Tigray: la guerra dimenticata del Corno d’Africa

Migliaia di morti. Donne violentate. Ragazze che vendono il cellulare in cambio di assorbenti.

di Redazione
Maria Elena Gottarelli

Una pulizia etnica che il mondo sta ignorando


 

Dal 4 novembre 2020 in una regione a Nord dell’Etiopia si sta combattendo una guerra civile che assume sempre più i contorni di una pulizia etnica. L’esercito del governo centrale ha invaso il Tigray per sedare la dura opposizione del Fronte di Liberazione Nazionale (TPLF), che non ha mai riconosciuto la legittimità del Primo Ministro Abiy Ahmed Ali. Stando alle testimonianze dirette dei sopravvissuti, però, le milizie etiopi non puntano solo ai “ribelli” armati, ma anche ai civili. “Ho visto uomini e donne sgozzati come polli ai margini delle strade. Ho visto cose difficili da raccontare e perfino da immaginare”, denuncia un medico sfuggito allo sterminio.

Una pulizia etnica


AFP

Donne violentate e uccise, bambini sgozzati, abitazioni saccheggiate, migliaia di morti ammassati nelle strade: ha questi contorni l’incubo che stanno vivendo gli abitanti del Tigray, regione situata a Nord dell’Etiopia al confine con l’Eritrea e il Sudan. Qui, dal 4 novembre 2020, le truppe del governo centrale di Abiy Ahmed Ali sostenute da soldati eritrei stanno sterminando la popolazione su base etnica. A 3 mesi dallo scoppio del conflitto le prime stime (ancora da confermare) parlano di 502 mila morti e 6,5 milioni tra feriti e bisognosi di urgenti soccorsi. Al di là di queste cifre agghiaccianti non è semplice riportare i fatti che stanno sconvolgendo il Tigray in questi mesi perché l’area è stata interamente blindata dall’inizio del conflitto: tutte le principali linee di comunicazione sono state interrotte e sul posto non ci sono giornalisti né associazioni umanitarie. Quello che sappiamo è filtrato dalle testimonianze dirette dei sopravvissuti e dagli osservatori esterni nei luoghi di confine.

In tre mesi, i racconti delle atrocità subite dalla popolazione tigrina si sono moltiplicati. Al Guardian, un testimone oculare dei fatti racconta che gli abitanti vengono “sgozzati come polli” dai soldati etiopi ed eritrei. Altre testimonianze riportano l’assenza di soccorsi umanitari: cibo, acqua e medicine. “Ci siamo trovati a dover curare i feriti non con le medicine di cui avevano bisogno, ma con quelle di cui disponevamo. Ho visto uomini e donne bere l’acqua dalle pozzanghere”, testimonia un medico chirurgo scampato al massacro. Il popolo, in ginocchio, fugge dalle abitazioni e si riversa in altre regioni dell’Etiopia o addirittura negli stati limitrofi, principalmente il Sudan. In questo esodo di massa molti perdono la vita. Sono passati solo 100 giorni dall’inizio della guerra civile nel Tigray, ma in Europa è già quasi impossibile trovare un uomo o una donna tigrini che non abbiano perso un parente in Africa. Queste le proporzioni di un conflitto regionale che sembra avere tutti i presupposti per diventare una pulizia etnica.

 

Tigray: alle origini del conflitto


Kerystone

Il Tigray è la regione più a nord dell’Etiopia e conta circa 7 milioni di abitanti di cui la maggior parte è di etnia tigrina (ma sono presenti anche altre minoranze come gli Amhara). L’area è caratterizzata da una spiccata varietà anche sul piano religioso, con una maggioranza cristiano ortodossa e la presenza di musulmani e cristiani cattolici. La guerra civile ha comunque radici di natura più etnica che religiosa. Dal primo giorno del suo insediamento nel 2018, il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali ha portato avanti una politica di centralizzazione panetiopica in contrasto con il sistema federale di cui si avvale il Paese, limitando sempre di più le autonomie regionali e sfruttando unilateralmente le risorse economiche del Paese.


