L'inizio di un genocidio: tutto cominciò l'11 luglio di 25 anni fa

Viaggio a Srebrenica, teatro del più efferato massacro della guerra in Bosnia-Erzegovina

di Redazione
Simona Gautieri

«Srebrenica è una enorme sala d’aspetto. Possono solo rimanere seduti ad aspettare quando arriveremo per finire il lavoro». Queste le parole pronunciate dal generale serbo Milanovic a Radio Belgrado nel luglio del 1995: parole che hanno il sapore di una condanna a morte. Morirono 8'000 bosniaci, soprattutto uomini e ragazzi trucidati in massa e buttati in fosse comuni. Quanto accadde a Srebrenica l’11 luglio 1995, non un massacro ma un vero ‘genocidio’, così come riconosciuto dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, rimane, a distanza di 25 anni, un’onta incancellabile per l’Europa che non seppe tempestivamente far fronte alle violenze perpetrate dall’esercito serbo nel corso della guerra in Bosnia-Erzegovina.

Cronologia di una strage


Keystone

La Bosnia dichiara la propria indipendenza e accende la miccia - Delle repubbliche che formavano la confederazione dell’ex Jugoslavia, la Bosnia era sicuramente quella che presentava una situazione molto variegata: la sua popolazione era composta da una maggioranza di bosniaci musulmani e da minoranze di serbi ortodossi e croati cattolici che convivevano pacificamente. Nel 1992 la Bosnia, seguendo la scia del vento indipendentista che soffiava nell’Est Europa, aveva dichiarato la propria indipendenza grazie a un referendum boicottato però dai serbi bosniaci. La dichiarata indipendenza della Bosnia accese la miccia della guerra, il cui fuoco venne alimentato dal governo serbo di Slobodan Milosevic che perseguiva il piano di annettere la regione alla Serbia.

Una guerra cruenta di ‘pulizia etnica’ - La guerra si rivelò da subito cruenta e sanguinosa: moltissimi gli episodi d'indicibile violenza contro i civili bosgnacchi, i bosniaci musulmani, perpetrati perseguendo il piano della ‘pulizia etnica’, termine coniato dagli stessi leader serbi. I paesi musulmani venivano sistematicamente distrutti e la popolazione civile scacciata. Molte le stragi perpetrate sulla popolazione inerme: gli uomini venivano uccisi mentre le donne subivano l’orrore dello stupro di guerra. Giovani, vecchie o ancora bambine, furono quasi 50 mila le donne violentate sistematicamente dai soldati dell’esercito serbo o dai gruppi paramilitari al loro servizio. Lo scopo era quello di sostituire la popolazione musulmana con quella serba e creare territori a maggioranza serba da poter annettere al governo centrale.

Uccidere per espandersi - La città di Srebrenica, e i paesi nella valle della Drina, a maggioranza bosgnacca, costituivano un ostacolo al piano espansionistico di Belgrado e furono in questi territori che si concentrarono gli sforzi bellici serbi. Srebrenica era stata occupata da un piccolo e poco equipaggiato esercito bosniaco e da alcune milizie musulmane locali che riuscirono, per qualche tempo, a resistere alla stretta dell’esercito serbo. Nel 1993 la situazione si era fatta disperata: decine di migliaia di rifugiati provenienti dai vicini villaggi vivevano asserragliati in una città priva di cibo e acqua.


Salih Brkic

L’Onu aumenta la propria presenza - Ad aprile la città venne dichiarata ‘zona protetta’ e posta sotto il controllo del contingente olandese dell’Unprofor. Con la risoluzione 819 del 16 aprile 1993 l’Onu decise infatti d'incrementare la propria presenza nella città di Srebrenica e nelle zone limitrofe, mentre con la risoluzione 824 istituì come zone protette la città di Sarajevo, Tuzla, Zepa, Gorazde, Bihac e Srebrenica. Tali zone vennero create al fine di tutelare la popolazione bosniaca assediata dall’Esercito serbo e costretta ad abbandonare le proprie case per salvare la vita. Con la risoluzione 836 l’Onu dichiarò inoltre che la difesa delle zone protette sarebbe stata garantita, all’occorrenza, anche con l’uso della forza utilizzando soldati della forza di protezione delle Nazioni Unite.

