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"Decreto di abbandono", lo annuncia la procura per le 'false' operazioni

Sotto inchiesta dal 2019 un neurochirurgo era accusato di interventi “fasulli” su quattro pazienti


Le denunce alla magistratura erano giunte dal Medico cantonale su segnalazione di un’equipe di specialisti dell'ospedale Civico

Tutto potrebbe finire… in nulla. Niente di niente. Dopo tre anni dall’apertura dell’inchiesta la procura annuncia l’intenzione di chiudere la vicenda così, con un decreto di abbandono. Per il neurochirurgo - accusato di avere effettuato presso la Clinica Ars Medica di Gravesano, tra l’autunno del 2018 e l’estate del 2019, dei 'falsi' interventi chirurgici alla schiena - si prospetta una piena assoluzione. I reati sui quali la procuratrice Marisa Alfier ha indagato - su segnalazione del Medico cantonale, Giorgio Merlani - sono lesioni gravi, lesioni semplici, lesioni colpose gravi. Un decreto d’abbandono, dunque, dopo una perizia affidata a due specialisti italiani. Una perizia che comunque lascia aperti alcuni interrogativi affermando che effettivamente alcuni interventi sono stati troppo «conservativi». «Modesti e insufficienti».

La magistratura ha comunicato «l’imminente chiusura dell’istruzione penale» il 24 febbraio scorso, invitando le parti in causa a presentare eventuali ulteriori prove entro il prossimo 28 marzo. E sempre entro questa data il medico potrà presentare eventuali «pretese di indennizzo e di torto morale». A chi? Forse ai quattro pazienti, «accusatori privati», e a chi ha segnalato la vicenda alla magistratura, il Medico cantonale.

TipressLa procuratrice pubblica Marisa Alfier

Quattro pazienti - Il neurochirurgo, un 59enne con studio a Lugano, è stato segnalato alla procura una prima volta nel febbraio del 2019, dopo che un gruppo di specialisti del Neurocentro del Civico di Lugano aveva trattato il caso di una paziente da lui operata tre mesi prima all’Ars Medica. La donna, allora settantenne, anche dopo l’intervento alla schiena aveva continuato ad accusare forti dolori. Per lei nulla sembrava essere cambiato, tanto da rivolgersi ai medici del Civico. Esami, verifiche, consulti fra il gruppo di specialisti… sino a giungere alla decisione di operarla. E di segnalare il caso al Medico cantonale.

Ripercorrendo questa prima storia, quella della Paziente 1, si possono comprendere i capitoli principali della vicenda che nei sei mesi successivi si è ripetuta altre tre volte. Quasi in modo identico. In totale, quindi, quattro pazienti scontenti dei risultati ottenuti dopo gli interventi del neurochirurgo all’Ars Medica si sono rivolti, senza sapere l’uno dell’altro, al Neurocentro dell’ospedale.

La Paziente 1 - Gli esperti del Civico, a partire da febbraio, hanno affidato di volta in volta le loro considerazioni, così come la legge sanitaria impone, al Medico cantonale che, valutati i casi, ha inviato il tutto alla procuratrice Alfier. La prima denuncia di Giorgio Merlani è chiara, molto chiara. Una lettera di due pagine fitte fitte di considerazioni sul caso della Paziente 1. Così si legge: «I dati analizzati sono fortemente sospetti per un falso intervento (…). Le immagini della risonanza magnetica e del filmato dell’intervento (ndr. effettuati al Civico) evocano il sospetto che il neurochirurgo non abbia praticato l’intervento necessario».

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«Nonostante le lamentele…» - Nelle sue considerazioni, sulla base dei documenti acquisiti e delle analisi fatte dagli specialisti dell’ospedale, il dottor Merlani si spinge oltre e ripercorrendo la storia, lascia poco spazio ai dubbi: «La paziente soffriva di dolori irradianti alla gamba sinistra a causa della compressione di una radice nervosa che è stata operata dal neurochirurgo nell’ottobre 2018 presso l’Ars Medica. Subito dopo l’intervento la paziente ha riferito di avere avvertito gli stessi dolori accusati in precedenza."Come se non fosse stato fatto nulla". Malgrado le lamentele della donna il medico non ha fatto eseguire nessun nuovo esame radiologico di controllo. Ha confermato il buon esito dell’intervento e ha provveduto comunque a una"infiltrazione". Non ci sono stati miglioramenti. Secondo la paziente, così ha riferito, stando al neurochirurgo tutto sarebbe da ricondurre ad alcune sue problematiche psichiatriche».

