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Una psicologa rivela: «Aiutare gli altri fa vivere più a lungo»

Olga Klimecki studia emozioni, compassione e relazioni sociali. In questa intervista spiega perché le persone empatiche vivono più a lungo e come aiutare gli altri possa rendere felici anche noi stessi.
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Una psicologa rivela: «Aiutare gli altri fa vivere più a lungo»
Olga Klimecki studia emozioni, compassione e relazioni sociali. In questa intervista spiega perché le persone empatiche vivono più a lungo e come aiutare gli altri possa rendere felici anche noi stessi.
di Anja Zingg

Le ricerche dimostrano che quando si aiuta qualcuno, il cervello reagisce come se ricevesse una ricompensa.

Olga Klimecki si occupa di questo tema da anni. Si concentra sulla promozione della salute e dirige il dipartimento di psicologia biologica all’Università di Innsbruck.

Signora Klimecki, cosa succede nel cervello quando aiutiamo qualcuno?
«Si attivano i centri della ricompensa, in particolare il nucleo accumbens, lo stesso coinvolto quando riceviamo qualcosa di piacevole».

Quindi aiutare è come ricevere una ricompensa?
«Sì, ed è per questo che si prova una sensazione di calore e benevolenza».

«L’essere umano è profondamente sociale. Abbiamo bisogno gli uni degli altri per sopravvivere.»
Olga Klimecki

Ci sono ipotesi sul motivo per cui il cervello reagisce in questo modo?
«Esistono diverse teorie. Da un lato, sappiamo naturalmente che, come società, otteniamo un vero progresso collaborando tra noi, superando insieme le sfide e trovando soluzioni. L’unione fa la forza».

Quali altre ipotesi ci sono?
«L’essere umano è profondamente sociale. Abbiamo bisogno gli uni degli altri e delle interazioni sociali per sopravvivere: la solitudine è un grande fattore di rischio di morte prematura. E la ricerca dimostra che le persone socialmente attive vivono più a lungo».

Aiutare è sempre altruista?
«No, ci sono diversi motivi per aiutare gli altri. Da un lato, questo comporta un riconoscimento sociale. Ci sono anche persone che si sentono così stressate dalla sofferenza altrui da decidere di aiutare proprio per alleviare lo stress che provano loro stesse. Trovo difficile dire se esista davvero un aiuto disinteressato».

Perché?
«In fin dei conti, aiutare gli altri porta sempre dei benefici. Se non si tratta del riconoscimento sociale o di un vantaggio personale, allora è proprio quella sensazione di calore di cui parlavamo all’inizio. Il centro del piacere viene attivato, quindi se ne ricava un beneficio. Aiutare gli altri ha quindi sempre un che di egoistico».

Tutti provano compassione?
«Partiamo dal presupposto che si tratti di una qualità innata. Naturalmente, ci sono circostanze di vita che influenzano il grado di compassione di una persona: traumi, disturbi dell’attaccamento, ecc. Ma sappiamo anche che la compassione può essere coltivata».

Perché allenarla?
«Anche questo lo sappiamo grazie alla ricerca. Chi prova empatia, ad esempio, riesce a mettersi meglio nei panni dell'altro nelle situazioni di conflitto. E quindi a trovare più facilmente una soluzione. Oggi sappiamo che la salute emotiva influisce sempre anche sulla salute fisica. Non è quindi qualcosa che si fa solo per la società, ma lo si fa sempre anche per se stessi».

Come allenare la compassione
Secondo Olga Klimecki, nella ricerca si ricorre spesso a esercizi tratti dalla meditazione di consapevolezza per allenare la compassione. Un esercizio può svolgersi come segue: In pratica, i partecipanti immaginano in silenzio una persona a loro vicina. Cercano poi di percepire interiormente quali sentimenti si risvegliano in loro quando pensano a questa persona. Possono anche ripetere in silenzio dei desideri per questa persona, come «Che tu possa essere felice», e percepire dentro di sé come ci si sente. Successivamente, i partecipanti coltivano la compassione per se stessi e per tutti gli esseri viventi.

C’è il pregiudizio secondo cui, come società, siamo meno disponibili ad aiutare gli altri rispetto al passato. Qual è la sua opinione al riguardo?
«Esistono studi condotti negli anni ’50 o ’60 che hanno ripetutamente sottolineato l’egoismo dell’essere umano. Oggi, però, sappiamo che molti di questi studi sono viziati da errori. Ricerche più recenti mostrano un quadro completamente diverso».

Ha un esempio?
I ricercatori hanno analizzato le registrazioni video provenienti da luoghi pubblici. Queste hanno dimostrato chiaramente che, in caso di emergenza, la maggior parte delle persone continua a prestare soccorso. La società è molto più solidale di quanto si possa pensare.

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