglie a rischio» - Decine di famiglie, stando a Giangiorgio Gargantini di Unia, che la questione la sta seguendo da vicino. Lo stesso sindacato di cui è segretario regionale, infatti, ha chiesto ieri il ritiro di questa decisione additandola, senza mezzi termini, quale prova di un «uso strumentale della legge da parte del capo del dipartimento Norman Gobbi». 

Per Gargantini, il caso in questione dimostra che «possono essere toccate anche persone con più di 5 anni di esperienza. Che magari hanno iniziato con un permesso G e ora sono residenti. Per questo chiediamo che ritirino questa decisione assurda. Sappiamo che anche le stesse agenzie sono intervenute su questa problematica». 

E se, come conferma il sindacalista, qualche datore di lavoro sta trovando degli escamotage per conservare i dipendenti più fidati, «magari mettendoli a fare altri compiti, ma ovviamente a una retribuzione inferiore e spesso insufficiente», altre realtà potrebbero vedersi costrette a licenziare. «E magari a perdere un lavoratore fidato, valido e formato che soddisferebbe tutti i criteri per poter lavorare».

«Una decisione politica» - Gargantini ribadisce quanto sottolineato da Unia: «Sembra a tutti gli effetti una decisione politica. Sostengono che non ci sia più reciprocità da parte italiana, ma da tutti gli elementi che abbiamo raccolto ciò non corrisponde al vero. Non ci pare che siano state negate informazioni o altro che giustifichi una reazione di questo tipo da parte del DI». 

Che per il momento tace. «Ci aspettiamo una risposta chiara che spieghi quale sia il problema. Se c’è cercheremo di risolverlo. Se invece come crediamo non c’è, è giusto che si faccia un passo indietro e si permette alla gente di lavorare». 

«Chi non dovrebbe lavorare invece lavora» - Gargantini, infine, fa notare quella che ritiene essere un’incoerenza da parte del DI: «Le autorizzazioni, sulla carta, possono essere negate anche alle aziende, se non rispecchiano determinati requisiti. E noi ne abbiamo denunciate già un paio. Abbiamo fatto i nomi di persone che nonostante siano protagoniste di fallimenti seriali continuano a operare come niente fosse. E sono a capo di aziende che ai sensi della legge non potrebbero più lavorare. Quando diciamo che fanno i forti con i deboli e i deboli con i forti, ecco, intendiamo questo».

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