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Finché pandemia non ci uccida

Quale sarà il prossimo virus che metterà in crisi l'umanità? La scienza se lo chiede, l'unica certezza è che arriverà


«Se qualcosa ucciderà oltre 10 milioni di persone nei prossimi decenni, è molto probabile che si tratti di un virus altamente infettivo, piuttosto che di una guerra. Non missili, microbi». Quando, nel lontano 2015, il celebre miliardario Bill Gates pronunciò tale discorso, venne tacciato di essere un profeta di sventura e, in pochi, gli dettero credito.

Oggi, sette anni e una pandemia dopo e una grande preoccupazione per la recrudescenza del vaiolo delle scimmie, possiamo dire che il magnate ci aveva visto lungo. In effetti, non si tratta di fare profezie campate in aria ma di valutare, in termini scientifici, la realtà che ci troviamo a vivere ogni giorno, dominata dal colossale problema del cambiamento climatico, che ancora viene sottostimato da tanti leader mondiali. A pensarla come Bill Gates, infatti, c’è una folta schiera di scienziati, climatologi, biologi, che non si stancano di denunciare quali effetti devastanti avrà il surriscaldamento globale in un futuro così prossimo da essere quasi un presente.

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15mila nuovi virus entro il 2027

È di pochi giorni fa la notizia che entro il 2027 si potrebbero diffondere nelle nostre società, a causa di uno scambio interspecie, ben 15 mila nuovi virus. L’allarme è suffragato da un recente studio, condotto dalla Georgetown University sotto la guida del biologo Colin Carlson, che ha analizzato il modo in cui determinate zone geografiche, popolate da migliaia di specie di mammiferi diversi, oggetto di studio vista la loro rilevanza per la salute umana, potrebbero subire delle trasformazioni da oggi a cinque anni.

Dopo aver elaborato un modello statistico relativo alle trasmissioni di virus fra specie a un campione di 3.139 animali, i ricercatori sono arrivati alle conclusioni sopra riportate, specificando che tale fenomeno sarà più facilmente registrato in aree densamente popolate dagli esseri umani, come l’Africa tropicale o il Sud-Est asiatico.

Supponendo che il riscaldamento globale non superi i 2 C° al di sopra delle temperature dell’epoca preindustriale, il numero d'incontri tra specie è destinato a raddoppiare entro il 2070. Bisogna considerare però che la Terra si è già riscaldata di più di 1C° sopra le temperature preindustriali, costringendo molte specie animali a migrazioni forzate e aumentando il pericolo di scambi di malattie infettive tra animale e uomo. La ricerca, quindi, non parla di ciò che potrebbe accadere ma di cambiamenti che sono già in atto.

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Il contagio che passa dall'ambiente malato

Sono decenni che accreditati scienziati di ogni parte del mondo cercano di porre l’attenzione sul grave disastro ambientale a cui andiamo incontro. Non solo, come detto, moltissime specie animali, alla ricerca di ambienti più freddi entreranno in contatto per la prima volta tra di loro e con la specie umana, in aree densamente popolate come in Africa e in Asia, ma lo scioglimento stesso dei ghiacci, favorirà sempre più il riemergere di batteri e virus sconosciuti alla scienza.

Per tutti questi motivi, secondo i microbiologi, l’intervento e lo sfruttamento sconsiderato delle risorse umane, produrrà effetti molto seri e difficilmente prevedibili. I virus, infatti, potrebbero mutare, come normalmente succede, e passare di specie in specie fino a quella umana, usando come vettori, in special modo, pipistrelli e alcuni uccelli.

Come affermato da Colin Carlson «la nostra preoccupazione è che gli habitat si sposteranno in modo sproporzionato verso gli insediamenti umani, riproducendo le condizioni innaturali che si possono verificare nei mercati illeciti, la realtà più probabilmente associata all’origine della diffusione di Sars-CoV-2». Per spiegare in maniera ancora più chiara il risultato della ricerca, il ricercatore statunitense ha usato anche la metafora delle palle di vetro nelle quali, se agitate, ciò che c’è al loro interno finisce per mischiarsi. Questo è esattamente l’effetto che potrebbe comportare la convivenza, in determinate aree geografiche, tra uomini e animali portatori di virus.