Difesa fallita - A Srebrenica erano di stanza 600 caschi blu dell’Onu e tre compagnie olandesi Dutchbat comandati dal colonnello Thom Karremans. Il 9 luglio 1995, dopo tre anni di assedio, la zona protetta di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dall’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina e dopo un’offensiva durata alcuni giorni, l’11 luglio i soldati serbi, comandati dal generale Mladic riuscirono a entrare definitivamente in città. Il contingente olandese sparò qualche colpo in aria ma senza opporre una reale resistenza, così come legittimati a fare dalla risoluzione 836. Secondo la ricostruzione operata dal Tribunale penale per l’ex Jugoslavia il colonnello Karremans, diede l’allarme dell’avvicinarsi dell’Esercito di Mladic e richiese un intervento aereo di supporto il 6 e l’8 luglio, e altre due volte l’11 luglio. Le prime due volte il generale olandese Nicolai, che si trovava a Sarajevo, rifiutò d'inoltrare la richiesta al generale francese Janvier nel quartier generale dell’Onu a Zagabria. L’11 luglio, quando ormai i carri armati serbi erano entrati a Srebrenica, Nicolai inoltrò finalmente la domanda di rinforzi ma gli F16, che stavano già sorvolando la città in attesa dell’ordine di attaccare, ricevettero nel frattempo l’ordine di ritornare nelle basi italiane per fare rifornimento. Alla fine solo due F-16 olandesi procedettero a una sorta di attacco aereo ma senza alcun risultato. La città era già caduta in mano serba e la richiesta di rinforzo aereo venne annullato.

Srebrenica cade in mani serbe - Un accordo tra Mladic e le truppe olandesi venne presto raggiunto e il colonnello Karremans si fece fotografare mentre beveva con il generale Ratko Mladic dopo la caduta della città. Poco dopo quest’ultimo si fece riprendere mentre celebrava la vittoria affermando che la presa di Srebrenica era un dono al popolo serbo. Con la caduta della città nelle mani dei militari serbi, oltre 25 mila rifugiati musulmani si radunarono intorno al complesso di una ex fabbrica sede del contingente olandese a Potcari. Chiedevano aiuto e protezione alle truppe olandesi. Alla maggior parte di loro venne impedito l’accesso all’area e anche le centinaia di persone che vi avevano trovato ricovero nei giorni precedenti furono costretti ad abbandonare il complesso.

Condizioni disperate - Secondo le testimonianze dei rifugiati bosgnacchi, raccolte negli anni successivi, «la base Onu era una scena dell’inferno». Vi erano donne ammassate che morivano e partorivano una vicina all’altra. Alcuni bambini non sopravvissero alla drammatica situazione e ci fu anche chi si impiccò per la paura. Chi riuscì a fuggire da Srebrenica si mise a vagare nei boschi per giorni, senza cibo né acqua. Donne e bambini, persone anziane stremate dalla fatica. L’obiettivo, per tutti, era quello di raggiungere Tuzla, nel Nord della Bosnia, città controllata dalle truppe del governo di Sarajevo. A Tuzla era stata installata una tendopoli dove alcuni operatori delle Nazioni Unite e volontari di organizzazioni non governative lavoravano senza sosta per aiutare le migliaia di profughi che in esso si riversavano senza sosta.


