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Per sganciarsi dal gas russo, nuovi patti con vecchi diavoli

La crisi energetica ha portato Bruxelles ad avvicinarsi a Paesi con trascorsi discutibili relativi ai diritti umani


L’attuale crisi energetica è lontana da ogni possibile soluzione e, con il prezzo del gas arrivato anche a 170 euro per megawattora, la situazione sembra sempre più fuori controllo. La guerra in Ucraina ha messo in evidenza una serie di contraddizioni nei rapporti tra i Paesi europei e la Russia che, se da una parte viene sanzionata in maniera più o meno efficace, dall’altra continua a incassare svariati milioni di euro versati proprio dall’Unione europea per la fornitura del gas.

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Emancipazione a tutti i costi - Il desiderio di quest’ultima di volersi emancipare dalla sua dipendenza dal gas russo, per sottrarsi al ricatto energetico di Mosca, appare, di sicuro, un ottimo obiettivo ma, per ora, di difficile realizzazione. A oggi, così come calcolato dalla Commissione europea, sono già dodici i Paesi che hanno subito tagli, temporanei o definitivi, delle forniture di gas da Mosca: il 26 aprile scorso è toccato alla Polonia e alla Bulgaria, che si erano rifiutate di pagare in rubli le proprie forniture, per poi passare alla Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania. Anche le fornitura dell’Olanda e della Danimarca sono state drasticamente ridotte, tanto da essere vicine al completo azzeramento.

Attualmente, un primo banco di prova è rappresentato dalla chiusura, protrattasi dall’11 al 21 luglio, del gasdotto Nord Stream1 per “eseguire lavori di manutenzione programmata”. E’ risaputo che tale gasdotto sia il principale canale attraverso cui il gas russo arriva in Europa e, al momento, lo scorrere del gas è ripreso solo in parte, e a volumi ben inferiori. Gli scenari futuri, a riguardo, restano ancora assai precari.

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Improbabili partner - Per far fronte a tale crisi energetica l’Europa, sia a livello di Unione che di singoli Paesi, si è mossa per riallacciare vecchi rapporti e stipulare nuove alleanze con Paesi fornitori di petrolio e gas. Il 18 luglio scorso, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha firmato un memorandum d’intesa con il presidente dell’Arzerbaijan che consentirebbe di raddoppiare il flusso di gas naturale da Baku  attraverso il gasdotto Tap.

La presidente von der Leyen ha definito la Russia come un fornitore inaffidabile prima ancora dello scoppio della guerra in Ucraina e ha ribadito che l’obiettivo dell’Unione europea «è diversificare le forniture guardando a partner affidabili. E sono felice di annoverare l’Arzerbaijan tra questi partner». L’accordo porterà, come detto, al raddoppio delle importazioni di gas, fino a 20 miliardi di metri cubi all’anno entro il 2027, che dovrebbe essere trasportato attraverso il cosiddetto ‘Corridoio Meridionale” che inizia nel Mar Caspio, attraversa parte della Georgia e il territorio turco, passando per la Grecia e l’Albania, per poi terminare in Puglia.

ReutersUrsula von der Leyen con il presidente azero Ilham Aliyev.

Azerbaijan, fra violenze e diritti violati - Nonostante tale progetto di gasdotto non interessi il territorio di Nagorno-Karabakh, considerato parte integrante dell’Azerbaijan, non bisogna dimenticare che, da oltre 30 anni, viene qui condotta una guerra mai sopita tra azeri e armeni per il controllo della regione.  A tal proposito, gli analisti hanno, da tempo, lanciato l’allarme che una escalation del conflitto porterebbe gli oleodotti e i gasdotti azeri ad essere dei potenziali obiettivi, con conseguenze nefaste anche per la fornitura del gas.

Non bisogna poi dimenticare che l’Arzebaijan è un Paese in cui diritti fondamentali, quali la libertà di espressione, sono fortemente contrastati e vi sono state diverse sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che hanno evidenziato un quadro preoccupante di arresti e detenzioni arbitrarie a danno di attivisti politici, difensori dei diritti umani o persone critiche nei confronti del governo.

Gli articoli del codice penale che puniscono il reato di calunnia e diffamazione, per il quale è previsto il carcere fino a 2 anni, sono spesso usati per condizionare la stampa azera e diversi giornalisti di opposizione sono finiti in carcere con accuse infondate solo per aver espresso la propria opinione. Nel 2019, la commissaria dei diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović, in visita nel Paese, aveva denunciato tale situazione dicendo che «a libertà di espressione in Azerbaijan continua a essere minacciata(...)e le autorità dovrebbero astenersi dal ricorrere alla pratica sproporzionata d'imporre divieti di viaggio in modo arbitrario e revocare quelli che impongono il divieto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio».

