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Licenziati con una videochiamata, capita sempre più spesso

Un messaggio doloroso che in sempre più casi avviene via Zoom, e-mail o messaggio, complice il telelavoro


Un trend che non piace: nei momenti drammatici, anche la modalità di comunicazione fa la differenza


«Se siete su questa chiamata, fate parte dello sfortunato gruppo che viene licenziato. Il vostro impiego qui è terminato con effetto immediato».

Sono queste le parole usate, lo scorso 6 dicembre, da Vishal Garg, Ceo - attualmente in pausa di riflessione - della società di concessione mutui online ‘Better.com’ che, con una chiamata su Zoom, ha licenziato in tronco 900 dipendenti.

Lo stesso ha poi aggiunto che i lavoratori «avrebbero ricevuto una email dall’ufficio delle risorse umane con ulteriori dettagli sulla faccenda». La colpa di tale drastica decisione, secondo Garg, sarebbe dei lavoratori stessi, accusati di essere scarsamente produttivi e di «rubare i clienti ai loro colleghi» in quanto inefficienti lavorando solo due ore al giorno.


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Una sessione di videochiamata.

«Questa è la seconda volta nella mia carriera che lo faccio e non lo voglio fare. L’ultima volta che l’ho fatto, ho pianto» ha aggiunto Garg, anche se nessuno ha creduto alla sua commozione, risultata finta rispetto al tono di voce gelido ed imperturbabile con il quale aveva comunicato il licenziamento.

La viralità e il danno d'immagine
Il video è diventato, in breve tempo, virale su Youtube e Tik Tok ed il clamore mediatico suscitato dal comportamento di Garg ne ha determinato la sua sostituzione con Kevin Ryan, già chief financial officer dell’azienda. Lo scorso 14 dicembre, Vishal Garg, infatti, ha dichiarato di volersi prendere «un po' di tempo visti gli eventi molto spiacevoli della settimana scorsa», cedendo, per il momento, la propria poltrona a Ryan. È stato inoltre rinviato, a data da destinarsi, il lancio in Borsa di Better.com, con grave danno economico e d’immagine per la società stessa.

Per risolvere tali problemi, la Better non solo, come detto, ha provveduto a sostituire Garg ma ha assunto un revisore esterno per analizzare e risolvere i problemi di leadership e di cultura aziendale. Inoltre l’azienda ha rassicurato i dipendenti sul fatto che adotterà tutte le misure necessarie per scongiurare il pericolo di dover procedere al licenziamento dei dipendenti.

Nonostante il tentativo di correre ai ripari, diversi dirigenti hanno deciso comunque di lasciare l’azienda, tra cui Melanie Hahn, a capo del marketing, Patrick Lenihan, vice presidente dello stesso l’ufficio marketing, e Tanya Hayre Gilogley, a capo delle pubbliche relazioni Le motivazioni addotte da Garg per giustificare il licenziamento del 9% della forza lavoro dell’azienda, erano apparse, fin da subito, prive di fondamento.

«Siete un branco di delfini stupidi»
Better.com, che è una start up stimata in circa 7 miliardi di dollari, infatti, aveva ricevuto, appena una settimana prima dell’episodio incriminato, un aumento di capitale di 750 milioni di dollari grazie ad un accordo stilato con la Spac, società di acquisizioni per scopi speciali.


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Anche casi di mobbing.

La verità è venuta a gallo dopo che la rivista Forbes ha intercettato alcune email mandate da Garg al proprio staff, in cui lo stesso si lamentava dei propri dipendenti scrivendo «siete maledettamente lenti. Siete un branco di delfini stupidi. Fermatevi, fermatevi adesso. Mi state imbarazzando».

Parole durissime che mal si conciliano con il mea culpa, arrivato dopo che il video della sua chiamata su Zoom aveva fatto il giro dei social network. «Ho fallito - ha dichiarato Garg - nel mostrare rispetto e apprezzamento per gli individui coinvolti e per il loro contributo a Better».

Sembra comunque che Garg non fosse nuovo a mettere in atto dei clamorosi voltafaccia con i dipendenti dell’azienda. Secondo quanto riferito dal quotidiano inglese Daily Beast, lo scorso agosto, uno dei più fidati collaboratori di Garg avrebbe ricevuto, quale trattamento di favore, milioni di dollari di opzioni su azioni salvo poi essere licenziato per bullismo.

Non è un caso isolato
Il caso del licenziamento via Zoom ha fatto molto scalpore ma non è certo un episodio isolato. Sempre più casi di cronaca riferiscono, infatti, di licenziamenti condotti via Whatsapp o via email, come se, la velocità di informazione dei social network fosse lo specchio della superficialità con cui vengono trattate questioni lavorative tanto importanti come, appunto, il licenziamento.

