Il lusso di crescere sconnessi

Il rischio di diventare schiavi degli strumenti tecnologici è noto da tempo ai big della Silicon Valley.


Il rischio di diventare schiavi degli strumenti tecnologici è noto da tempo ai big della Silicon Valley.

Viviamo in tempi in cui, se si vede un bambino senza un cellulare in mano, si strabuzzano gli occhi per la meraviglia. Sembra, infatti, quasi una scelta ineluttabile da parte dei genitori quella di munire i propri pargoli di dispositivi digitali fin dalla più tenera età. Bambini che ancora non camminano e che già reggono in mano uno smartphone mentre vengono scarrozzati in giro sul passeggino. La tecnologia apre la mente, la tecnologia insegna cose sempre nuove, la tecnologia intrattiene quando i genitori sono stanchi, la tecnologia è comoda e fa anche da baby-sitter. Tra le tante motivazioni, addotte dai genitori per giustificare l’utilizzo di dispositivi tecnologici da parte dei loro giovanissimi discendenti, le ultime due sono vere ma difficili da dire. Meglio apparire come coloro che non vogliono privare i propri figli delle enormi potenzialità che la tecnologia offre.

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Il coprifuoco di Steve e Bill - Ma siamo proprio sicuri che, una scelta in senso contrario, sarebbe dannosa per le loro giovani menti? La riflessione parte dall’apprendere che Steve Jobs, fondatore della Apple, e Bill Gates, creatore di Microsoft, hanno proibito l’uso della tecnologia ai propri figli fino a che non sono diventati adolescenti. Quest’ultimo aveva anche istituito il cosiddetto ‘coprifuoco digitale’, ossia niente utilizzo di dispositivi digitali prima di andare a letto, dopo essersi accorto che la figlia Jennifer, all’epoca quattordicenne, passava troppo tempo davanti ai videogiochi. Tale approccio nei confronti della tecnologia è molto diffuso tra i grandi della Silicon Valley e gli esempi di tali moderne forme di ‘embargo’ si sprecano. Tim Cook, amministratore delegato di Apple, ha proibito al nipote l’utilizzo dei social media, Susan Wojcicki, amministratore delegato di YouTube e madre di 5 figli, ha concesso loro l’utilizzo dello smartphone solo in età adolescenziale mentre Evan Spiegel, cofondatore di Snapchat, concede al figliastro Flynn un’ora e mezza alla settimana. Si potrebbe continuare citando Evan Williams, cofondatore di Twitter, il quale ha sempre preferito acquistare libri ai figli adolescenti al posto di lussuosi gadget digitali o Sundar Pichai, ceo di Alphabet, che ha vietato ai figli l’utilizzo dello smartphone fino al compimento dei 14 anni.

IMAGOStesso approccio educativo per Steve Jobs (a sinistra) e Biil Gates.

Le raccomandazioni dell'Oms - Il messaggio appare molto chiaro: i creatori di quel mondo tecnologico di cui siamo tutti fruitori ritengono che, da tale spazio, debbano essere escluse le persone troppo giovani. In effetti non ci si dovrebbe sorprendere dato che la stessa Organizzazione mondiale della Sanità, nelle sue linee guida, indica che i bambini da zero a due anni non dovrebbero essere messi davanti ad uno schermo, i bambini da due ai quattro anni non più di un’ora al giorno mentre dai 6 ai 10 anni si può far uso di schermi televisivi o dispositivi tecnologici per non più di 2 ore al giorno. Secondo quanto sostenuto dall’Oms, tali limiti di tempo di giustificano con il fatto che un uso prolungato di tali dispositivi lede la capacità di comunicare ed esprimere le proprie emozioni in maniera efficace. Inoltre, il tempo passato davanti ad uno schermo aumenta il rischio di incorrere in problemi di sovrappeso, problemi nello sviluppo motorio e cognitivo oltre che difficoltà nelle relazioni sociali.

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Facebook sapeva - Negli Stati Uniti, dove il 45% degli adolescenti ammette di essere dipendente dallo smartphone, il problema è approdato al Congresso nel 2021 quando l’ex product manager Frances Haugen ha presentato alla Sottocommissione del Senato sulla protezione dei consumatori una serie di documenti riservati di Facebook dai quali si evince che la società fosse perfettamente a conoscenza dei disagi psicologici e della dipendenza provocati dai social media sugli utenti più giovani. Un successo tangibile è stato quello di bloccare ‘Instagram Kids’, una versione del famoso social pensato per teenager, ma, ad ora, non si è riusciti a far approvare il ‘Kids Online Safety act’, un progetto di legge bipartisan sulla protezione dei bambini che mira a vietare la raccolta dei dati degli utenti di età inferiore ai 16 anni.

