Il caso Mongelli: una vittima, nessun colpevole

Un ragazzo trovato in fin di vita tra le nevi vallesane. La colpa che ricade sul cane di famiglia. L’aggressore ancora in libertà. Una lunga storia di errori, uno dei casi più controversi della storia

È uno dei casi giudiziari più controversi di cronaca nera mai verificatisi in Svizzera. La storia di Luca Mongelli, il bimbo trovato in fin di vita il 7 febbraio del 2002 tra le nevi di Veysonnaz, in Vallese, è stata trascritta in un libro-verità, “L'affaire du petit Luca” (Slatkin Edizioni), pubblicato di recente dal padre Nicola. Nonostante ciò, a 16 anni di distanza sono ancora parecchi i lati oscuri sulla vicenda. A “pagare” per tutti è stato Rocky, il cane di famiglia. A lui sono andate le responsabilità dell’aggressione. Sarebbe stato il cane, secondo la giustizia vallesana, ad aggredire Luca, che all’epoca aveva sette anni. Una tesi che non ha mai convinto l’opinione pubblica. Il caso cadrà definitivamente in prescrizione il 22 novembre del 2019, giorno del 25esimo compleanno di Luca. Papà Nicola spera ancora in una svolta. «Sì, io ci credo sempre», ammette. 


Veysonnaz, nel canton Vallese. È qui che si svolge il terribile dramma di Luca Mongelli

Quel tardo pomeriggio
Una lunga storia fatta di errori grossolani e di bugie. Una vicenda che inizia in un villaggio vallesano di 600 abitanti, meta degli sciatori durante la stagione invernale. Sono le 16 e 30 del 7 febbraio 2002, quando mamma Tina esce di casa per andare a dare una mano al marito Nicola, nel ristorante che la famiglia conduce. Luca resta in casa con il fratellino Marco, di 3 anni più giovane. I due, attorno alle 17.10, saranno visti da un vicino mentre portano a spasso Rocky, il loro cane. Tutto normale in un paesino come Veysonnaz, a misura d’uomo. Mamma Tina rientra poco dopo le 18 e vede che i figli non sono in casa. Esce dunque all’aperto, a cercarli. È il cane a guidarla nel luogo in cui si trova Luca. Accanto al fratello maggiore c’è il piccolo Marco, che piange. Luca è praticamente nudo, ha gli slip calati fino alle ginocchia. Il suo corpo è pieno di graffi. E c’è un dettaglio che colpisce: i vestiti di Luca sono messi uno sopra l’altro, come se qualcuno li avesse appoggiati. Sono le 18.20. È buio e fa freddo. Luca viene avvolto in un cappotto e spostato dalla mamma in uno chalet vicino.  


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Foto di Luca scattata l'8 febbraio del 2002, quando il bambino fu portato in ospedale

Corsa contro il tempo
Nel frattempo, arrivano i soccorsi. Il bimbo è trasportato d’urgenza all’ospedale di Sion. Le sue condizioni sono disperate. È in arresto cardiaco e in stato di ipotermia. La sua temperatura corporea si aggira attorno ai 23 gradi. Durante il trasporto verso il pronto soccorso, un infermiere nota una strana sostanza verdastra attorno all’ano del ragazzino. Simile a quella che viene utilizzata per scherzi goliardici nei periodi di carnevale. Al pronto soccorso, tuttavia, un operatore decide di pulire il corpo di Luca. Eliminando quelle tracce che sarebbero potute risultare decisive nell’ambito dell’inchiesta. Subentra un altro problema. Perché la struttura ospedaliera non è attrezzata per garantire la normalizzazione della temperatura corporea del giovane paziente. Luca viene dunque trasferito a Ginevra. Sono le undici di sera quando entra finalmente in sala operatoria. E la sua temperatura corporea nel frattempo è scesa fino a 19 gradi. Nel frattempo, la polizia sembra essersi convinta di una tesi ben precisa: a ridurre Luca in quelle condizioni sarebbe stato il cane. Tesi basata sulle ipotesi, poco fondate, di un vicino di casa. Si sussurra di un possibile gioco finito male tra il ragazzino e l’animale.


D.R.
Il dettaglio del braccio destro di Luca Mongelli.

 I “ragazzi delle formiche”
A Ginevra si tenta l’impossibile per salvare Luca. Ma le sue attività cerebrali sembrano ormai  compromesse. Il ragazzino resta in coma, per oltre tre mesi. Tra i suoi famigliari si fa strada l’eventualità dell’espianto di organi. A fine maggio, il “miracolo”. Luca si risveglia. Per la famiglia Mongelli l’emozione è enorme. Nella stanza del ragazzino viene installata una videocamera, per cercare di cogliere le sue prime reazioni. Luca, a un certo punto, parla di un’aggressione subita da parte dei “ragazzi delle formiche”. Un delirio? L’estate precedente Luca era stato obbligato a bere un bicchiere pieno di formiche da parte di un gruppo di giovani bulli. Per gli inquirenti si tratta di una tesi non plausibile. Al contrario, credono solo alla colpevolezza del cane. A nulla serve la denuncia contro ignoti deposta dai Mongelli. Il giudice Yves Cottagnoud non prende seriamente in considerazione altre variabili.