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Algeria, regime marziale - Come visto, quindi, la soluzione alla crisi energetica non prevede delle vie facili e, spesso, comporta lo stringere alleanze con Paesi che presentano problemi, politici e sociali, di varia natura. Per mesi l’Italia ha lavorato duramente per stabilire degli accordi commerciali con l’Algeria in modo da incrementare la fornitura di gas in vista di tagli da parte della Russia.

In seguito agli accordi commerciali stilati di recente, l’Algeria, che già riforniva l’Italia il 29,6 % del consumo nazionale di gas, è diventata la sua prima fornitrice e si è impegnata a inviare, entro il prossimo inverno, 4 miliardi di metri cubi di gas aggiuntivi. In occasione della visita del presidente algerino Abdelmadjid Tebboune a Roma, fatta proprio per rinforzare la collaborazione energetica tra i due Paesi, Mouloud Bounghar, professore di Diritto, residente in Francia, ha voluto lanciare un grido d’allarme sul fatto che «gli algerini non chiedono al governo italiano di considerarli tra i suoi principali interessi nazionali, però vogliono ricordargli che non si possono stringere accordi con un Paese senza considerare il deterioramento delle condizioni di vita del popolo che lì ci vive».  Il professore ha voluto ricordare che in Algeria «si può finire in prigione per un like su Facebook, mentre le condizioni economiche della classe media sprofondano».

«Nel Paese - sostiene Bounghar - esiste un regime autoritario retto da un presidente salito al potere senza legittimità elettorale e sostenuto dalle Forze armate». È inoltre risaputo che, da anni, il governo algerino cerchi in ogni modo di ostacolare l’attività dell’Hirak, in arabo ‘movimento’, una formazione popolare di piazza, formatasi nel 2019, per chiedere le dimissioni dell’allora presidente Bouteflika e indire libere elezioni. L’Algeria è, inoltre, alle prese con una grave crisi economica, che è andata a peggiorare con lo scoppio della guerra in Ucraina, e, pur essendo un Paese ricco di risorse naturali, la classe media è posta in forte difficoltà dall’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità.

ReutersMohammed Bin Salman.

Un Golfo macchiato di sangue - L’urgenza di trovare nuove ed efficaci soluzioni alla crisi energetica ha avvicinato molti governi occidentali a Paesi fornitori che, fino a poco tempo prima, venivano osteggiati e duramente criticati per i loro regimi totalitari e il non riconoscimento dei fondamentali diritti dell’uomo. Le ricche monarchie del Golfo persico, per esempio, sono Stati strategici per la fornitura di gas e petrolio ma non certo un mirabile esempio di democrazia.

Eppure, le visite ufficiali presso questi Paesi sono andate a moltiplicarsi e sono molto gli Stati europei, tra cui l’Italia e la Francia, la Gran Bretagna e la Germania, ad aver fatto visita ai principi ed emiri arabi. Tale stato di cose è stato denunciato anche dalla Ong Reprieve, una organizzazione internazionale non governativa che promuove delle azioni legale a difesa dei diritti umani, tramite la direttrice Maya Foa che aveva avvertito che «l’invasione russa dell’Ucraina potrebbe indurre i leader mondiali a chiudere un occhio sulle ultime violazioni dei diritti umani dell’Arabia Saudita al fine di garantirsi prezzi più bassi del carburante».

Secondo Maya Foa «Non dobbiamo mostrare la nostra repulsione per le atrocità di Vladimir Putin premiando quelle di Mohammed Bin Salman». Il riferimento è alla più grande esecuzione di massa del mondo, avvenuta lo scorso 12 marzo, quando, in un solo giorno, furono condannate a morte ben 81 persone, di cui 37 per decapitazione.

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Secondo Human Rights Watch, ai condannati non era stato garantito un giusto processo, oltre al fatto che gli accusati avevano denunciato torture e maltrattamenti durante gli interrogatori e che le loro confessioni erano state estorte con la forza. Pochi giorni dopo tale esecuzione di massa, Boris Johnson, preoccupato per l’approvvigionamento energetico globale dopo l’invasione russa, ha incontrato i leader degli Emirati Arabi prima di recarsi a Riyadh. È poi il caso di ricordare, che l’Arabia Saudita applica la Sharia come legge nazionale, non esistendo un codice penale formale, e che i giudici e i pubblici ministeri possono condannare le persone con accuse generiche quali violazione della fedeltà al sovrano» o «tentativo di distorcere la reputazione del regno».

Vi è poi la guerra nello Yemen, per la quale l’Arabia Saudita, in qualità di leader della coalizione che ha iniziato le operazioni militari nel 2015, è stata accusata di numerose violazioni al diritto umanitario internazionale come, secondo quanto detto nel rapporto della Ong Mwatana, “riduzione alla fame della popolazione”. La condanna unanime dei leader dei Paesi occidentali alla guerra d’invasione russa è più che giusta ma ciò che appare iniquo, invece, è l’utilizzo di contraddittori criteri di valutazione quando ci sono in gioco interessi economici nazionali.

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