«Io dovevo svuotare. Gli altri erano lì perché nessuno si mettesse in mezzo»

È in corso il dibattimento per il colpo fallito, nel luglio 2024, alla gioielleria Taleda di Lugano. Sette gli imputati alla sbarra. L'accusa più grave è stata promossa a tentato assassinio
In un'aula penale vuota, si apre il processo per il colpo fallito alla gioielleria Taleda, nel centro di Lugano, il 2 luglio del 2024. Un processo blindato, nel senso più vero della parola. I sette imputati, per motivi di sicurezza, compariranno alla sbarra in collegamento video con l'aula maggiore del Palazzo di Giustizia, direttamente dal carcere della Farera.
Il dibattimento è sospeso per la pausa pranzo. Si riprende alle 14.
Pistola puntata, dito sul grilletto
Al 50enne, principale imputato, viene chiesto se vuole prendere posizione sulle parole del commesso del negozio, ovvero sul fatto che aveva il dito sul grilletto mentre gli puntava la pistola in faccia. «Non ho niente da spiegare. Ho fatto solamente questa cosa per tenere la situazione sotto controllo», ha affermato. Nell’atto d’accusa, viene riportato che il commesso avrebbe ricevuto diverse minacce verbali in quei minuti. «Apri la vetrina»; «ti ammazzo»; «stai lì» e «metti la mano dietro la schiena».
«Non ho provato a prendere la pistola»
Si passa all’interrogatorio di un secondo membro del gruppo, quello che ha avuto la colluttazione con l’agente all’esterno del negozio. «So che ho assicurato la pistola e so che, già prima di partire, sapevamo che non saremmo andati a fare male a nessuno». E sulle minacce anche lui conferma: «Io non ho minacciato di morte nessuno. Non sapevo neanche due parole d’italiano». Tornando quindi al momento esatto della colluttazione, ha ricordato: «L’agente mi ha dato un colpo alla testa. Per un secondo o due ho perso coscienza. Mi ha praticamente spento». E a quel punto è partito il colpo. «Non ho provato a prendere la pistola».
Ti-PressHa urlato «ti ammazzo» o no?
Il principale imputato ha poi negato di aver minacciato uno degli agenti di polizia intervenuti urlando «ti ammazzo». Cosa ha detto quindi? L’imputato, che si è scusato preventivamente per il “francesismo”, ha risposto. «Ho detto: “Non mi rompere la minchia, fatti i cazzi tuoi”. Purtroppo però lui faceva il suo lavoro».
L'arma puntata contro l'agente
Prosegue l'interrogatorio. «Cosa ha pensato quando ha visto la polizia fuori?», chiede il giudice. «Dentro di me mi sono detto: “Minchia che sfiga”, non ci credevo proprio», ha replicato immediatamente. E come mai ha puntato la pistola contro l’agente? «Io gli ho puntato la pistola per vedere… Mi sono coperto con la porta perché non sapevo quale fosse la sua reazione. Quando mi ha sparato mi sono detto: "Qua si mette male”. Ho posato la pistola per terra. E quando ho visto che lui aveva lo sguardo fissato sulla pistola, sono partito e sono andato. Sono arrivato al motorino e… non partiva. Incredibile». Tornando alla colluttazione, afferma poi: «Non sono intelligente ma non sono nemmeno stupido. Rischio l’ergastolo per cosa? So maneggiare le armi. Se avessi voluto sparare lo avrei fatto». Il giudice prosegue: «Lei sapeva che l’arma era carica?». «Sapevo che c’erano le pallottole ma non sapevo che erano in canna».
«Io dovevo svuotare e basta. Gli altri dovevano stare lì perché nessuno si mettesse in mezzo»
Il giudice Pagnamenta chiede all’imputato principale di spiegare perché è stata presa di mira proprio la gioielleria Taleda di Lugano. «Mi ricordavo di questa gioielliera. Ma non riesco ora a spiegare dove e come. Ma in testa ce l’avevo». Il bottino come ve lo sareste diviso? «In quattro». Parti uguali? «Più o meno». Avete fatto sopralluoghi? «No, perché come detto conoscevo Lugano, sono già stato in Svizzera». Come sapeva che la merce avrebbe avuto quel valore? L’imputato, anche qua, insiste con il fatto di conoscere già il negozio di Lugano. «E anche su internet si possono vedere queste cose». I ruoli? «Io dovevo svuotare e basta. Gli altri dovevano stare lì perché nessuno si mettesse in mezzo».