IMAGOIl fondatore di Facebook Mark Zuckerberg

L'età della capacità critica - Della problematica relativa all’abuso degli smartphone da parte dei giovanissimi si occupa anche la nota psicologa americana Jean Twege che, da anni, studia il fenomeno e scrive libri e saggi sull’argomento. Secondo la Twege il benessere psicologico dei bambini risulta essere inversamente proporzionale alle ore trascorse online e sulle piattaforme social. I bambini che non hanno mai sperimentato una vita di connessione dimostrano, infatti, notevoli differenze e difficoltà, in termini di percezione del mondo e iterazione sociale, rispetto alle generazioni precedenti. Come dimostrato da diversi studi in merito, solo intorno ai 13 anni una persona è in grado di sviluppare una mentalità analitica e flessibile che gli permetta di percepire i dispositivi tecnologici come strumenti da usare con una adeguata capacità critica.

Il lusso di non connettersi - L’utilizzo smodato delle tecnologie è diventato, inoltre, un misuratore del benessere sociale che funziona in maniera diametralmente opposta rispetto al passato. Se, alcuni decenni fa, le famiglie agiate potevano permettersi una connessione internet e le altre no, ora chi se lo può permettere propone ai propri figli una serie di attività che esulano dalla tecnologia mentre, così come attestato da recenti studi, i figli delle classi più disagiate sono sempre più connessi ma isolati dai propri coetanei. Negli Stati Uniti, per esempio, si è potuto osservare che gli adolescenti delle famiglie a basso reddito che non possono permettersi corsi extra o il doposcuola, rimangono davanti agli schermi due ore in più rispetto alla media dei loro coetanei benestanti. Come scritto dall’economista britannica Noorena Hertz nel suo libro ‘Il secolo della solitudine’, “mentre i più ricchi possono pagare perché i loro figli conducano vite con un ridotto uso di schermi, assumendo tutor umani invece di metterli davanti ad un tablet, per la stragrande maggioranza delle famiglie questa operazione non è praticabile“.

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Il figli dell'élite all'aria aperta - Non è un caso,infatti, che molti dei personaggi famosi prima citati abbiano deciso di iscrivere i propri figli in scuole d’élite dove la tecnologia è bandita. Il paradosso è che mentre le scuole pubbliche, non solo statunitensi ma di tutto il mondo, sono sempre più digitalizzate, con Google e Apple che vendono i propri software agli istituti scolastici, i grandi della Silicon Valley iscrivono i propri figli alle ‘Waldorf Schools’ che si rifanno alle teorie pedagogiche sviluppate, nei primi anni del XX secolo, da Rudolf Steiner. Nel mondo ci sono oltre 3.100 di questi istituti scolastici con oltre un milione di alunni ed un aumento del 500% delle iscrizioni negli ultimi 20 anni. Le aule sono sprovviste di lavagne interattive e i bambini vengono invitati a svolgere attività manuali e all’aria aperta. L’educazione impartita in tali scuole è incentrata sul gioco creativo, lo studio accademico basato sull’arte e la sollecitazione di un pensiero personale che nasca da una propria indagine empirica. Ovviamente, come detto, si tratta di istituti scolastici alla portata di pochi, con rette che vanno dai 20 mila fino ai 40 mila dollari all’anno. In questo progetto educativo vengono coinvolte anche le persone addette alla cura del bambino, quali le baby-sitter al servizio delle famiglie più benestanti alle quali, con sempre maggiore frequenza, viene inibito l’uso dello smartphone nelle ore di lavoro.

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Ma bandire non è la soluzione - Da tutto quanto detto si può evincere che non esiste una soluzione semplice e immediata al problema mondiale della iperconnessione dei bambini e degli adolescenti. È evidente che, negli ultimi 20 anni, siamo stati travolti da una serie di innovazioni tecnologiche che hanno rivoluzionato la nostra vita, ora costantemente connessa e dipendente dai social media. Ciò che è mancata a noi adulti, e, di conseguenza, ai giovanissimi fruitori di questa tecnologia, è stata una vera ed efficace alfabetizzazione digitale, ossia la possibilità di apprendere come utilizzare nel modo migliore i nuovi media, partecipando, in maniera attiva e consapevole, alla vita di una società sempre più digitalizzata. Forse la soluzione, più che creare delle zone franche dalla tecnologia, è insegnare ai giovani come essere parte attiva di questa nuova era digitale e non vittime passive di dispositivi che, da meri strumenti, diventano nostri padroni.


Appendice 1

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