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MEDIO ORIENTE

Quel che resta di Gaza: distrutti 9 edifici su 10

Sono passati tre anni dall'attacco di Hamas contro Israele e la pace nella regione è ancora lontana. Per non parlare della ricostruzione
Quel che resta di Gaza: distrutti 9 edifici su 10
Sono passati tre anni dall'attacco di Hamas contro Israele e la pace nella regione è ancora lontana. Per non parlare della ricostruzione

A descrivere la Striscia di Gaza, o quel che ne resta tre anni dopo il 7 ottobre 2023, basterebbero le immagini satellitari che Google Earth ha da poco aggiornato. Il 'prima e dopo' di alcuni quartieri di Rafah e Khan Yunis è impietoso: distese di macerie, polvere e sabbia al posto di palazzi ed edifici che la mappa si ostina a indicare come 'scuola', 'moschea' o 'ristorante'. Una poltiglia gialla e grigia, macchiata dalle chiazze verdognole dei pochi alberi che resistono, nonostante tutto.

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Una strage chiama l'altra
All'indomani del massacro compiuto da Hamas nel sud dello Stato ebraico, le forze israeliane risposero con l'operazione 'Spada di Ferro' con l'obiettivo di distruggere l'organizzazione terroristica e liberare gli ostaggi israeliani catturati dai miliziani. Da allora, gli attacchi aerei e di terra dell'Idf sulla Striscia hanno decapitato i vertici di Hamas, compresi la mente e il braccio del 7 ottobre, Yahya Sinwar e Mohammed Deif, ma non hanno risparmiato la popolazione civile: in tre anni di guerra almeno 74mila persone sono state uccise dalle bombe o dalla fame, e 175mila sono rimaste ferite, secondo dati dell'Ocha, l'Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari. E oltre l'80% delle vittime era costituito da civili, ha rivelato un'inchiesta del Guardian basata su un database dell'intelligence militare israeliana.

Un'ecatombe per la quale il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant sono ricercati dalla Corte penale internazionale con l'accusa di crimini di guerra e crimini contro l'umanità, per omicidio, persecuzione e per aver usato la fame come arma.

Eliminare tutti gli esecutori del 7 ottobre
Il governo di Tel Aviv non arretra dalla sua linea di condotta nei confronti di Hamas e, anzi, in vista del terzo anniversario, sta incrementando gli sforzi per eliminare tutti i miliziani palestinesi coinvolti nella pianificazione e nell'esecuzione degli attacchi. Le Forze israeliane di difesa e lo Shin Bet hanno annunciato di aver ucciso Saher Nidal Latfi Sakr, indicato come uno degli uomini coinvolti nel rapimento di Noa Argamani. All'operazione ha partecipato anche l'unità Gideonim 33 di Lahav 433.

Sakr era stato ripreso mentre portava Argamani e Avinatan Or dal festival musicale Nova alla Striscia di Gaza sul retro di una motocicletta. Un'immagine che era diventata emblematica di quella giornata. Secondo l'esercito israeliano, era affiliato a organizzazioni jihadiste internazionali e durante la guerra avrebbe fornito armi ad Hamas e preparato attacchi contro soldati e civili israeliani. Argamani è stata liberata l'8 giugno 2024 insieme ad altri tre ostaggi, mentre Or è stato rilasciato nell'ottobre 2025.

Le autorità israeliane hanno inoltre annunciato l'uccisione di Muhammad Hamad Muhammad Gabain, comandante dell'ala militare di Hamas, colpito martedì nel nord della Striscia. Secondo Israele, era coinvolto nella detenzione di nove ostaggi rapiti il 7 ottobre: Ziv Berman, Gali Berman, Eitan Mor, Liri Albag, Agam Berger, Matan Angrest, Omri Miran, Keith Siegel e Alon Ohel.

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Un anno fa l'accordo: ma cos'è cambiato?
Morte e distruzione non si sono mai del tutto fermate, nemmeno con il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, più volte violato da Israele e Hamas, con un bilancio di almeno altre 1.400 vittime palestinesi nell'ultimo anno. L'accordo era stato sancito in pompa magna da Donald Trump, con un piano in 20 punti e la nascita del Board of Peace, organismo personalistico voluto e creato dal presidente americano per gestire il dopoguerra e la ricostruzione della Striscia, che però ancora oggi stenta a realizzare i suoi stessi progetti.

Archiviato l'irrealistico modello 'Gaza Riviera' che intendeva trasformare l'enclave in un resort di lusso, solo a fine settembre di quest'anno è stato presentato all'Onu un piano da 2,4 miliardi di dollari per i primi interventi, che comprendono la rimozione delle macerie, la costruzione di alloggi temporanei e di una base che possa ospitare i 5.000 militari della Forza internazionale di stabilizzazione: un contingente multinazionale, di cui ancora non sono del tutto chiare né la composizione né le regole di ingaggio, da interporre tra Hamas, che a parole ha accettato un parziale disarmo, e Israele, che continua ad occupare il versante est della Linea Gialla, allargata a oltre il 60% del territorio, che ha di fatto diviso in due la Striscia.