La tentata rapina. Gli spari in centro. È ora del processo
Si aprirà domani il dibattimento per gli autori del colpo tentato, nel luglio 2024, alla gioielleria Taleda nel centro di Lugano. Sette gli imputati alla sbarra, presunti membri delle Pink Panthers
Il dibattimento è sospeso per una breve pausa. Si riprende alle 11.
Dai fornelli alla sbarra
«Ristorazione» e «gastronomia» sono le parole che ritornano più spesso mentre gli imputati vengono interrogati dal giudice in merito a quanto dichiarato in fase istruttoria riguardo alle rispettive vite private. «Le cose nel settore della ristorazione non vanno bene e quindi io cerco di riattivare le cose in qualche modo», ha affermato uno di loro.
«Cosa farà una volta scarcerato?»«Vado in pensione»
«Come mai ha anche degli alias?», chiede il giudice al membro della banda che ha puntato l’arma contro l’agente. «Quello era tanti anni fa. Avevo precedenti penali in Italia», risponde lui in un italiano claudicante ma ben comprensibile. Precedenti penali? «Sono stato condannato nel 2019 a Losanna e ho scontato quattro anni di prigione. Ero stato arrestato nel 2017». Quanti anni ha trascorso nella sua vita in carcere? «Ho 50 anni e ne ho fatti una ventina». E «cosa farà una volta scarcerato?», chiede il giudice. «Vado in pensione», replica. Poi, «scherzi a parte», precisa di essere sempre stato un detenuto modello. Mi sono sempre comportato bene e non ho mai tentato di scappare.
L'accusa promossa a tentato assassinio
«Gli imputati sanno perché sono qui? Hanno preso visione dell’atto d’accusa?», chiede il giudice Amos Pagnamenta. Tutti e sette rispondono affermativamente. Per il principale imputato, l’accusa principale è stata promossa a tentato assassinio.
Il bottino mancato
Nel corposo atto d'accusa è presente anche la lista di quello che sarebbe potuto essere il bottino del colpo. Nello zaino erano stati inseriti oltre una quindicina di orologi, alcuni dei quali di altissimo valore. Svettano in particolare un Ulisse Nardin da 33'500 franchi e un Vacheron&Costantin da 103'000 franchi, oltre che un bracciale Cartier da 40'500 franchi.
Gli imputati in aula. Manette ai polsi
Gli imputati sono tutti presenti in aula. Ammanettati. Con loro, le interpreti incaricate di consentire il dialogo tra i sette, la Corte e rispettivi difensori d’ufficio.
Processo blindatissimo
Il processo, lo ricordiamo, si tiene per motivi di sicurezza all’interno del carcere della Farera. Un processo “in trasferta”, quindi, per la Corte delle assise criminali. Nell’aula penale maggiore di Lugano sono presenti solamente la stampa, qualche spettatore e alcuni agenti di polizia. Il dibattimento viene trasmesso in diretta attraverso due grandi schermi posti al centro dell’aula.
In sette alla sbarra
Sono sette gli imputati alla sbarra. Le accuse, a vario titolo, sono di infrazione alla Legge federale sulle armi e le munizioni; tentato omicidio intenzionale, subordinatamente tentate lesioni gravi, alternativamente tentata esposizione a pericolo della vita altrui; violenza e minaccia contro funzionari; violazione del bando, ripetuta; rapina aggravata, subordinatamente furto aggravato; danneggiamento aggravato; entrata illegale, ripetuta; falsità in certificati; guida senza autorizzazione. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Elisa Lurati, Flavia Marone, Matteo Genovini, Stefano Stillitano, Pascal Cattaneo, Marco Morelli e Paride De Stefani.
Inizia il processo
A presiedere il processo, alle Assise criminali di Lugano (in Cadro), è il giudice Amos Pagnamenta, affiancato dai giudici a latere Luca Zorzi ed Emilie Mordasini. L’accusa è promossa dal procuratore pubblico Simone Barca.
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