La segnalazione alla procura - Alla procuratrice Alfier il Medico cantonale, nella lettera datata febbraio 2019, ha spiegato dettagliatamente il susseguirsi degli eventi. La paziente si rivolge al Neurocentro del Civico. Già il primo consulto dimostra che «il quadro clinico è ancora ben compatibile con la compressione della radice nervosa. Questa diagnosi è confermata dagli esami radiologici. Le immagini della risonanza magnetica voluta dal Civico sono identiche a quelle effettuate prima dell’operazione all’Ars Medica». Nulla, insomma, era cambiato.

Il 1° febbraio del 2019 la Paziente 1 venne quindi sottoposta a un intervento, interamente filmato. «Ci si accorse – così il Medico cantonale scrisse alla procuratrice – che la vecchia incisione sulla pelle era troppo alta rispetto al livello in cui si sarebbe dovuto operare. Proseguendo nell’intervento gli specialisti del Civico si sono accorti che la prima operazione (ndr. all’Ars Medica) si era limitata all’incisione della cute, del tessuto sottocutaneo e a poco altro, senza nemmeno avvicinarsi al problema della paziente». 

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“Pericolo per la salute pubblica” ma… - La denuncia del dottor Merlani è dunque dettagliata e chiara. Spiega inoltre che, «secondo il chirurgo che ha operato al Civico, l’intervento necessario alla paziente ha una durata di circa un’ora e mezza. Per l’operazione fatta all’Ars Medica, invece, sono bastati cinque-dieci minuti». Da questo caso, dall’operazione del 1° febbraio 2019, è partito il tutto. La segnalazione al Medico cantonale e successivamente alla procura. Poi gli altri tre casi. Altri tre pazienti anche loro arrivati al Civico scontenti degli interventi del neurochirurgo sotto inchiesta. All’inizio e alla fine di marzo, infine, il quarto paziente, a luglio. E ogni volta, all’arrivo di una segnalazione, la procura ha acquisito la documentazione sanitaria dalla clinica di Gravesano, lasciando comunque il neurochirurgo libero di operare. Nonostante nella prima segnalazione, quella dell’8 febbraio, il Medico cantonale accennò a un «possibile pericolo per la salute pubblica».

L’inchiesta parte dopo sei mesi - Quattro pazienti, quattro interventi al Civico dopo le lamentele per le operazioni effettuate precedentemente dal neurochirurgo sotto inchiesta, quattro denunce dell’autorità sanitaria alla procura. Ma nessun interrogatorio sino alla fine dell’agosto 2019, solo dopo che una rivelazione giornalistica aveva raccontato le quattro storie e pubblicato la prima denuncia del Medico cantonale alla procura.

La vicenda destò sconcerto. La clinica Ars Medica immediatamente dopo le prime notizie – pur a conoscenza dei fatti da subito, da febbraio cioè – sospese per alcune settimane il neurochirurgo. Venne reintegrato dopo poche settimane escludendo, comunicò la direzione della clinica, la possibilità che il chirurgo potesse avere commesso i reati di cui era sospettato.

La perizia conclude che… - I primi risultati della perizia commissionata dalla procura a due specialisti italiani, Davide Locatelli e Giorgio Minonzio, sono giunti nell’inverno 2020-2021: «Gli scriventi, pur rimanendo a disposizione per ulteriori chiarimenti, ritengono di poter sin da ora escludere che il neurochirurgo, nei casi discussi, abbia praticato un approccio terapeutico tipo"sham surgery"». Cosa vuol dire? Si tratta di una tecnica utilizzata per alcuni studi scientifici. E cioè. Si procede a un’anestesia locale o totale, si incide sino all’osso ma non si esegue alcuna vera operazione. Il paziente pensa di essere operato. Le sue condizioni (ovvero quel che afferma di avvertire) vengono successivamente confrontate con quelle di pazienti realmente sottoposti a un intervento. Tutto ciò perché in neurochirurgia la reazione dei pazienti al dolore e le aspettative dopo un intervento differiscono molto da persona a persona.