Kerystone
Il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali

Un ministro scomodo -  Il Tigray, il cui potente braccio armato è rappresentato dal TPLF (Tigray People’s Liberation Front) si è sempre opposto alla politica dispotica del Primo Ministro Abiy, al punto che il 9 settembre 2020 nella regione erano previste delle elezioni, poi annullate con la scusa della pandemia. Per decenni, fino all’insediamento di Abiy, il TPLF e l’etnia tigrina rappresentavano la più importante forza politica in Etiopia. Le cose sono cambiate con l’insediamento del nuovo Primo Ministro, Premio Nobel per la Pace nel 2019, e con i suoi tentativi di accentramento del potere, sistematicamente avversati dal Fronte di Liberazione Nazionale. Per via dell’assenza di osservatori esterni (giornalisti e/o ONG) è estremamente difficile stabilire con certezza chi abbia sferrato il primo attacco, se vi sia stata un’offensiva in qualche sede amministrativa o governativa da parte del TPLF o meno. Fatto sta che il 4 novembre 2020 le truppe etiopi entravano nella regione iniziando un massacro ancora in atto e che coinvolge milioni di civili innocenti.

 


Reuters

 

Il documento shock - Di “pulizia etnica” da parte del governo centrale si è iniziato a parlare dopo meno di due settimane. Il 13 novembre 2020, l’agenzia di stampa Reuters ha pubblicato la notizia di un documento riservato delle Nazioni Unite secondo il quale la polizia etiope stava schedando i membri dell’etnia tigrina. Il governo centrale aveva risposto specificando che il tracciamento da parte delle forze dell’ordine stava avvenendo solo per i ribelli del TPLF, non per i comuni cittadini. Il documento citato da Reuters è un report riservato dell’ONU secondo il quale “la polizia locale informa il World Food Programme (WFP) dell’ordine di identificare i membri appartenenti all’etnia tigrina tramite tutte le organizzazioni governative e non governative”. Nei mesi seguenti, i massacri dei civili da parte delle milizie etiopi ed eritree sono proseguiti in un’escalation di violenze e abusi “difficili per chiunque da immaginare” come testimoniano diverse fonti al The Guardian, Telegraph e New York Times.

La morte lenta - Per intere settimane tutte le linee di comunicazione con l’esterno sono state interrotte, non era possibile accedere a Internet in nessuna città della regione e nemmeno gli aiuti umanitari riuscivano a raggiungere l’area. Risultato: i tigrini hanno iniziato a morire non solo per i bombardamenti e gli attacchi dei militari, ma anche di fame, sete e mancanza di igiene. I milioni di sfollati si sono riversati nelle regione e negli Stati attigui, soprattutto in Sudan, dove sono sorti centri di prima accoglienza e campi profughi per accogliere i tigrini in fuga. E’ da qui - dal Sudan - che si sono levate le prime denunce. I profughi hanno raccontato ai giornalisti di diverse testate internazionali ciò che avevano visto e vissuto e la notizia di una pulizia etnica nel Corno d’Africa ha iniziato a fare il giro del mondo. Ma quali sono le forze in campo?

 

“Operazione interna” o conflitto “extra-regionale”?

 


Kerystone

Il governo centrale di Abiy Ahmed Ali ha sempre ostinatamente negato il coinvolgimento di terze parti nel conflitto in Tigray. Ma svariati testimoni oculari e diplomatici continuano a denunciare a gran voce la presenza di milizie eritree nella regione. Il coinvolgimento dell’Eritrea è determinante perché dà a questa guerra un assetto che trascende la mera “operazione di polizia interna”, come l’ha definita lo stesso Primo Ministro in più occasioni. Secondo le testimonianze riportate da eminenti testate internazionali, mercenari eritrei si trovano tutt’ora in terra tigrina. Di più: sarebbero proprio loro a commettere i peggiori abusi contro la popolazione. Dall’inizio della guerra, più di 1000 strutture di primo soccorso sorte nell’area per accogliere gli sfollati sono state distrutte per impedire ai sopravvissuti di curarsi, in particolare nelle città di Shimlba e Hitsas. Allo stesso scopo sarebbero stati bombardati i principali ospedali di Macallè, capoluogo tigrino e degli altri centri abitati. 