Salih Brkic
Riesumazione di corpi in una delle fosse comuni nella zona di Srebrenica

Invece di aiuto, una condanna a morte - Gli altri, con l’accordo delle truppe olandesi, vennero consegnati all’esercito serbo di Mladic: donne e bambini vengono fatti salire su delle corriere diretti verso i campi profughi mentre i ragazzi e gli uomini vengono bloccati a terra con la giustificazione ufficiale di dover essere interrogati in merito alla loro eventuale appartenenza alle milizie bosniache. In realtà la condanna a morte pesa già su loro capo: vennero catturati oltre seimila uomini che avevano trovato rifugio nelle montagne o nei campi circostanti, mentre altre mille furono quelli separati dalle proprie donne e bambini mentre chiedevano rifugio nella base Onu. Altri 300 bosgnacchi vennero consegnati dai caschi blu olandesi ai serbi dopo aver trovato rifugio a Potocari. Per 48 ore le esecuzioni proseguirono senza sosta: i prigionieri, dai 12 ai 77 anni, vennero privati delle scarpe, per scongiurare il pericolo di fuga, e rinchiusi in locali abbandonati spesso bendati e con mani e piedi legati. Successivamente vennero condotti, con autobus e camion, lontani dai centri abitati e qui giustiziati con un colpo alla testa, o sgozzati, e buttati dentro fosse comuni.

Migliaia di morti - Si stima che più di 8'100 persone siano state uccise a Srebrenica. Negli anni successivi alla fine della guerra sono state scoperte decine di fosse comuni e oltre 6'000 persone sono state identificate grazie all’esame del Dna e sepolte degnamente. Altre vite invece sono scomparse per sempre e i parenti non hanno mai avuto il conforto di offrire loro una sepoltura. Pochi mesi dopo il massacro la Nato iniziò una massiccia campagna aerea contro le milizie serbe in Bosnia in contemporanea con l’offensiva via terra lanciata dall’esercito croato. La guerra terminò a dicembre dello stesso anno con gli accordi di Dayton che sancirono la divisione della confederazione jugoslava.

 Il lungo iter giudiziario


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Una presa di coscienza durata anni - In occasione del ventesimo anniversario di questa tremenda pagina di storia, è stata proposta all’Onu una bozza di risoluzione per condannare il massacro come genocidio. La risoluzione però non venne approvata a causa del veto posto dalla Russia che ne giudicava il contenuto come aggressivo e non politicamente motivato. In Serbia la presa di coscienza di quanto successo in Bosnia-Erzegovina ha richiesto, a livello politico, un processo molto lungo. Ancora nel 2012 il presidente serbo Tomislav Nikolic aveva affermato l’inesistenza di tali massacri rimarcando la totale estraneità del popolo serbo. Appena un anno dopo, il 25 aprile 2013 lo stesso Presidente, durante un'intervista televisiva, si inginocchiò per chieder perdono per il massacro compiuto. Il 31 marzo 2010, dopo ben 13 ore di discussione, il parlamento serbo approvò una risoluzione con la quale, pur non parlando mai di genocidio, si condannava ufficialmente il massacro di Srebrenica e si chiedeva scusa per le vittime. Ovviamente il negazionismo storico è un’ulteriore ferita per i sopravvissuti all’orrore di Srebrenica e sono tante le associazioni dei parenti delle vittime che, negli anni, si sono battuti per avere finalmente una verità storica e giustizia per le migliaia di vittime.


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La procuratrice Carla Del Ponte (destra) e la presidente dell'Associazione 'Madri di Srebrenica'

Un tribunale per giudicare i veri responsabili - Con la risoluzione Onu numero 827 viene istituito, nel maggio del 1993, il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, la prima corte per crimini di guerra costituita in Europa dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La corte viene chiamata a giudicare persone fisiche, e non Stati, per i crimini commessi nella ex Jugoslavia nell’arco temporale tra il 1992 e il 2001. Gli imputati vanno dai semplici soldati ai comandanti di polizia, fino a esponenti politici di spicco e perfino capi di Stato. Tra i più famosi, Ratko Mladic, comandante dell’esercito serbo-bosniaco e Radovan Karadzic, all’epoca presidente della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina vengono condannati il primo all’ergastolo e il secondo a 40 anni di reclusione, pena poi mutata in ergastolo dalla Corte dell’Aja. Slobodan Milosevic, presidente della Serbia e della Federazione Jugoslava, muore d’infarto in carcere l’11 marzo del 2006 prima che si sia arrivati a una sua condanna per genocidio.