Questa eventualità, cioè la tecnica"sham surgery’" è stata presa in considerazione dai periti perché nel corso di uno dei primi interrogatori in procura, l’allora direttore generale del Civico, Luca Jelmoni, e il direttore sanitario, Paolo Merlani, avevano accennato a questa eventualità,"sham surgery". Ma si trattava solo di un’ipotesi, una spiegazione generica dato che all’Ars Medica non era assolutamente in corso alcuna ricerca scientifica.

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«Tecniche conservative» - Torniamo alle conclusioni scritte nel primo documento peritale datato 7 novembre 2020: «Sembrerebbe plausibile che il neurochirurgo abbia attuato interventi con tecnica e orientamento di tipo eccessivamente conservativo. Nei casi in cui risulta disponibile una congrua documentazione (il numero 3) confermiamo l’avvenuta esecuzione dell’intervento la cui entità è parsa tuttavia insufficiente. Necessitando di una correzione dello scivolamento e di una riduzione recessuale foraminale. Oltre all’asportazione dell’ernia discale. Nel caso numero 4 vi è invece un insufficiente trattamento delle stenosi foraminali». E anche per il caso della Paziente 1, i periti affermano che l’intervento è stato eseguito ma è stato «modesto e insufficiente». Ma d’altra parte, come si poteva leggere nella prima denuncia del Medico cantonale, gli specialisti del Civico non hanno mai affermato che l’intervento non fosse stato effettuato, ma che l’operazione non era ciò di cui la paziente aveva necessità.

C’è chi ha lasciato il Civico fra i vertici coinvolti
L’annuncio del decreto di abbandono, di cui peraltro si ventilava da mesi, desta sorpresa. L’équipe di specialisti del Neurocentro del Civico, sulle cui analisi si è basato il Medico cantonale per le quattro segnalazioni, ha esaminato attentamente i casi. Si trattava del direttore medico e scientifico del Neurocentro, il professor Alain Kaelin; del primario e del viceprimario Michael Reinert e Dominique Kuhlen; del direttore sanitario dell’ospedale Civico e capo dipartimento dei servizi medici, Paolo Merlani; del professor Marco Pons, direttore sanitario e capo Dipartimento Medicina, sempre del Civico. È alla luce delle loro analisi e delle loro relazioni che il Medico cantonale ha scritto la sua denuncia al Ministero pubblico. Non sono nomi da niente, come quello dell’ex direttore generale dell’ospedale, Luca Jelmoni. Anche lui ha valutato i casi e l’opportunità delle denunce alla procura, così come imposto dalla legge sanitaria.

 Da Kaelin a Jelmoni
Di questo gruppo alcuni oggi non sono più al Civico. Il primo a essersene andato è il primario di neurochirurgia Michael Reinert. La notizia è stata resa nota due anni fa. Ufficialmente ha lasciato per motivi familiari, ma molti sostengono che alle spalle vi fosse anche una divergenza di vedute sulla vicenda. Alla sanità pubblica chiedeva più fermezza. Ad annunciare successivamente le dimissioni è stata anche la viceprimario del Neurocentro, Dominique Kuhlen. Aveva operato la Paziente 1. A lasciare il Civico sarà anche un capoclinica, chirurgo in uno dei quattro casi. Pure il direttore generale dell’ospedale, Luca Jelmoni, tempo fa ha lasciato la struttura sanitaria luganese.

È un caso, si chiedono in molti, che parte dell’équipe di esperti che ha operato e analizzato l’intera vicenda abbia in questi tre anni abbandonato l’ospedale? Forse sì. Forse no. Ma è certo che da subito, cioè una volta scoppiata la vicenda e fatti i primi interrogatori, all’interno del Neurocentro (e non solo) ci si è interrogati sui tempi inizialmente lunghi della procura, chiedendo nel contempo ai vertici della sanità pubblica più determinazione e più fermezza. Fatto è però che la perizia dei due specialisti italiani, pur lasciando alcuni interrogativi irrisolti, sembra per ora aver messo la parola fine alla vicenda, ammesso che le parti in causa, a partire dal Medico cantonale, entro il 28 marzo non presentino, così come prescrive la legge, “eventuali istanze probatorie”.


Appendice 1

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