Reuters

 Un accordo segreto - Antonio Guterres, segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha inizialmente escluso la presenza di truppe eritree in terra tigrina. Nel suo ultimo discorso che risale al 2 febbraio 2020, Guterres ha espresso la sua “profonda preoccupazione per quello che succede in Tigray” sottolineando l’importanza di “azioni urgenti per alleviare la crisi umanitaria e fornire la protezione necessaria a coloro che si trovano in situazione di particolare rischio”. Il segretario generale dell’ONU non ha fatto però nessun accenno al ruolo dell’Eritrea nel conflitto. Secondo fonti affidabili citate - tra le altre - dalla già citata agenzia di stampa Reuters, milizie eritree sono presenti sul territorio tigrino ed è possibile che esista un accordo tra il Primo Ministro etiope Abiy ed il Presidente dittatore eritreo Isaias Afewerki sulla spartizione di zone di influenza del Tigray una volta sedati i fervori indipendentisti del TPLF. Si tratta però solo di un’ipotesi ancora da verificare.

I testimoni oculari dello sterminio nel Tigray non denunciano solo gli abusi delle truppe eritree, ma anche la presenza di droni degli Emirati Arabi, ai quali sarebbero attribuibili alcuni pesanti bombardamenti all’interno di centri abitati. Gli Emirati Arabi dispongono di una base militare presso l’aeroporto di Assab, in Eritrea.

 

LE TESTIMONIANZE
“Gravissime violazioni dei diritti umani, i morti per le strade non si contano più”

 


Kerystone

Persone morte mangiate dai cani - I racconti dei massacri in terra tigrina sembrano provenire da un altro mondo e da un'altra epoca. Invece sono stati raccolti poche settimane or sono in Sudan, dove si è rifugiata la maggior parte dei sopravvissuti tigrini che sono riusciti ad espatriare. Decine - se non centinaia - di migliaia di persone rimaste senza nulla: un tetto, una casa, un posto in cui vivere. “Ho visto tantissime persone morte mangiate dai cani”, racconta Tela al quotidiano anglosassone The Guardian. “Ho visto molte cose difficili… Difficili da raccontare, difficili da immaginare”.


Reuters

Il medico che ha perso tutto - Un altro testimone - un chirurgo di 42 anni - racconta come questa guerra abbia cambiato per sempre ed irrimediabilmente la sua vita. “Fino a quattro mesi fa dividevo la mia vita lavorativa tra l’ospedale pubblico e una clinica privata. Ero un professionista di successo”, esordisce. “Conducevo un’esistenza di successo, mandavo i miei figli a scuola ed ero in grado di assicurare una vita dignitosa a tutta la mia famiglia. Ora tutto questo è andato perduto”.

 Bombe e ospedali stracolmi - Tedros racconta che nel primo giorno di bombardamenti - l’8 novembre 2020 - l’ospedale in cui lavorava a Humera aveva accolto 15 civili in gravi condizioni. “Ma quelli che non erano stati portati all’ospedale, quelli morti per strada o nelle loro case erano impossibili da contare”, precisa. Dal momento che le persone da curare erano così tante, Tedros e alcuni suoi colleghi hanno preso in prestito dei trattori dagli abitanti della zona, in modo da riuscire a trasportare i feriti nella vicina e più grande Adwa. “Dopodiché, sono andato ad Hamdayet - continua. Qui, Tedros era l’unico medico presente nel campo. “Per dieci interi giorni ho lavorato 24 ore su 24, giorno e notte senza sosta. Quella clinica era pensata per accogliere non più di 50 pazienti, all’improvviso ne avevamo 200”.

Polmoni distrutti - “Ricordo che i medicinali mancavano continuamente, eravamo costretti a ricorrere a soluzioni alternative, inventarci dei piani B, C, D… Il nostro motto era: ‘Non le medicine che ci servono, ma quelle che abbiamo’”. Avendo cambiato diversi centri abitati dall’inizio della guerra, il medico riferisce anche delle condizioni disperate dei pazienti. “Le malattie respiratorie erano molto comuni perché le persone avevano camminato per lunghe distanze all’aperto e nella polvere, dormendo per terra e sprovviste di coperte o materassi. Molti di loro avevano delle infezioni polmonari, ma anche problemi intestinali e malattie della pelle erano frequenti”.