Il riconoscimento come genocidio e la negata responsabilità di Serbia e Montenegro - Che il massacro di Srebrenica fosse, di fatto, un genocidio lo ha stabilito la Corte internazionale di Giustizia nel 2007, nonché altre sentenze del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, «essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi». Nella medesima sentenza però, la Corte, pronunciandosi sul ricorso proposto dalla Bosnia contro la ex Jugoslavia, ossia l’attuale Stato della Serbia, pur riconoscendo che le atrocità furono commesse grazie all’assistenza politica, finanziaria ed economica della Repubblica Federale di Jugoslavia, assolse la Serbia ed il Montenegro dall’accusa di genocidio e complicità al genocidio perché non  «è stato provato che le autorità jugoslave fossero a conoscenza dello specifico intento caratterizzante il genocidio». Mancano quindi le prove che, citando la sentenza, «l’intenzione di commettere l’atto di genocidio sia stata portata all’attenzione delle autorità di Belgrado». 


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Ratko Mladic durante uno scoppio di rabbia nel Tribunale per i crimini di guerra jugoslavi dell'Aja, Paesi Bassi (22 novembre 2017)

La responsabilità dell’Olanda - Altrettanto travagliato è stato il percorso giudiziario relativo alla responsabilità del contingente olandese di stanza a Srebrenica che, di fatto, consegnò a morte certa i bosniaci che si erano rifugiati nell’area controllata dagli stessi a Potocari. Già nel 1996 il governo olandese ordinò una inchiesta per far luce sulla vicenda e stabilire l’eventuale responsabilità delle truppe di Dutchbat. I risultati dell’inchiesta furono resi noti il 10 aprile 2002 e immediatamente il ministro della difesa olandese Frank De Grave si dichiarò pronto a dimettersi. Il 16 aprile il governo di Wim Kok presentò le dimissioni collettivamente assumendosi la responsabilità, ma non la colpa, del massacro. Il 6 settembre 2013 il massimo organo giurisdizionale olandese ha accertato la responsabilità dello Stato nella morte di tre civili bosniaci che avevano chiesto di essere ospitati nella base dei soldati dell’Onu ottenendo un secco diniego. Tale responsabilità fu poi confermata il 16 luglio 2014 dal Tribunale dell’Aja che condannò lo Stato olandese al risarcimento dei congiunti delle vittime. Il 27 giugno 2017 la Corte d’Appello dell’Aja ha stabilito che il governo olandese è parzialmente responsabile della morte di 300 bosgnacchi che vennero riconsegnati dai soldati olandesi alle truppe di Mladic. La responsabilità venne quantificata in misura del 30% dei danni subiti da madri, mogli e figli di quegli uomini e ragazzi consegnati ai carnefici dai soldati che avrebbero dovuto proteggerli sotto le insegne dell’Onu. Per la Corte d’Appello, lo Stato olandese agì in modo solo «parzialmente illegale» perché «non è certo che quegli uomini non sarebbero comunque stati uccisi più tardi anche se fossero rimasti nel campo».

Delusione per le famiglie delle vittime - Alla lettura della sentenza Munira Subasic, presidente dell’Associazione ‘Madri di Srebrenica’ si alzò in piedi e puntando il dito contro i giudici urlò: «È una ingiustizia». Fonte di amara delusione è stata anche la sentenza della Corte Suprema dell’Olanda che il 19 luglio 2019 ha ridotto la responsabilità del governo olandese alla misura del 10%. Il tratto sconvolgente della sentenza è l’evidente senso di ineluttabilità che accompagna la ricostruzione del massacro avvenuto a Srebrenica. Ricalcando quanto detto nella precedente sentenza del 2017, si afferma che anche se il Dutchbat «avesse smesso di coordinare l’evacuazione (del campo di Potocari), i serbo-bosniaci avrebbero continuato a sparare agli uomini e li avrebbero portati altrove». La responsabilità delle truppe olandesi, si conferma essere solo quella di aver consegnato agli assedianti i 350 uomini che, con il loro aiuto, si sarebbero potuti salvare.

