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Che fine ha fatto l'AIDS?

Esiste da 40 anni. Un vaccino ancora non c'è. Perché? Intervista a Enos Bernasconi, viceprimario Malattie infettive ORL

Anno 1981. L’agenzia per il controllo e la prevenzione delle malattie del Dipartimento di salute statunitense segnala una rara infezione che colpiva cinque uomini nella città di Los Angeles. Da lì a pochi mesi scoppia il panico mondiale. Il virus in tutti questi anni ha fatto 36.3 milioni di morti (fonte UnAids).

Oltre 73 milioni di persone sono state contagiate dall'inizio della pandemia. Oggi la diffusione dell'HIV è in lenta diminuzione rispetto agli ottanta e novanta, ma il virus non è scomparso. Continua a circolare. Oggi si celebra la giornata mondiale dell'Aids e ne abbiamo parlato con Enos Bernasconi, viceprimario Malattie infettive ORL.

Da tempo si parla di positivi al Covid. Che fine ha fatto invece la sieropositività. Che fine ha fatto l’Aids?
«Diciamo che a livello generale si ha un po’ l’impressione che il virus sia scomparso. In realtà non è così: negli ultimi 12 mesi in Svizzera sono state registrate 279 nuove infezioni e 44 casi di Aids. Numeri ancora troppo alti. Sicuramente la normalizzazione dell’Hiv, e il fatto che i sieropositivi oggi possano condurre una vita normale grazie a terapie efficaci, ha contribuito a far diminuire l’interesse generale soprattutto da parte dei mass media».

Che età hanno i nuovi sieropositivi che arrivano da lei?
«Sono quasi tutti giovani, tra i 20 e i 40 anni. La maggioranza di loro sono omosessuali maschi».

Per il Covid-19 in meno di un anno si è trovato un vaccino. Per l’Aids dopo 40 anni ancora nulla. Come mai?
«Ciò è legato proprio alla particolarità del virus dell’Aids. È un retrovirus che infetta le cellule centrali del sistema immunitario e riesce ad eludere molto efficacemente tutti i meccanismi di difesa. Un eventuale vaccino dovrebbe essere in grado di eliminare il virus proprio nella fase in cui sta avvenendo l’infezione. Purtroppo il virus riesce ad infettare subito le prime cellule integrandosi molto facilmente nel materiale genetico delle stesse cellule, a quel punto è già troppo tardi. Non si è ancora riusciti a trovare la strategia ottimale per avere una immunità efficace soprattutto a livello delle mucose dove entra il virus». 

Ritiene che un vaccino possa essere realtà in un futuro prossimo o è un’idea che dobbiamo abbandonare?
«Nulla deve essere abbandonato perché da un momento all’altro potrebbe arrivare l’idea vincente. Per molti anni abbiamo annunciato l’arrivo prossimo di un vaccino. Purtroppo malgrado le nuove conoscenze acquisite in immunologia negli ultimi dieci anni, tutti gli studi fatti con i vaccini sperimentali per l’HIV sono falliti. Manca ancora la strategia giusta».

Quali sono i progressi nella ricerca scientifica per quanto riguarda la lotta all’Aids.
«Sicuramente l’ottimizzazione delle terapie. Oggi la maggior parte dei pazienti assume un’unica pastiglia al giorno che contiene la classica triterapia oppure la combinazione di due farmaci molto potenti. Adesso sta per arrivare anche in Svizzera una terapia che si puo’ fare tramite iniezione intramuscolare una volta ogni due mesi. Sarebbe già un grande passo avanti e un beneficio nella vita di molti sieropositivi. Inoltre tra i progressi ottenuti c’è quella la PrEP, la profilassi pre esposizione molto efficace ma non ancora molto usata. Si tratta di una combinazione di due farmaci antiretrovirali per coloro ad alto rischio di contagio per via sessuale».

Il dover seguire una terapia antiretrovirale comporta dei rischi di salute a lungo andare? Avete dei pazienti che rispondono meno bene alle terapie?
«Grazie all’efficacia delle terapie più recenti il rischio di sviluppare delle resistenze ai farmaci è ridotto al minimo. Le rarissime resistenze derivano in generale dalle terapie fatte negli anni novanta e nei primi anni duemila. Possiamo dire che per ogni persona siamo in grado di trovare una terapia adatta solitamente ben tollerata dal soggetto. Siamo lontani dagli anni in cui avevamo solo terapie con tanti effetti avversi e interazioni farmacologiche».

Una persona HIV+ che assume regolarmente i farmaci annullando di conseguenza la carica virale, è in grado di trasmettere il virus a una persona?
«Gli studi hanno dimostrato che se una persona ha una viremia non misurabile non è più in grado di trasmettere il virus, e questo vale sia per i rapporti omosessuali che per quelli eterosessuali».