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Dalle zanzare fino... ai cammelli

Tra le malattie che, nei prossimi anni, potrebbero causare una nuova pandemia, gli studiosi puntano il dito sul l’infezione dovuta al virus Nipah, diffuso dai pipistrelli nel Continente asiatico, che è stata collocata dall’Oms tra le prime 10 malattie prioritarie. Vi sono poi le malattie trasmesse dalle zanzare, che ogni anno, uccidono quasi un milione di persone e ne infettano circa 700 milioni, il Mers diffuso dai cammelli in Africa e in Medio Oriente, da cui dipendono milioni di persone per il consumo di latte e carne. In Europa, preoccupa invece l’influenza suina, come quella scoppiata nel 2009, che dovrebbe stimolare una riforma degli allevamenti intensivi, mentre in Sudamerica si teme la febbre gialla portata dalle scimmie.

La malattia, infatti, infetta ogni anno circa 200 mila persone e ne uccide 30 mila, anche se, formalmente, esiste un vaccino per contrastarla. Il recentissimo studio pubblicato sulla rivista Nature non è l’unico inerente la correlazione tra cambiamenti climatici ed emersione di nuovi virus, potenzialmente nocivi per l’uomo. Nel 2021, per esempio, era giunto alle medesime conclusioni anche una ricerca condotta all’Università di Padova da un team di ricercatori internazionali secondo i quali, detto in parole povere, le pandemie sono destinate a diventare sempre più frequenti e probabili.

«La frequenza con la quale nuove malattie epidemiche emergono da serbatoi animali-aveva dichiarato Marco Marani, a capo dello studio-è aumentata negli ultimi decenni a causa dei cambiamenti climatici antropogenici”. Cambiamenti che, in molti casi, sono stati dichiarati irreversibili dall’ultimo rapporto dell’Onu sul clima. In esso si legge che, a fronte dell’aumento degli eventi meteorologici e climatici estremi “i sistemi umani e naturali sono spinti oltre le loro capacità di adattamento».

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Più caldo, più virus

Lo stesso dicasi per il superamento, anche temporaneo della soglia di riscaldamento al di sopra di 1,5 C° rispetto all’epoca pre-industriale. Altro elemento su cui concordano gli esperti del settore è l’impreparazione della specie umana a far fronte a uno scenario simile. Se, infatti, la recente pandemia da Covid-19 ci ha traumaticamente avvicinato all’idea che un evento simile possa non essere un caso isolato, ci sono ancora troppe cose da cambiare per affrontare la drammatica realtà che ci si prospetta dinanzi. Per prevenire il dilagare di nuovi virus bisognerebbe organizzare una capillare sorveglianza delle aree geografiche in cui si possono trovare a convivere specie diverse.

Nelle regioni tropicali, nelle quali hanno attualmente origine la maggior parte delle malattie infettive che si possono trasmettere da animale a uomo, è urgente predisporre una sorveglianza virologica che vada di pari passo con la valutazione dei cambiamenti climatici che hanno determinato la migrazione di una determinata specie animale nella zona oggetto di osservazione. Ovviamente, per contrastare in maniera efficace la crisi climatica e ambientale, non si può prescindere dal dover modificare radicalmente le politiche economiche delle singole Nazioni, coinvolgendo i grandi produttori nella costruzione di una economia più sostenibile.

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L'approccio globale che manca

A oggi, tutto questo sembra ancora una utopia e mentre il tempo scorre inesorabile i leader mondiali sono ben lontani dall’aver pensato a una seria e globale politica ambientale. A tal proposito è tornato a esprimersi, di recente, lo stesso Bill Gates, il quale ha attirato su di se, esattamente come sette anni fa, l’epiteto di ‘profeta di sventure’.

«C’è il rischio-ha affermato di recente il miliardario-che questa pandemia generi una variante del virus ancora più trasmissiva e ancora più letale (...) non voglio essere una voce di sventura ma il rischio che il peggio di questa pandemia debba ancora venire è ben oltre il 5%». Concordando con quanto sostenuto con forza dagli scienziati, anche per Gates è una necessità impellente quella d'investire su maggiori risorse per contrastare il rischio epidemiologico. Con un “miliardo di dollari” ha detto il magnate si potrebbero riunire un gruppo di esperti specializzati sul tema, guidati dall’Organizzazione mondiale della sanità, per avviare una seria vigilanza nelle aree più a rischio. Le idee su cosa fare non mancano. Ciò che rischia di non essere più sufficiente è il tempo per attuarle e cercare d'invertire la rotta che ci sta portando, da anni, verso un vero disastro ambientale.

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