 

 

 

 Una fossa ricolma di dolore


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Fossa comune a Kamenica, Bosnia

 «Una macelleria a cielo aperto» - A distanza di 25 anni l’Europa non ha ancora fatto totalmente i conti con l’ignominia di un genocidio avvenuto sotto gli occhi di civili impotenti e senza che nessuno delle alte sfere governative internazionali intervenisse a fermare quello che è stato definito «una macelleria a cielo aperto». Una macelleria di cui può rendere conto solo chi ha vissuto l’orrore e guardato l’abisso d’odio di cui è capace l’uomo. L’orrore è impresso per sempre negli occhi delle donne bosniache che hanno pagato un tributo altissimo alla guerra balcanica.


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Testimonianze scioccanti - «Nel marzo del 1998 è stato identificato mio marito - racconta Fadila - ma non era completo. Il suo corpo era in una fossa e la sua testa in un’altra. Quattro anni dopo è stato ritrovato mio figlio, ma solo due ossa delle gambe. Cosa puoi dire quando qualcuno ti porta via tuo figlio per ucciderlo?». All’epoca del genocidio Alì aveva solo 4 anni e, arrivato alla tendopoli di Tuzla, rifiutava acqua e cibo. Alì era in casa con sua madre e i suoi fratelli di 15 e 17 anni quando sono arrivati i militari di Karazdic. Cercavano oro o soldi e arraffarono tutto ciò che trovarono. Finito di saccheggiare casa, trascinarono il ragazzo più grande davanti all’ingresso di casa e lo sgozzarono davanti a tutti. «Ridevano - racconta una testimone - e facevano roteare in aria il coltello sporco di sangue. Dicevano alla madre di bere il sangue di suo figlio se non voleva fare la stessa fine ma sono stati sgozzati anche loro, madre e figlio».

Un grido disperato - «Dov'è tuo padre - chiede un militare serbo ad un bambino di Srebrenica - chiamalo», lui grida «Papà, papà» ma inutilmente. «Vedi come è un padre musulmano? Se ne frega di te» e gli tagliano la gola. Il bambino aveva solo 9 anni. Dai microfoni della radio libera di Srebrenica, il giornalista Nino Catic lancia un grido disperato nella notte del 10 luglio del 1995, quando ormai tutti sapevano che l’alba avrebbe portato solo morte: «Quello che sta succedendo a Srebrenica è impossibile da descrivere. La popolazione di questa città sta scomparendo. Chi c’è dietro tutto questo? Ho paura che non vivremo abbastanza per saperlo». È l’ultima volta che la madre vede il giovane Nino vivo.

L’Europa rimase a guardare - La colpa di cui si è macchiata l’intera Europa nell’accettare impassibile che un genocidio potesse essere perpetrato impunemente, il primo dopo la Seconda Guerra mondiale, non potrà mai cancellarsi. Nonostante i numerosi appelli e le proteste di organizzazioni internazionali e di tanti intellettuali mobilitatisi contro la guerra, l’Europa rimase a guardare per 4 lunghi anni la morte imposta alla popolazione civile per motivi etnici. Non solo, colpevoli testimoni, come detto, furono proprio quei caschi blu dell’Onu mandati in Bosnia per difendere uomini, donne e bambini contro la furia delle truppe serbe. All’ingresso del memoriale dedicato alle vittime del genocidio, a Potocari, vi è un'iscrizione in inglese, una preghiera affinché quello che è accaduto non debba più ripetersi. In un silenzio surreale il sole illumina gli oltre seimila piccoli obelischi bianchi sotto i quali hanno trovato sepoltura le vittime del massacro di Srebrenica che è stato possibile riconoscere. Proprio di fronte, invece, sorge il capannone dove stavano i caschi blu olandesi: i bosniaci hanno voluto costruire il loro memoriale proprio di fronte al luogo dell’ignominia, come a dire «Dovevate proteggerci e ora guardate dove siamo».

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Ultimo aggiornamento: 2020-10-01 07:40:49 | 91.208.130.86