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Save the Children annuncia a Lugano il suo primo fondo Bitcoin

Antonia Roupell, responsabile innovazione della nota ONG, ha annunciato al Plan ₿ Forum un fondo che mantiene le donazioni in Bitcoin anziché convertirle. Obiettivo: raggiungere le famiglie in crisi più velocemente che con il sistema bancario tradizionale.
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Antonia Roupell, responsabile innovazione della nota ONG, ha annunciato al Plan ₿ Forum un fondo che mantiene le donazioni in Bitcoin anziché convertirle. Obiettivo: raggiungere le famiglie in crisi più velocemente che con il sistema bancario tradizionale.

Nel 2013, un donatore che possedeva Bitcoin volle contribuire alla risposta di “Save the Children” al tifone Haiyan, nelle Filippine. L'organizzazione trovò il modo di accettarli, diventando la prima ONG internazionale a ricevere una donazione nella valuta digitale. Dodici anni dopo, quello che era stato un esperimento isolato è diventato l’elemento centrale di una strategia. E proprio nel corso del Plan ₿ Forum di Lugano - durante la quarta edizione della conferenza di riferimento in Europa per Bitcoin e le tecnologie decentralizzate, ospitata al Palazzo dei Congressi il 24 e 25 ottobre scorsi - Antonia Roupell, responsabile innovazione e partnership di Save the Children US, ha annunciato il lancio del primo fondo umanitario alimentato in Bitcoin. Roupell, che lavora nel settore umanitario da quasi vent'anni, ha aperto il suo intervento con una premessa: «L'inclusione finanziaria non è solo una questione di libertà e di opportunità. Ho imparato, proprio dalle famiglie che ho incontrato, che molto spesso è una questione di vita o di morte». Save the Children, come noto, è la principale organizzazione mondiale per i diritti dell'infanzia e opera in oltre 100 paesi, raggiungendo più di 100 milioni di bambini ogni anno.

“Più veloce dei soldi”

Il panel ha preso così il via, a partire dall’analisi di un problema che il pubblico generalista raramente associa agli aiuti umanitari: la “lentezza” del denaro. «Il sistema di trasferimento dei fondi, alla sua base, è farraginoso, si blocca o fallisce. E quando accade questo, tutto ciò che ne dipende diventa lento o impossibile da eseguire», ha spiegato Roupell. Un aneddoto, in particolare, ha reso il concetto più immediato: durante il terremoto che colpì l'isola di Sulawesi - in Indonesia, nel 2018 - la relatrice partì da Londra e arrivò sul posto impiegando due giorni e utilizzando tre voli. I fondi internazionali, invece, non avevano ancora raggiunto l'ufficio di Giacarta. «Ho viaggiato più veloce del denaro», ha sintetizzato, con un velo di amara ironia. Un problema, questo, che si amplifica nei contesti più estremi: a Gaza, ha ricordato, il 98% delle infrastrutture bancarie è fuori uso a causa dei bombardamenti, con un'inflazione fuori controllo. In paesi come il Sudan e la Siria, poi, oltre tre quarti della popolazione non ha accesso a un conto bancario e, ancora oggi, nel mondo, quasi 500 milioni di bambini vivono in zone di conflitto: uno su sei.

Il denaro come aiuto più efficace

Inoltre, Roupell ha voluto evidenziare un concetto che sta aprendo nuove prospettive per il settore umanitario: la cash assistance, ovvero la distribuzione diretta di denaro alle famiglie, anziché di beni. «È un modo più etico di aiutare: permette a una famiglia di determinare ciò di cui ha davvero necessità. Magari non ha bisogno di farina, ma di pagare il costo di un intervento chirurgico per il proprio figlio», ha sottolineato. Solo nell'ultimo anno, Save the Children ha distribuito 137 milioni di dollari secondo questo concetto, raggiungendo quasi un milione e mezzo di famiglie. E se il denaro è lo strumento più efficace, il modo in cui lo si trasferisce, chiaramente, diventa un fattore determinante.

Un fondo che «parla» Bitcoin

È da queste premesse che nasce il Bitcoin Fund, l’iniziativa annunciata proprio a Lugano lo scorso ottobre. Si tratta di un fondo sviluppato in partnership con Fortris - società specializzata nella custodia di asset digitali - che consente a Save the Children di mantenere le donazioni ricevute in Bitcoin piuttosto che convertirle automaticamente in valuta tradizionale, come avviene nella quasi totalità dei casi in cui le ONG accettano valute digitali. «Molte organizzazioni non profit oggi accettano Bitcoin, ma pochissime lo custodiscono o sfruttano la sua tecnologia peer-to-peer nelle proprie operazioni», ha precisato Roupell. Il fondo, nello specifico, prevede due modalità: i donatori possono scegliere che il proprio importo venga conservato per un massimo di quattro anni - per massimizzarne il valore nel tempo - oppure che sia distribuito direttamente alle famiglie attraverso programmi di assistenza in denaro.

L'obiettivo per il primo anno è raccogliere 100 Bitcoin. Il percorso verso questo annuncio è passato attraverso progetti pilota concreti: nelle Filippine, ad esempio, dove alcuni giovani hanno svolto micro-lavori da mobile venendo pagati in Bitcoin; o in Bhutan, dove un workshop sull’app Fedi ha introdotto giovani partecipanti all’uso di wallet digitali (con il 90% dei partecipanti che ha dichiarato di voler raccomandare lo strumento ai propri coetanei). A spingere verso l’istituzione del fondo, infine, sono stati anche i recenti tagli ai fondi governativi destinati agli aiuti internazionali, che secondo Roupell rendono urgente diversificare le fonti di finanziamento: «Questi tagli sono stati devastanti, ma rappresentano anche un'opportunità per decentralizzare la nostra dipendenza dai governi e innovare davvero».

Il Plan ₿ Forum tornerà a Lugano, con la sua quinta edizione, venerdì 23 e sabato 24 ottobre di quest’anno. Per ulteriori informazioni e per riservare i tuoi biglietti, visita la pagina ufficiale.

Vuoi ascoltare l'intervento completo di Antonia Roupell? La registrazione integrale è disponibile sul canale Rumble della manifestazione, insieme a tutti gli interventi della quarta edizione del Forum luganese.


Questo articolo è stato realizzato da Lugano's Plan ₿, non fa parte del contenuto redazionale.

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