Una donna sieropositiva puo’ avere figli senza correre il rischio di trasmettere il virus?
«Certamente. Le donne incinte che seguono la terapia antiretrovirale non trasmettono il virus al bambino».

Quando oggi a un paziente viene comunicato di essere sieropositivo come reagisce rispetto ai casi del passato? Fa meno paura il virus?
«La comunicazione deve essere sempre fatta con molta empatia. Oggi abbiamo degli argomenti molto forti per tranquillizzare le persone, non siamo più in una situazione come quella degli anni ottanta e novanta dove il virus veniva visto come una condanna a morte. C’è davvero la possibilità di poter portare avanti questa condizione conducendo una vita normale, senza particolari disagi. È importante far capire questo messaggio ai nuovi pazienti».

Ritiene che ci sia oggi maggiore informazione e conoscenza sul tema AIDS, HIV e prevenzione?
«In generale c’è ancora tanta ignoranza. Devo dire però che riscontro tra i giovani una buona infarinatura sul tema Aids. Spesso arrivano già con richieste precise, con le idee chiare su che tipo di terapia fare, e questo perché oggi le persone colpite dal problema hanno la possibilità di trovare facilmente buone fonti di informazioni. Un tempo invece facevamo fatica perfino a convincere i pazienti a seguire una determinata terapia». 

Che contributo ha portato il Covid nella lotta all’Aids?
«Questa domanda dovrebbe farmela fra cinque anni. È difficile dare una risposta oggi, ma posso immaginare che l’attuale spinta nel campo della virologia legata al Covid-19 si tradurrà nei prossimi anni in progressi anche nell’Hiv. Lo vedo più come auspicio che come dato di fatto».

 

 Aids: quarant’anni di lotta contro il virus mortale

Quando, quarant’anni fa, si diffuse l’epidemia di Aids la gente scosse la testa fingendo di non capire. Ci si sentiva al sicuro perché la ‘nuova malattia’ colpiva i tossicodipendenti e gli omosessuali e, per lungo tempo, si pensò di essere in salvo per il solo fatto di non appartenere a nessuna di queste categorie. Quando ad ammalarsi furono invece persone eterosessuali o soggette a trasfusioni il velo dell’indifferenza si squarciò e il luccicante mondo dello yuppismo degli anni ’80 fu chiamato ad affrontare, dopo secoli, la lotta a una nuova epidemia mondiale.


"Solo provocando le cose vanno avanti", Oliviero Toscani. Sono passati quasi 27 anni da questa fotografia che sconvolse il mondo: una moderna "Pietà" del dolore familiare di fronte a un malato terminale di AIDS

E fu subito pandemia


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Anno 1977. Raggiungiamo uno storico traguardo, ovvero l’eradicazione definitiva del vaiolo. Per la prima volta nella storia della medicina si era riusciti a sconfiggere una malattia capace di mietere, da millenni, migliaia di vite all’anno. Dal dopoguerra, le migliori condizioni di vita, dal punto di vista igienico-sanitario, avevano ridotto l’incidenza di patologie fino a quel momento endemiche, come il tifo e la tubercolosi, mentre il diffondersi dei vaccini aveva di fatto estinto infezioni mortali quali la poliomielite, la difterite o il tifo. In un simile contesto, appare chiaro come la società degli anni’80 fosse del tutto impreparata a fronteggiare una nuova pandemia mondiale. Fino ad allora il genere umano si era confrontato con epidemie di tipo ‘strutturale’, legate alla carenza o inefficienza nella gestione di aspetti legati alla salute pubblica, quale l’acqua o gli insetti, mentre con l’Aids si fece strada una epidemia di tipo ‘comportamentale’ cioè legata a erronei comportamenti umani.

La prima volta dell’AIDS - Nell’agosto del 1982, nel corso di un congresso promosso dalla Food and Drug Administration venne proposto per la prima volta il termine Aids o ‘Acquired Deficiency Syndrome’ (sindrome da immunodeficienza acquisita) per definire la nuova malattia. Con questo termine si fece chiarezza sul fatto che l’Aids è una sindrome, e cioè non si presenta come un’unica malattia ma sotto forma di diverse manifestazioni patologiche, mentre si parla d'immunodeficienza quando le difese immunitarie del corpo umano sono insufficienti a proteggere l’individuo dall’attacco d'infezioni. Come ormai sappiamo l’Aids è la malattia causata dal virus dell’Hiv e cioè ‘Human Immunodeficiency Virus’ (virus da immunodeficienza umana), che dà origine a infezioni croniche che il sistema immunitario non è in grado di respingere. Anche se la sindrome è riportata per la prima volta nella letteratura medica agli inizi degli anni ’80, il primo caso di sieropositività si fa risalire al 1959 quando venne prelevato da un uomo di Leopoldville, oggi Kinshasa, un campione di sangue che, analizzato trent’anni dopo alla luce delle recenti scoperte scientifiche legate alla malattia, dimostrò di contenere gli anticorpi dell’Hiv.