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Il programma del Board of Peace è stato illustrato a margine dell'Assemblea generale dell'Onu a settembre. Secondo il Consiglio, riparare i danni provocati dagli attacchi israeliani costerà circa 35 miliardi di dollari nel medio periodo, ai quali si aggiungeranno 71,4 miliardi nei prossimi dieci anni. L'attuazione del piano dipende però dal disarmo di Hamas, ha precisato l'alto rappresentante Nikolay Mladenov. A luglio Hamas e altre fazioni palestinesi hanno sottoscritto un documento che delinea il loro disarmo a Gaza. Mladenov non ha indicato scadenze: «Non siamo vincolati a un calendario. Vogliamo assicurarci che il piano funzioni».

10 anni (e miliardi di dollari) per ripartire da zero
Altre migliaia di corpi, fino a 10.000 secondo le stime dell'Onu, sono inoltre ancora sepolti sotto le macerie dell'enclave palestinese. Stando alle Nazioni Unite, il 92% degli edifici è stato distrutto o danneggiato, i detriti ammontano a 61 milioni di tonnellate: rimuoverli richiederà tra i 7 e i 10 anni, e decine di miliardi di dollari. La popolazione palestinese si appresta così a vivere un altro inverno nelle tende o in rifugi di fortuna, come quelle poche case rimaste in piedi, ma pronte a crollare al primo scossone.

Gli aiuti umanitari continuano ad arrivare con il contagocce, l'acqua potabile scarseggia, e i danni agli ospedali e la carenza di attrezzature hanno ridotto praticamente a zero le capacità sanitarie della Striscia. Il tutto nel buio dei media internazionali, ai quali Israele vieta ancora l'accesso a Gaza, e all'ombra delle elezioni israeliane del 27 ottobre, che Netanyahu ha di fatto reso un referendum sul suo operato contro l'aspirazione dei palestinesi a vivere in un proprio Stato.

I coloni e la campagna elettorale
Intanto il 27 ottobre si tornerà a votare. Il fallimento dell'intelligence e delle forze di difesa, che non hanno saputo né prevenire né contrastare le azioni dei terroristi di Hamas tre anni fa, è al centro del dibattito. In questi giorni si sta imponendo sempre di più un altro tema: quello delle violenze dei coloni ai danni dei palestinesi in Cisgiordania. Un episodio emblematico è avvenuto una decina di giorni fa: una famiglia palestinese è riuscita a rientrare nella propria abitazione due mesi dopo essere stata costretta ad andarsene. Poche ore più tardi, però, è stata nuovamente aggredita dai coloni israeliani, che hanno incendiato la casa e l'auto di famiglia. All'assalto, avvenuto a Jalud, nel nord della Cisgiordania, hanno partecipato più di cento persone.

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La casa di Mahmoud Tubasi era stata assediata dai coloni all'inizio dell'estate e la famiglia aveva dovuto lasciarla verso la fine di luglio, ha raccontato l'uomo alla CNN. Dopo diversi tentativi di riottenerla per via legale, martedì mattina i Tubasi sono stati scortati sul posto dalla polizia e dall'esercito israeliani. L'abitazione era devastata: un video girato dal figlio mostra detriti, porte ed elettrodomestici distrutti e ampi squarci nei muri. Poco dopo, più di cento coloni hanno fatto irruzione nell'edificio, aggredendo la famiglia e gli agenti presenti e costringendoli ad andarsene. Le immagini riprese dai residenti mostrano la casa in fiamme e, all'alba, gli interni carbonizzati.

L'esercito israeliano ha dichiarato di essere intervenuto «per disperdere i rivoltosi israeliani e proteggere i residenti della zona». Due sospetti sono stati fermati dopo che «più di 100 israeliani (...) hanno bloccato le strade, dato fuoco a pneumatici e lanciato pietre contro le forze di sicurezza». Le violenze dei coloni non hanno suscitato solo condanne internazionali, ma sono diventate la principale arma per attaccare il premier Netanyahu. Gadi Eisenkot, il suo principale sfidante, ha attribuito queste azioni a una «politica pericolosa» del governo.

Crescere con la paura
Intanto «i bambini palestinesi continuano a vivere nella paura», ha denunciato un funzionario dell'Ocha a settembre. «Non la paura del primo giorno di scuola o di esami difficili, ma la paura delle bombe, la paura dei proiettili, la paura di essere separati dalle loro famiglie». Tuttavia «la sofferenza dei bambini palestinesi non è inevitabile», ha incalzato, esortando a «rispettare il diritto internazionale, proteggere i bambini, garantire l'accesso umanitario a chiunque ne abbia bisogno, dare loro la possibilità di vivere, imparare e crescere». Ma, per ora, i bambini di Gaza «sognano solo di sopravvivere».

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L'Unicef ha lanciato un appello da 97,5 milioni di dollari per sostenere circa 540mila bambini e le loro famiglie nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania durante il prossimo inverno, segnato dal rischio di freddo intenso, piogge e inondazioni. A Gaza quasi l'84% della popolazione, oltre 1,76 milioni di persone, vive ancora in siti per sfollati sovraffollati o in rifugi danneggiati e inadeguati. Neonati, bambini piccoli e minori con patologie croniche sono particolarmente esposti all'ipotermia, alle malattie legate al freddo e alle precarie condizioni abitative. Lo scorso inverno sarebbero morti per ipotermia almeno 11 bambini, tra cui alcuni neonati.

«Per centinaia di migliaia di bambini, l'inverno non è soltanto una difficoltà stagionale: i mesi invernali rappresentano un'ulteriore minaccia alla loro sopravvivenza, alla loro sicurezza e al loro benessere», ha dichiarato Jonathan Veitch, rappresentante speciale dell'Unicef nello Stato di Palestina.


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