Nel maggio scorso, Ruffin Chevaleau, capo del servizio clienti della Uber a Phoenix, ha licenziato 3'500 dipendenti attraverso una videoconferenza su Zoom della durata di 3 minuti. La Cheveleau, ha detto ai dipendenti che «le nostre attività sono diminuite di oltre la metà. Non c’è abbastanza lavoro per molti impiegati dell’assistenza clienti in prima linea. Quindi stiamo eliminando 3'500 ruoli in questo settore. Il vostro posto di lavoro è uno di quelli interessati dai tagli, quindi oggi sarà il tuo ultimo giorno lavorativo con Uber».


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Un messaggio doloroso.

Non è mancato, anche in questo caso, un momento di commozione quando la voce della manager si è incrinata, dichiarando che “nessuno vorrebbe fare una telefonata come questa (...) ma con tutte le persone coinvolte e un cambiamento di tale portata, abbiamo dovuto farlo in modo che ci permettesse di comunicarvelo il più rapidamente possibile”. La
crisi di Uber è reale e la pandemia ha aggravato enormemente la situazione tanto che, già lo scorso febbraio, era stato chiuso anche l’ufficio di assistenza clienti di Los Angeles ed oltre 80 dipendenti avevano perso il proprio posto di lavoro. La situazione critica, quindi, era abbastanza chiara a tutti i lavoratori anche se nessuno di loro si sarebbe mai aspettato una tale modalità di comunicazione. Come riferito da un ex dipendente della Uber al Daily Mail «ci avevano detto che avremmo saputo in due settimane quali dipartimenti sarebbero stati tagliati. Non ci hanno dato preavviso. Se avessi perso quella chiamata su Zoom mi sarei perso la notizia».

«Mollato come un sacco della spazzatura»
Casi simili si sono verificati anche vicino a noi: il 9 luglio la Gkn Drivelien, una multinazionale che si occupa della realizzazione di componenti destinate al settore automobilistico, ha comunicato la chiusura del proprio stabilimento di Campi Bisenzio, in provincia di Firenze, via email. Difficile credere, che una tale decisione non fosse meditata da tempo ma necessitasse di un licenziamento imposto senza alcun preavviso e senza il coinvolgimento del sindacato.

Una situazione identica si è verificata alla Logistica, una multinazionale della distribuzione del tabacco che opera nell’area dell’Interporto di Bologna. Lo scorso 31 luglio, infatti, alle dieci di sera, 90 lavoratori dell’azienda hanno saputo di aver perso il proprio posto di lavoro tramite un messaggio su Whatsapp. «Buonasera - così recitava la comunicazione - a seguito della riduzione delle attività, nella data di lunedì 2 agosto 2021 lei sarà dispensato dalla sua attività lavorativa. Il trattamento economico verrà garantito con gli strumenti previsti dalla legge».


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Scoprire un licenziamento via WhatsApp.

Magazzinieri, impiegati e personale delle pulizie hanno così appreso il proprio licenziamento tramite Whatsapp: un messaggio freddo e impersonale che aggiunge ulteriore dolore e frustrazione ad una situazione già di per sé drammatica. In entrambi gli esempi italiani citati, le motivazioni addotte per operare una tale drastica riduzione di personale non sono da riferirsi a problemi di produttività ma, semmai, all’esigenza di delocalizzare determinate attività per ridurre i costi di produzione.

Per la Yazaki Italia, multinazionale che produce cablaggi e sistemi di distribuzione elettrica per autoveicoli, il licenziamento di tre dipendenti via Teams è stato «un segno di attenzione». «Avevamo mandato loro una raccomandata - ha detto Stefano Bena, general manager dell’azienda-e proprio come segno di attenzione abbiamo pensato fosse giusto anticipare individualmente le ragioni dietro questa decisione dolorosa ma necessaria (...) Ho ritenuto fosse più sgradevole richiamare un lavoratore dallo smart working per consegnargli una lettera».

Anche in questo caso si parla di attività delocalizzate in Portogallo. Ciò che unisce tutti i casi citati, e quelli simili verificatisi con sempre maggiore frequenza, è la disperazione del lavoratore che, per usare le parole di un ex dipendente di Better.com, «mi sono sentito mollato come un sacco della spazzatura». L’uso del mezzo tecnologico nega alle persone la possibilità di interagire direttamente con colui che sta procedendo al licenziamento, di sentirsi considerate come esseri umani e non come un mero numero in esubero. Ed in momenti drammatici, come può esserlo quello in cui si perde il lavoro, anche le modalità di comunicazione fanno la differenza.


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