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Luca Mongelli accudito amorevolmente dalla mamma Tina

 Senza energie
Intanto, c’è un ragazzo che non ha più un’esistenza dignitosa. Luca, dopo l’incidente, resta tetraplegico e non vedente. Nel febbraio del 2004 il caso viene archiviato. Secondo il giudice, non risulta alcun indizio della presenza di un terzo sul luogo del ritrovamento di Luca. Il colpevole è il cane. E solo il cane. La famiglia Mongelli non ha più energie per fare ricorsi. Ha altre priorità, si trova a dovere fare delle scelte di vita e a dovere fare fronte alle spese enormi causate dalla nuova condizione di Luca. Papà Nicola resterà in Svizzera, a guadagnare il pane. Il resto della famiglia tornerà nella terra d’origine, in Puglia, più precisamente a Giovinazzo, dove Luca riesce a seguire una scolarità normale. In seguito frequenterà il liceo e l’università, con buoni risultati.


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L’investigatore privato Fred Reichenbach. È lui l'uomo che cercherà di fare luce sull'intera vicenda.

 L’investigatore privato
Se per gli inquirenti vallesani la vicenda è chiusa, altrettanto non si può dire per l’investigatore privato Fred Reichenbach, assunto dalla famiglia Mongelli. Reichenbach è un uomo che, con le sue indagini, inquadrerà il mistero di Veysonnaz con un’altra prospettiva. Stando il detective, Luca sarebbe stato particolarmente attratto, affascinato, dai “ragazzi delle formiche”. Avrebbe voluto fare parte della loro banda. Per questo quella sera li avrebbe seguiti, spiandoli nel loro chalet. Ed è proprio dopo essere stato sorpreso, che i giovani bulli lo avrebbero inseguito e picchiato quasi a morte. Una tesi supportata anche da alcuni medici che ritengono attendibili le frasi di Luca. Un esperto cinofilo rincarerà la dose, sostenendo che un cane non avrebbe mai potuto provocare simili ferite a un ragazzo. Su Rocky vennero fatti più test, per testare la sua aggressività. Invano. Il cane non risultava aggressivo. E di fronte alle provocazioni, scappava. Reichenbach se la prende in particolare con il procuratore generale Nicolas Dubuis, a cui è stato passato il dossier. Dubuis appare irremovibile. Si nasconde spesso dietro a laconici “no comment” e tira dritto per la sua strada.

Un poker di protetti?
Le indagini di Fred Reichenbach portavano a una pista ben precisa. Gli aggressori di Luca apparterrebbero a famiglie altolocate, che proprio in quei giorni si trovavano in vacanza a Veysonnaz. Sotto accusa finiscono quattro giovani che, all’epoca, avevano 16, 14, 11 e 9 anni. Tre fratelli di Losanna e il loro cugino di Sion. Di famiglia ricca, in vacanza a Veysonnaz. «Basta ascoltarli per capire che mentono. Io li ho sentiti e non credo a una virgola di ciò che dicono», dirà Reichenbach in un’intervista pubblicata su Ticinonline

 

 La sua resta una testimonianza forte. Anche a tanti anni di distanza. «Nella zona anale di Luca vennero trovate tracce di una sostanza verdastra, molto simile a quelle schiume che si usano per carnevale. Roba da adolescenti dunque. Non credo proprio possa essere stata usata da un cane». Il dettaglio più inquietante, tuttavia, arriva in un altro passaggio. «Tre dei quattro ragazzi sostengono di avere un alibi. E cioè di non essersi trovati in Vallese al momento dei fatti. Eppure a Veysonnaz c’è chi ha visto la macchina dei loro genitori posteggiata fuori dal loro chalet. Abbiamo chiesto alla scuola che frequentavano a Losanna di darci delle prove che non fossero assenti dalle lezioni quel giorno. Dall’istituto, con ben sette mesi di ritardo, ci è arrivata una lettera che certificava la loro presenza in sede. Nessuna traccia di prove però. Di solito in questi casi si allegano le  fotocopie dei registri di classe. Si è poi scoperto che sul registro di classe alla voce assenze alcuni nomi erano stati cancellati con il tipp-ex».