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Il passaggio dalla scimmia all’uomo - È ormai acclarato che il virus umano dell’Hiv deriva da mutazioni di vari ceppi del Siv: dal Sivcpz dello scimpanzé deriverebbe il ceppo Hiv1, responsabile dell’attuale pandemia, mentre dal Sivsmm, che colpisce le scimmie Sooty Mangabey, deriverebbe il ceppo Hiv2, dotato di patogenicità e contagiosità più limitata e rimasto, per lungo tempo confinato nelle proprie aree endemiche per poi trasferirsi nei paesi occidentali.

Tutto partì dall’Africa - Gli studi più moderni indicano come possibile zona d’origine del virus il Camerun, dove la trasmissione uomo-scimmia dovette avvenire tramite il contatto tra liquidi dovuto, probabilmente, a un morso o alla partecipazione di battute di caccia o alle pratiche di macellazione della carne di scimmia che veniva comunemente usata come pietanza. Diversi laboratori di microbiologia hanno effettuato confronti filogenetici e datazioni della sequenza progenitrice del gruppo principale dell’Hiv1 concludendo, in maniera univoca, che l’introduzione di tale virus nell’uomo è avvenuta nella prima metà del XX secolo, tra il 1915 e il 1941.Il virus, già conosciuto in Africa come il ‘male sottile’ dato che portava i malati alla morte in seguito a una progressiva consunzione del fisico, si sarebbe prima diffuso nelle aree urbane dell’Africa, come Kinshasa, per poi travalicare l’oceano tra gli anni’ 50 e gli anni ’60, dove, favorito dal clima di rivoluzione sessuale tipica di quegli anni, si diffuse negli Stati Uniti, ad Haiti e in Brasile. Si pensa che fu proprio l’isola caraibica, meta del turismo gay statunitense, a fungere da ponte tra Africa e America, contribuendo al diffondersi del virus anche in occidente.

L'emigrazione del virus verso l'America - La facilità degli spostamenti delle persone e le sempre più frequenti occasioni di viaggio favorirono il diffondersi della malattia a livello mondiale: nel 1982 si registrarono i primi casi in Italia, Canada, Inghilterra e Francia mentre negli Stati Uniti, nel 1983, i casi salirono a 1.614 con 619 decessi. L’alta prevalenza di omosessuali maschi tra le vittime della malattia focalizzò l’attenzione sulla sola popolazione gay come potenziali bersagli del virus, come se la malattia stessa fosse legata all’orientamento sessuale delle vittime d'infezione. Tale messaggio venne recepito dall’opinione pubblica tanto che il New York Times intitolò un articolo sull’argomento “Raro cancro osservato in 41 omosessuali”, mentre altre testate giornalistiche come The Lancet parlò di ‘gay compromise sindrome’ o ‘immunodeficienza gay correlata’, e per un certo periodo l’infezione fu chiamata delle ‘4H’ poiché colpiva omosessuali, eterosessuali utilizzatori di droghe per endovena, haitiani ed emofiliaci (in inglese homosexual, heterosexual intravenous drug users, haitian immigrants, hemophiliacs). Il fatto di circoscrivere il fenomeno a un gruppo ristretto di persone fu di sicuro confortante per la maggior parte delle persone ma il risultato di una opinione pubblica così diffusa fu quello di distogliere l’attenzione dal pericolo, ben più concreto, di diffusione del virus tramite rapporti eterosessuali non protetti.

Leggende metropolitane


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Della ‘nuova malattia, quindi, si aveva una idea vaga, pur essendo stati riportati dei casi isolati negli Stati Uniti fin dai primi anni ’70: non aveva un nome, non si conosceva il meccanismo di contagio, non si aveva ancora la percezione della sua pericolosità. Di conseguenza, nel tempo, furono tante le teorie che si diffusero sulla probabile origine della malattia e alcune di esse sopravvivono, purtroppo, persino ai giorni nostri.


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Un ragazzo alza la magliettina per mostrare i segni del sarcoma di Kaposi, un tumore aggressivo che si verifica nei soggetti con infezione da HIV

Il cancro dei gay - Una delle prime teorie, come detto, faceva riferimento alla natura del morbo come a un nuova tipologia di cancro che colpiva solo gli omosessuali, altri fecero riferimento all’uso di droghe mentre ci fu anche chi, in ricordo delle centinaia di morti avvenute in Spagna per una sindrome tossica da olio adulterato, fece riferimento alla nuova malattia come a una intossicazione legata all’uso di sostanze quali il nitrito di amile (il popper) nelle comunità hippie.

Perfino il vaccino antipolio - Esiste poi una teoria secondo la quale il passaggio di specie del virus tra uomo e scimmia si verificò, tra il 1957 e il 1960, a seguitò della sperimentazione del vaccino antipolio condotta dallo scienziato e scopritore del vaccino Hilary Kaprowski in Congo Belga. Secondo i fautori di questa teoria lo scienziato avrebbe permesso il passaggio del virus  Siv/Hiv dal primate all’uomo coltivando il virus nei tessuti delle reni degli scimpanzé.

