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SPAZIO
20.08.2020 - 08:000

Un telescopio a gravità solare per scoprire segni di vita su pianeti lontani

La NASA sta finanziando la ricerca per un telescopio in grado di mostrare la morfologia e la superficie degli esopianeti

Negli ultimi decenni sono stati scoperti più di 4.000 nuovi pianeti oltre il nostro Sistema solare, i cosiddetti esopianeti. Ovviamente sono stati osservati solo come piccoli e semplici puntini.
Tuttavia, nei prossimi anni, è molto probabile che ne potremo osservare anche la morfologia e alcune caratteristiche della superficie, come ad esempio la presenza di vegetazione, montagne, o addirittura segni di abitabilità.
Se ciò accadrà sarà grazie a un nuovo progetto finanziato dalla NASA che prevede di realizzare un telescopio futuristico, chiamato Solar Gravity Lens (SGL), da inviare lontano dal sole in modo da sfruttare il suo immenso campo gravitazionale. Ciò permetterebbe di osservare sistemi planetari lontani con una risoluzione sorprendente e magari di scoprire una volta per tutte se vi sono altri pianeti abitabili nell’universo.
«La lente a gravità solare è un dono unico della natura che ci permette di prendere direttamente immagini ad alta risoluzione di fonti deboli», ha dichiarato Slava Turyshev, fisico del Jet Propulsion Laboratory della NASA e Project manager dell’SGL. Turyshev e il suo team hanno già ricevuto circa 500.000 dollari di finanziamenti dal programma dell’Institute for Advanced Concepts (NIAC) della NASA per condurre lo studio.
L’SGL si distingue dagli altri telescopi spaziali per l’uso di una lente gravitazionale che potrebbe utilizzare l’effetto noto come Anello di Einstein. Secondo questo fenomeno la luce di una stella o di una galassia lontana si piega alla forza gravitazionale di un’altra galassia più vicina, ingrandendo così l’immagine dell’oggetto lontano. Questo ci aiuta a vedere galassie troppo distanti con i telescopi più sofisticati. Ma grazie all’SGL ci sarà la possibilità di usare il sole stesso come lente d’ingrandimento per vedere non solo galassie luminose, ma anche pianeti deboli e umili.
Ciò potrà accadere a condizione di posizionare l’osservatorio nel punto focale. Per un esopianeta distante 100 anni luce, il punto focale si trova a 97 miliardi di chilometri di distanza, 16 volte più lontano dal Sole di Plutone. Voyager 1, la sonda che si è avventurata più lontana nello spazio, ha impiegato 40 anni per percorrere 20 miliardi di chilometri. Per arrivarci più velocemente, allora, i ricercatori hanno pensato a una soluzione che preveda l’uso di vele solari.
Le vele solari ricevono una spinta dalla pressione della radiazione del Sole e la usano per acquistare velocità. In questo modo, un veicolo SGL volerebbe vicino al Sole, aumenterebbe la velocità e si lancerebbe verso i confini esterni del Sistema solare in soli 25 anni. Inoltre, invece di usare pesanti astronavi, i fisici della NASA hanno pensato a piccole sonde come i CubeSats, che potrebbero autoassemblarsi per creare un unico sistema ottico di dimensioni più grandi.
Il progetto SGL presenta ovviamente ostacoli difficili da superare. Tuttavia, il successo potrebbe arrivare grazie all’approccio unico dei progetti NIAC, basati sulla cooperazione tra diverse agenzie e istituzioni di ricerca, al fine di sviluppare innovazioni tecnologiche in grado di proiettarci nel futuro.

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