Un telefono in cambio di assorbenti - Mancando gli aiuti umanitari e quindi le scorte di beni di prima necessità, la gente beveva direttamente dalle pozzanghere, riferisce ancora il testimone. Per non parlare di chi soffriva di patologie pregresse come il diabete, il cancro o l’HIV: “Per loro, non potevamo fare nulla, non avevamo i mezzi per curarli”. Per le donne mancavano gli assorbenti. “Una ragazza di 26 anni ha dovuto vendere il suo telefono per procurarseli, molte restavano senza”. Il racconto di Tedros rappresenta solo una voce tra milioni di altre che gridano di essere ascoltate. In Italia, un gruppo di ragazzi di origine tigrina si sta mobilitando per risvegliare l’opinione pubblica sul massacro in atto nella loro terra. In un’intervista al quotidiano italiano Il Corriere della Sera un giovane tigrino rifugiato in Sudan ha racconta l’incubo della pulizia etnica.


AFP

Fuggire dalla morte a 21 anni - “Ho 21 anni e prima della guerra studiavo contabilità e finanza. Quando è scoppiato il conflitto sono scappato con la mia famiglia, non siamo riusciti a portare nulla con noi. Sulla via della fuga, abbiamo incontrato dei soldati sudanesi che ci hanno portato nel campo rifugiati di Hashaba, nello stato sudanese di al-Gedaref. Nel nostro calendario era il primo giorno del mese di Hidar 2013 (10 novembre 2020)”, racconta il giovane. E continua: “Nella nostra cittadina non è stato possibile contare i morti. I militari hanno sparato, decapitato con l’ascia, ucciso con i machete. Ci hanno presi di mira perché siamo di etnia tigrina. Molti dei miei compagni di corso sono stati uccisi”. Secondo Haftom, come secondo tutti i testimoni sentiti, quella del Primo Ministro etiope Abiy è una politica dittatoriale basata sull’oppressione e la violenza come metodo per mantenere il potere. Non può non fare un certo effetto che accuse così gravi vengano rivolte a un Premio Nobel per la Pace.

La condanna degli Stati Uniti - Quanto alle reazioni degli altri Stati e degli organismi internazionali rispetto a questa guerra, va detto che non è ancora stato raggiunto un pieno accordo. Gli Stati Uniti del neo-eletto Joe Biden hanno adottato una linea di netta condanna verso il governo centrale etiope ma anche verso l’Eritrea, accusata dalla prima potenza economica mondiale di essere presente in Tigray. Come già detto, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres è per il momento più cauto nell’attribuzione di responsabilità all’Eritrea. Quanto all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, le sue recenti dichiarazioni lasciano trasparire la preoccupazione per il popolo tigrino e per i rifugiati eritrei presenti nell’area.


Imago
Un momento della protesta a Roma contro il dittatore etiope Abiy Ahmed

“Sono estremamente preoccupato per la situazione umanitaria nella regione del Tigray in Etiopia ed il suo impatto sulla popolazione civile, in particolare sui rifugiati eritrei ospitati nella regione”, esordisce Grandi il 14 gennaio. Continua: “Nonostante le ripetute richieste, l’UNHCR e i partner non hanno ancora avuto accesso ai campi di Shimelba e Hitsats dall’inizio dell’operazione di mantenimento dell’ordine di due mesi fa.

Sono molto preoccupato per la sicurezza e il benessere dei rifugiati eritrei in quei campi. Sono rimasti senza aiuti per molte settimane. Inoltre, e ciò è estremamente preoccupante, continuo a ricevere molti resoconti affidabili e di prima mano sulla continua insicurezza e sulle accuse di gravi e dolorose violazioni dei diritti umani, tra cui omicidi, rapimenti mirati e rimpatri forzati dei rifugiati in Eritrea. Le segnalazioni di ulteriori incursioni militari negli ultimi 10 giorni sono coerenti con le immagini satellitari open source che mostrano nuovi incendi e altri segni recenti di distruzione nei due campi. Si tratta di indizi concreti di gravi violazioni del diritto internazionale”. 

Anche il portavoce italiano di Amnesty International, Riccardo Noury, si è detto preoccupato per la situazione nel Tigray: “La situazione da tempo è disperata. Naturalmente, nel contesto di un conflitto armato le notizie vanno verificate diverse volte. Ciò è reso difficile dall’impossibilità di accesso per le organizzazioni che fanno monitoraggio sui diritti umani. Quello che però è certo che i civili vittime di questo nuovo scontro armato all’interno della Federazione dell’Etiopia hanno bisogno di giustizia”.

 

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