La teoria delle droghe ricreative - I seguaci delle teorie alternative sull’Aids fanno spesso riferimento al lavoro di Peter Duesberg, professore di Biologia cellulare e molecolare presso l’Università di Berkeley. Duesberg, nel 1987, pubblicò un articolo in cui teorizzava, per la prima volta che l’Aids sarebbe causato dal consumo di droghe ricreative e di farmaci antiretrovirali e che in realtà l’Hiv sarebbe innocuo per il genere umano. Per il professore le altre cause dell’Aids sono la povertà e la malnutrizione, giungendo ad affermare che il virus non si trasmette per via sessuale.

Effetti deleteri - Nonostante le teorie del professore siano sempre state smentite da studi scientifici puntuali, il suo diffondersi ha comportato effetti devastanti. Basti pensare al caso del Sudafrica, paese in cui l’ex presidente Thebo Mbeki era un seguace delle idee teorizzate da Duesberg: il presidente perseguì, nel corso del suo mandato, una politica di ostruzionismo nei confronti della medicina, arrivando a rifiutare, nel 2000, l’offerta dell’azienda farmaceutica Boehringer Ingelheim di donare al Sudafrica la copertura necessaria di Nevirapina, il farmaco in grado di prevenire la trasmissione dell’Hiv dalla madre al feto. C’è da riflettere su quale sia stato l’effetto, in un paese come il Sudafrica dove il 19% della popolazione è sieropositiva, delle dichiarazioni dell’ex ministro della salute Manto Tshabalala-Msimang fermamente convinta che i farmaci tradizionali siano tossici e che per non ammalarsi di Aids sia sufficiente una dieta ricca di patate e aglio. Il primo a mettere poi in dubbio la correlazione tra Hiv e Aids, nel 1984, fu il politico americano Casper Schmidt il quale scrisse un articolo sul Journal of Psychohistory nel quale sosteneva che l’Aids fosse un caso di “isteria epidemica”, in cui gruppi di persone darebbero inconsciamente vita a conflitti sociali.Tutt’oggi torna, poi, ciclicamente in auge, la teoria secondo cui il ‘caso Aids’ fu montato ad hoc dalla Cia. Pare che questa voce venne messa in circolazione dal Kgb, all’epoca della Guerra fredda, per screditare a livello mondiale gli Stati Uniti e che da allora, questa falsa diceria, continui a vivere di vita propria.

 

Le prime scoperte: è allarme sociale


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Un malato di Aids nell'ultima fase della malattia. La foto risale al 2002

Nonostante l’esistenza di teorie negazioniste, la medicina ufficiale si è da subito attivata per ricercare e scoprire, al fine di combattere efficacemente, il fattore patogeno responsabile della nuova malattia. I primi studi sull’Aids risalgono al 1980, anno in cui Micheal Gottlieb, un ricercatore dell’Università della California impegnato in una ricerca clinica sul deficit del sistema immunitario, si imbatte nel caso di un paziente che soffriva di un raro caso di polmonite dovuta al protozoo Pneumocystis carinii che di solito colpisce, quasi esclusivamente, i neonati prematuri o i pazienti con il sistema immunitario fortemente compromesso quali i malati di tumore o i trapiantati.


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Robert Gallo, medico, biologo e accademico statunitense. Ha scoperto nel 1982 l'origine retrovirale dell'AIDS, poi confermata l'anno successivo dall'isolamento dell'HIV di tipo 1, da parte di Luc Montagnier e Françoise Barré-Sinoussi

Quella strana polmonite - Nei mesi successivi il ricercatore analizza altri tre pazienti, tutti omosessuali, con un basso livello di linfociti T. Il 5 giugno 1981 i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie di Atlanta (Cdc) pubblicano nel proprio bollettino l’aumento di diagnosi di polmonite da Pneumocystis carinii e di un raro caso di tumore dei vasi sanguigni noto come sarcoma di Kaposi, in alcuni giovani omosessuali residenti nelle aree metropolitane di Los Angeles, New York e San Francisco.

Il sarcoma di Kaposi, questo sconosciuto - Pochi giorni dopo i Cdc costituiscono una vera e propria task force per lo studio e la ricerca sul sarcoma di Kaposi e sulle altre infezioni correlate a quella che si iniziò a definire come una epidemia associata alla omosessualità. Alla fine del 1981 si iniziano a registrare i primi casi di malattia tra gli eterosessuali e tra gli emofiliaci, persone costrette a frequenti trasfusioni di sangue: la malattia quindi estende la sua pericolosità a gruppi di persone  considerate escluse dal pericolo del contagio. Scoppia l’allarme sociale.