Una tesi che si sgonfia
La tesi di Reichenbach, tuttavia, dopo anni di accertamenti si sgonfia. Ed è lo stesso papà Nicola ad ammetterlo. «Io ho criticato spesso la giustizia vallesana per come ha gestito questo caso. Però non posso dire che gli inquirenti non siano andati a fondo sull’eventualità che questi quattro adolescenti si trovassero in Vallese al momento della tragedia. Non c’è solo la testimonianza della scuola a garantire per loro. La polizia ha analizzato i loro cellulari e nessun apparecchio quella sera agganciava una cella della zona di Veysonnaz. Sono state prese in considerazione anche le tabelle del consumo energetico nel famoso chalet. Ebbene, in quei giorni all’interno dell’edificio non è stata accesa neanche una lampadina. Io sono il primo a volere sapere chi ha aggredito Luca. E sono convinto al cento per cento che non sia stato il cane. Però la pista dei quattro “ragazzi delle formiche” va ormai abbandonata». Secondo alcuni esperti, Luca potrebbe anche mischiare due eventi distinti: da una parte la violenza subita dai “ragazzi delle formiche”, l’estate precedente, dall’altra l’aggressione da parte di ignoti, quel 7 febbraio. «Due eventi traumatici che, uscendo dal coma, mio figlio forse ha rivissuto. Magari anche confondendoli».


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Nicola Mongelli, il papà di Luca, mentre consegna al Ministero pubblico di Sion le 9340 firme di una petizione con la quale chiede - il 13 ottobre del 2010 - la riapertura del caso.

 Ribellione popolare
Nel 2010 la vicenda si riaccende. Scatta una petizione popolare che chiede alle autorità di riaprire il caso. La rabbia del popolo vallesano si fa sentire. Per strada c’è indignazione. Anche la stampa locale ha dubbi su come gli inquirenti hanno gestito la vicenda. La Procura alla fine cede. E dà una nuova chance ai Mongelli. Stavolta si prende in considerazione un disegno fatto da Marco. Immagini raccapriccianti, che ricostruiscono la scena in cui Luca verrebbe aggredito da alcuni ragazzi. Ma i periti non sembrano dare peso a questa rappresentazione. Intanto, scende in campo anche il politico vallesano Oscar Freysinger che, con uno pseudonimo, decide di pubblicare “Canines”, un libro sulla storia di Luca, partendo dalle dichiarazioni dello stesso ragazzino. Freysinger smonta la tesi del complotto. Quanto accaduto sarebbe frutto di una lunga serie di sbagli intrecciatisi tra loro. Sbagli che, stando al politico, le autorità farebbero bene ad ammettere. 


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L’Italia si fa sentire
La faccenda è sempre più intricata. E contraddistinta da tante ombre. L'avvocato della famiglia Mongelli, Nino Marazzita, alza i toni sulla stampa romanda. «Il nostro scopo è ricominciare il dossier da zero e ottenere l'apertura di un'inchiesta ufficiale in Italia dato che questa vicenda riguarda una persona con cittadinanza italiana». Marazzita non crede che Luca sia stato aggredito dal cane della famiglia. «Si è voluto evitare uno scandalo e proteggere la regione e le sue attività turistiche», sostiene. Nel 2012, anche sulla spinta della politica Alessandra Mussolini, si apre un’inchiesta sul caso in Italia. E dalle perizie italiane, coordinate dal noto generale Luciano Garofano, sembrerebbe che Luca fosse stato colpito da un corpo contundente. Esclusa, nella maniera più assoluta, la colpevolezza del cane.

La frustrazione
Tanto rumore per niente. Proprio quando finalmente la storia di Luca sembrava potere prendere una piega diversa, i riflettori si spengono nuovamente. È l’agosto del 2015. Papà Nicola, interpellato da Tio/ 20 Minuti, ammette sconsolato di non avere più notizie da parte del procuratore Nicolas Dubuis, chiamato a rivalutare nuovamente il caso. Il clamore mediatico è ormai un lontano ricordo per Nicola Mongelli, che dice sconsolato: «Da oltre un anno e mezzo non abbiamo più notizie. Non so cosa dire, non so cosa pensare. Sarebbe già bello sentire il procuratore Dubuis discolpare il nostro cane. Anche Luca se lo aspetta. Però nessuno ci dice nulla. Non capisco, qualcuno dovrebbe esprimersi, darci la versione nuova o confermata dei fatti».


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Luca Mongelli oggi, con la mamma (Tina) e il fratello minore (Marco)

Lo sfogo
Luca oggi frequenta l’Università, studia sociologia, a Bari. Non ha più tanta voglia di parlare di quello che gli è capitato. È stufo di non essere creduto. Le sue condizioni fisiche non miglioreranno. E la giustizia è di nuovo ferma. Pochi mesi fa papà Nicola ha deciso di pubblicare “L'affaire du petit Luca”. Uno sfogo, un atto di giustizia verso un ragazzo sfortunato. Ma anche uno spunto di riflessione. Perché i dubbi, a ormai 16 anni di distanza, sono ancora tantissimi.

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Ultimo aggiornamento: 2018-12-10 21:26:59 | 91.208.130.87