Nasce il nome AIDS - Nel giugno del 1982 viene registrato un gruppo di casi tra maschi omosessuali nel sud della California, e inizia a farsi strada, tra i ricercatori, l’idea che la malattia possa avere una origine virale, mentre nel mese di agosto dello stesso anno viene per la prima volta proposto il nome di Aids, sindrome da immunodeficienza acquisita, per definire la malattia.


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Luc Montagnier ha scoperto il virus dell'HIV e ha vinto il Premio Nobel per la medicina nel 2008.

Il padre del virus e la battaglia legale - Nel 1982 Robert Gallo, direttore del laboratorio di biologia cellulare dei tumori del National Cancer Institute di Bethesda negli Stati Uniti, accerta l’origine virale dell’epidemia, scoprendo l’azione di un retrovirus appartenente a una particolare famiglia di virus da lui identificata anni prima nell’ambito degli studi sulla leucemia. Nel maggio del 1983 all’istituto Pasteur di Parigi, Luc Montagnier, virologo francese, riesce a isolare un nuovo virus che potrebbe essere l’agente responsabile della trasmissione della malattia. Tale virus, isolato dalle cellule di un paziente omosessuale che presenta dei linfonodi fortemente ingrossati, ma privo di alcun sintomo dell’Aids, viene invito ai Cdc di Atlanta dove il virus viene denominato Lav, virus associato a linfoadenopatia e inviato, a sua volta, al National Cancer Institute di Bethesda. Il 22 aprile 1984 i Cdc dichiararono pubblicamente che il Lav era stato definitivamente identificato come la causa dell’Aids dai ricercatori dell’Istututo Pasteur. Il giorno dopo Margareth Heckler, segretaria dell’Health and Human Services, annuncia che Robert Gallo ha a sua volta isolato da pazienti malati di Aids il virus responsabile della malattia, denominato Htlv III, virus umano della leucemia delle cellule T di tipo II., i primi retrovirus umani mai scoperti dalla medicina.Inizia una vera e propria battaglia legale tra i due prestigiosi istituti di ricerca per vedersi dichiarare la paternità della scoperta che, per la sua rilevanza scientifica, potrebbe valere il Nobel per la medicina.


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È il momento della consegna del Nobel per la medicina a Luc Montagnier per il suo contributo fondamentale nella scoperta del virus dell’HIV. È il 2008

Il Nobel va ai francesi - Nel 1985 vengono pubblicano numerosi studi riguardanti i due virus appena scoperti, tutti accomunati dalla conclusione che trattasi dello stesso virus e la lotta per la paternità della scoperta si concluderà idealmente solo nel 2008 con l’assegnazione del Nobel per la medicina ai francesi. Dalla seconda metà degli anni ’80 si entra nel pieno della ‘terza fase’ dell’epidemia, dopo la ‘fase latente’ e quella americana-nordeuropea legata prevalentemente alla comunità omosessuale, con il diffondersi del contagio per via parentale tra tossicodipendenti, che assume i caratteri della pandemia mondiale per la rapidità della sua diffusione. Nel 1985 si tiene ad Atlanta la prima Conferenza internazionale sull’Aids, sponsorizzata dall’Organizzazione mondiale della sanità, alla quale partecipano quasi duemila ricercatori provenienti da trenta nazioni. La seconda conferenza si svolge invece a Parigi ed ha come tema principale quello della necessità di una seria campagna di informazione per arginare il contagio: nel mondo infatti si contavano ormai 50 mila casi di malati di Aids e circa 10 milioni di sieropositivi. 

Il virus colpisce le star


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Nonostante le cifre altissime di nuovi contagiati, di Aids si continua a non parlare a sufficienza. A rompere la cortina di silenzio e omertà che circonda da sempre vista questa malattia, vista come uno stigma sociale, oltre alle sempre più incisive campagne d'informazione, contribuirono i casi di persone celebri che decisero di uscire allo scoperto parlando della propria salute: la prima vittima celebre che ammise pubblicamente di essere affetta da Aids fu il celebre attore Rock Hudson, morto il 2 ottobre del 1985. Il fatto che l’attore fosse un uomo virile, bianco e ricco, anche se nascostamente gay, dimostrò, per la prima volta, che l’idea dell’esistenza di categorie a rischio, quali omosessuali e tossicodipendenti, fosse del tutto errata. Altre vittime celebri, per citare alcuni nomi, furono il filosofo e storico francese Michel Foucault, lo scrittore Pier Vittorio Tondelli, l’artista statunitense Keith Haring e il ballerino russo Rudol’f Nureyev.


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Freddie Mercury, durante un concerto a Parigi nel 1984

Una morte scioccante - Di sicuro però la vittima di Aids più nota e la cui morte suscitò una eco mondiale fu Freddie Mercury, frontman e cantante del gruppo musicale inglese dei Queen: risultato positivo all’Hiv e, successivamente, ammalatosi di Aids il cantante prima rifiutò di rendere pubblica la sua condizione, confessata solo ai membri del gruppo e amici intimi, per poi diramare un comunicato stampa, appena un giorno prima della sua morte avvenuta il 24 novembre 1991, nel quale chiedeva ai propri fan di supportare lo sforzo dei medici impegnati a sconfiggere questa terribile malattia. Altri malati celebri, nel mondo dello sport, furono il tennista, vincitore di 3 grandi slam, Arthur Ashe, risultato positivo all’Hiv nel 1988 (fu appurato che il tennista, eterosessuale, contrasse il virus durante una trasfusione di sangue eseguita nel corso di un intervento chirurgico al cuore), il tuffatore Greg Luoganis, quattro volte oro olimpico e cinque volte campione mondiale tra il 1976 e il 1988 e il cestista Magic Johnson che, a inizio della stagione agonistica 1991-1992, seppe, durante un controllo di routine, di aver contratto il virus dell’Hiv. Di recente, nel 2015, l’attore Charlie Sheen ha confessato di aver contratto il virus dell’Hiv denunciando la difficoltà, a seguito della sua confessione, di continuare a svolgere il mestiere di attore per la diffidenza dei colleghi.

Il paziente zero - Non era invece una persona celebre, ma celebre lo è diventata solo a seguito della sua morte, il giovane Robert Reyford, morto a Saint Louis il 15 maggio 1969, indicato come la prima vittima certificata di Aids. Ricoverato nel 1968 con le gambe e i genitali ricoperte di piaghe ed escrescenze, risultò positivo alla clamidia. I sintomi, rimasti stabili per tutto il 1968, riapparvero molto aggravati l’anno successivo: il ragazzo presentava febbre, problemi respiratori e linfonodi enormemente ingrossati. I medici constatarono che il suo sistema immunitario sembrava aver cessato di funzionare: da lì a poco infatti Reyford, a seguito di un grave attacco di febbre, morì a soli 16 anni. Dall’autopsia effettuata sul corpo del giovane si poterono rilevare numerose anomalie: le lesioni violacee presenti sulla coscia destra e nei tessuti molli di Robert si rivelarono essere causati dal sarcoma di Kaposi, un raro tipo di cancro a quei tempi noto solo per colpire persone anziane appartenenti ad alcuni gruppi etnici quali ebrei, sardi e greci. Inoltre i sarcoma vennero ritrovati anche nell’ano e nel retto del giovane, cosa fino ad allora mai riscontrata in alcun altro paziente. Dopo l’autopsia, campioni di alcuni suoi tessuti furono conservati nei refrigeratori dell’Università dell’Arizona e successivamente analizzati, nel giugno del 1987, con il test in uso all’epoca, il Western blot, che evidenziò anticorpi contro tutte le nove proteine individuabili dell’Hiv. Un secondo test confermò il risultato del primo. 

Una lotta per la sopravvivenza


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In questa immagine è stata scattata il 21 maggio del 1990. Erano anni in cui si moriva facilmente di Aids. Amici, familiari e parenti piangono di fronte a un memoriale per le vittime dell'AIDS durante la settima edizione dell'International AIDS Candlelight Memorial a San Francisco.


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Dal 1988, Ogni anno il 1 dicembre, si celebra la ‘Giornata mondiale contro l’Aids’. Nonostante la malattia sia ben lontana dall’essere debellata, gli enormi progressi della medicina, dovuti specialmente alle terapie antiretrovirali, hanno trasformato l’infezione da Hiv da patologia rapidamente fatale a una infezione cronica con cui è possibile convivere per un arco temporale mediamente lungo.Il fatto che l’Aids sia una malattia che si pone in stretta correlazione con la sfera sessuale delle persone, oltre che connessa alla problematica della droga, ha da sempre costituito motivo d'imbarazzo ad affrontare apertamente la problematica della sua diffusione. E se è vero che alla fine degli anni’80 una campagna d'informazione di massa servì a far conoscere gli aspetti più salienti della malattia e a mettere in allarme le persone sui comportamenti a rischio da evitare, è anche vero che , da molti anni, dell’Aids se ne sente parlare sempre meno, come se il pericolo fosse scampato. E sappiamo che non è così. 

Milioni di contagiati - Attualmente si stima che nel mondo siano circa 36 milioni e 900 mila le persone sieropositive: la maggior parte sono giovani compresi tra i 20 e i 30 anni ma oltre 3 milioni sono bambini e adolescenti. Sul numero totale, circa 21,7 milioni di persone hanno accesso a una terapia antiretrovirale. Nel 2017 hanno contratto l’infezione circa 1,8 milioni di persone e ogni giorno quasi 700 adolescenti, tra i 10 e i 19 anni, diventano sieropositivi. Oltre 9 milioni di persone ignora di essere infetta per cui, secondo stime internazionali, solo il 75% della popolazione infetta sa di esserlo, con oscillazioni fra il 55% nei paesi africani e il 92% negli Stati Uniti ed Europa. A livello mondiale il raggiungimento del target del 90% nella copertura dei ‘tre pilastri’ della gestione dell’infezione da Hiv, e cioè conoscenza dello stato di sieropositività, accesso alla terapia antiretrovirale e la soppressione farmacologica dell’infezione, sono ancora molto lontani rispetto al traguardo prefissato dalle Organizzazioni sanitarie.

I primi farmaci - La medicina si è impegnata fin da subito nella ricerca di una cura che potesse sconfiggere l’epidemia mortale e i progressi fatti, in quasi quarant’anni di ricerche e scoperte scientifiche a riguardo, sono veramente impressionanti. Già nel 1987, a tempo di record, fu approvato un primo farmaco, la molecola Azt, capace d'inibire l’enzima della transcrittasi inversa virale, cioè il processo che permette al virus di trascrivere il proprio codice genetico, il Rna, nello stesso linguaggio usato dal codice genetico delle cellule dell’uomo, il Dna.. Nonostante si fosse visto che il virus riusciva comunque a sviluppare ceppi resistenti al farmaco e gli effetti collaterali fossero molto invasivi, la scoperta permise di riaccendere la speranza sulla possibilità di giungere ad una cura definitiva contro il male.  Nel 1991 venne approvato un nuovo farmaco anti Aids, la Ddi, che, come l’Azt, puntava ad impedire la trascrittasi inversa agendo sugli enzimi coinvolti, ma evitando gli effetti più dannosi del precedente farmaco. Un anno dopo, a testimonianza del fatto che, sul fronte medico, la ricerca di una cura contro l’Aids fosse l’obiettivo primario, venne approvata la Ddc, un altro inibitore, dando il via allo studio clinico sull’efficacia combinata dei due farmaci.


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Il calo dei morti - Le scoperte scientifiche erano riuscite nell’intento di ridurre il tasso di mortalità della malattia che dal 100% del 1984 era passata al 77,5% nel 1994. L’anno seguente venne approvato il Sequinavir, il primo inibitore della proteasi e il 3Tc, un inibitore della trascrittasi inversa particolarmente efficace se usato con altri inibitori. La svolta nella cura della malattia avvenne nel 1996, anno in cui venne abbandonata la monoterapia a base di Azt e le terapie abbinate: a gennaio vennero infatti presentati gli studi clinici compiuti sull’Haart, terapia antiretrovirale ad alta attività, che divenne presto lo standard mondiale nella cura dell’Aids grazie a una combinazione di inibitori della trascrittasi inversa e di un inibitore della proteasi, ovvero l’enzima che modella le macroproteine. 

Le terapie combinate e l’uomo dell’anno - Lo scienziato taiwanese David Ho che mise a punto la terapia combinata si guadagnò, a pieno titolo, la copertine del Time come ‘uomo dell’anno’. Sempre alla fine degli anni ’90 l’offerta terapeutica si arricchì di nuovi farmaci: la Nevirapina, primo inibitore non nucleosidico della trascrittasi inversa, e l’Indinavir e il Ritonavir che agiscono contro la proteasi. Gli enormi sforzi scientifici non tardarono ad essere ripagati: la mortalità causata dall’Aids calò in modo rapido e netto, negli Stati Uniti si dimezzò fin dal primo anno, mentre crebbero esponenzialmente l’ottimismo tra medici e pazienti affetti da Hiv. Gli ottimi risultati legati alle nuove terapie furono presentati, nel 1998, alla XXII Conferenza Internazionale sull’Aids svoltasi a Ginevre: nonostante si fosse visto che l’Haart non fosse capace di azzerare rapidamente la replicazione del virus, capace di sviluppare forme sempre più resistenti ai farmaci, la terapia segnò comunque un  punto di svolta nella storia della cura all’Aids. Nel settembre del 2000 fu messo in commercio il Lopinavir, un potentissimo inibitore della proteasi mentre, negli anni più recenti,  le terapie attuali sono diventate sempre più efficaci e tollerate, con effetti collaterali limitati. Ormai i soggetti infetti e curati conducono una vita sostanzialmente normale. 


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La speranza di un vaccino - Da anni il mondo scientifico è alla ricerca di un vaccino per combattere l’Aids. Numerosi tentativi sono stati fatti negli ultimi dieci anni, ma senza grossi risultati. Ogni volta che un’equipe medica annunciava in pompa magna l’avvio di una sperimentazione sugli umani, le speranze si scontravano con risultati vani. Il cammino della sperimentazione è ancora lungo e necessita di tempo e fondi per andare avanti. Ma perché dopo 40 anni non si è ancora riusciti a trovare un vaccino in grado di fermare l’Aids? Il virus dell’hiv è incredibilmente intelligente: sa nascondersi e aggirare le difese immunitarie. Infettando direttamente il sistema immunitario, riesce a “guidare” le risposte immunitarie e nel frattempo le distrugge progressivamente. 


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C’è chi è guarito da solo - L’obiettivo rimane ambizioso ma, a detta di molti, raggiungibile. In natura infatti si sono osservate delle ‘guarigioni spontanee’ dal virus: i casi effettivamente riscontrati sono rarissimi e gli stessi medici, nel definire questi episodi come veri casi di guarigione procedono con molta cautela, ma di fatto i casi di cronaca li riportano come tali. Nel 2014, un gruppo di ricercatori dell’istituto francese ‘Health and Medical Research’, ha pubblicato uno studio sulla rivista ‘Clinical Microbiology’ inerente il caso di due uomini guariti dall’Hiv. In entrambi gli individui analizzati, un uomo di 57 anni, con diagnosi di sieropositività all’Hiv dal 1985, e uno di 23 anni con diagnosi di sieropositività dal 2011, il virus è rimasto nelle loro cellule immunitarie ma è stato reso inattivo grazie a una variazione del codice genetico. Legata a una maggiore attività di un enzima chiamato ‘Apobec’. Si ritiene che la stimolazione dell’enzima Apobec 3G, una citosina facente parte delle difese costitutive dell’organismo, di solito inibita dalla proteina retrovirale Vif, sia responsabile della disattivazione del virus. Il processo di guarigione sarebbe quindi avvenuto attraverso un sorta di meccanismo di ‘endogenizzazione’ del virus Hiv, un processo che si ritiene abbia neutralizzato la patogenicità di altri virus in passato. Lo studio offre, quindi, degli spunti rivoluzionari nel campo della ricerca perché apre la strada a una nuova cura ottenuta stimolando l’enzima responsabile dei due casi di guarigione. Altri casi di guarigione passati al vaglio della comunità scientifica sono quelli di una bambina africana di 9 anni, infettata alla nascita dalla madre, che da 8 anni non necessita più di cure perché nel suo sangue non si rileva più la presenza del virus. Altro caso di guarigione, anche se temporanea, è quella da riferirsi al caso di ‘Mississippi baby’, la prima persona nata sieropositiva a essere guarita per 27 mesi dalla sua condizione.  Esistono poi dei casi in cui i medici non parlano di guarigione ma di ‘controllo della malattia senza farmaci’, i cosiddetti ‘elite controller’, persone in grado di controllare l’infezione probabilmente per la presenza di un virus non virulente o per una spiccata capacità del sistema immunitario di tenere sotto controllo la situazione. Il caso più eclatante è quello di una ragazza francese, oggi ventenne, nata sieropositiva ma non in cura farmacologica da ben 14 anni.


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L’effetto Covid-19 - L’esperienza vaccinale maturata nell’ambito dell’attuale pandemia da COVID-19 potrebbe tornare utile anche nei confronti dell’infezione da HIV verso la quale non è tuttora disponibile un vaccino preventivo. Sono, infatti, in via di sperimentazione negli Stati Uniti due vaccini a mRna contro l'HIV, sviluppati sulla base della tecnologia dimostratasi efficace contro il COVID-19. Le molecole di mRNA dovrebbero trasmettere alle cellule del ricevente le istruzioni per la produzione delle proteine di HIV e la conseguente risposta immunologica.
La sperimentazione vaccinale richiederà diverse fasi al fine di accertare, su un numero crescente di persone, l’assenza di tossicità e l’efficacia nell’indurre una risposta immunitaria protettiva.
La sperimentazione di fase 1, iniziata recentemente, coinvolgerà, nei prossimi sei mesi, 56 volontari sani fra i 18 e i 50 anni. Oltre ad escludere reazioni avverse ai preparati vaccinali (mRna-1644 e mRna-1644v2-Core), i ricercatori valuteranno la comparsa nel tempo di anticorpi in grado di neutralizzare differenti ceppi di HIV. Per valutare la completa efficacia vaccinale sarà comunque necessario estendere la sperimentazione su larga scala, coinvolgendo numerosi centri in diverse aree del pianeta, dove sono prevalenti differenti sottotipi virali.

 La lotta all’Aids quindi continua, incoraggiata dai brillanti risultati della ricerca, ma spesso frenata dalla mancanza di fondi atti a supportarla. Oggi la ricerca farmacologica ha compiuto progressi importanti, fornendo nuovi prodotti alla terapia di combinazione (compresi i cosiddetti "antiretrovirali"), che hanno rimosso l'automaticità della sentenza di morte insita nell'Hiv e sono riusciti a trasformare l'Aids da malattia senza speranza a malattia cronica. L'Aids, tuttavia, continua a colpire soprattutto nei Paesi più poveri, dove l'accesso ai farmaci è spesso negato. L'obiettivo della comunità internazionale e la speranza di milioni di sieropositivi resta tuttavia solo ed unicamente il vaccino.

 

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