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Invito o no, «non è un tavolo a cui Mosca possa accettare di sedersi»

Verso la Conferenza di pace del Bürgenstock. Ne parliamo con Luciano Bozzo, direttore del Centro studi strategici dell'Università di Firenze
Verso la Conferenza di pace del Bürgenstock. Ne parliamo con Luciano Bozzo, direttore del Centro studi strategici dell'Università di Firenze

Nel prossimo fine settimana - 15 e 16 giugno - sulle alture che sovrastano il Lago dei Quattro Cantoni si svolgerà il vertice di pace del Bürgenstock, formalmente la "Conferenza di alto livello sulla pace in Ucraina". Il summit si propone, nelle parole della presidente della Confederazione, Viola Amherd, come un «primo step di un percorso ad ampio raggio per costruire una pace sostenibile in Ucraina». Sarà così? A tre giorni dal via ne abbiamo parlato con Luciano Bozzo, docente di Relazioni Internazionali e direttore del Centro studi strategici dell'Università di Firenze.

Professore, fra pochi giorni si aprirà la tanto chiacchierata Conferenza di pace del Bürgenstock. E, tutto considerato, appare finora come una di quelle occasioni di cui si sarà parlato molto di più del prima di quanto non si farà con quello che invece verrà discusso durante. Un po’ come se le settimane che l’hanno anticipata fossero la vera piattaforma offerta dalla conferenza… È solo un’impressione?
«No, direi che è un'impressione fondata. Si sta facendo molto battage pubblicitario su questo evento e lo si vuole mettere in risalto. E indubbiamente alcuni dei partecipanti possono avere interesse nel farlo. Però se la vogliamo considerare una conferenza di pace, ci vuole una grande fantasia per poter pensare che rappresenti un passo verso la pace in Ucraina. Per il semplice motivo che i contendenti, e non parlo semplicemente della Federazione Russa e dell'Ucraina ma parlo in realtà delle coalizioni che si sono formate attorno a questi due paesi in guerra, in questo momento non mi pare abbiano intenzione di giungere a un accordo negoziale e porre fine al conflitto. E questo semplicemente perché l'Ucraina e la Russia hanno obiettivi confliggenti, altrimenti il conflitto non andrebbe avanti. Ma ognuno dei due, in questo momento, così come avvenuto nei mesi e negli anni passati, spera con il passare del tempo di migliorare la propria situazione. Di mettere in crisi l'avversario e quindi, in futuro, di imporre un trattato di pace, o comunque una tregua, partendo da una posizione di vantaggio. Ovviamente questo è giustificato dal fatto che negli ultimi due anni abbiamo assistito non a veri ribaltamenti del fronte militare ma ad avanzate dell'una e dell'altra parte che non sono risultate decisive. Per gli ucraini si tratta di recuperare il terreno perduto. Per i russi di consolidare o aumentare quello che hanno conquistato. E finché l'una o l'altra parte hanno questo tipo di speranza, mi sembra molto difficile che si possa discutere e ragionare di un accordo di pace».

AFPUn vertice blindatissimo. Per garantire l'imponente dispositivo di sicurezza nel corso del weekend saranno impiegati 4'000 militari e numerosi mezzi di aria, terra e acqua.

La Russia, che non ci sarà - non è stata invitata -, ha comunque "snobbato" la questione e respinto le accuse in merito alla volontà di “sabotare” l'evento, limitandosi a ribadire che non si può parlare di pace senza di loro. Dall’altra parte, Kiev ha puntato il dito, più volte, affermando che Mosca teme questa Conferenza… È così?
«Indubbiamente, l'osservazione di Mosca è scontata. Come si può fare la pace con qualcuno se quel qualcuno non si presenta al tavolo delle trattative? È vero. Mosca teme questo negoziato? Certamente un negoziato che si svolge in Svizzera, con presenza di molti paesi che sostengono apertamente - e anzi, appoggiano dal punto di vista delle forniture militari e non solo del sostegno politico - l'Ucraina, non è proprio il tavolo al quale Mosca preferisca, o possa accettare, di sedersi. Senza contare che in queste ultime settimane c'è stata una più o meno timida ripresa d'iniziativa delle forze russe sul campo di battaglia. E chiaramente Mosca ha tutto l'interesse a consolidare questo sforzo, anche se ho forti dubbi sul fatto che questo sforzo si possa tradurre nella riconquista di Kharkiv o nel crollo del fronte ucraino. Però Mosca non ha subito l'iniziativa e ha consolidato quelli che sono i territori controllati. Quindi che in questo momento a Mosca convenga sedersi a un tavolo delle trattative, in Svizzera, e dialogare con l'Ucraina per giungere a un cessate il fuoco mi sembra abbastanza improbabile. E infatti è quello che sta accadendo».

I due contendenti, alla luce del sole, non si parlano se non controbattendo alle rispettive dichiarazioni. Lontano dai riflettori invece cosa accade?
«Che "sotto il tavolo" i contatti tra le parti, sia quelle direttamente coinvolte nel conflitto sia quelle che lo sono indirettamente, continuino credo che sia scontato. Per esempio a livello di servizi di intelligence. E forse anche a livelli diversi. Peraltro, in qualsiasi conflitto bellico, anche i più aspri, si instaura una comunicazione tra le parti che è implicita; data dal tipo di sforzo che viene profuso sul campo, dal mettere in atto un certo tipo di escalation militare, dal colpire determinati obiettivi militari, per inviare un messaggio alla controparte. Il vecchio Clausewitz scrive nel "Della Guerra" che in guerra il confronto militare si sostituisce al confronto diplomatico, ma usa un'immagine abbastanza significativa: anziché scambio di note diplomatiche, in guerra si scambiano cannonate. Mi sembra che sia un'immagine che chiarisce molto bene lo stato della situazione».

AFPSul Bürgenstock non ci sarà una delegazione russa. Ma, sottolinea Bozzo, «un negoziato che si svolge in Svizzera, con presenza di molti paesi che sostengono apertamente l'Ucraina, non è proprio il tavolo al quale Mosca preferisca, o possa accettare, di sedersi».

Oltre alla Russia, non ci sarà la Cina. Gli Stati Uniti ovviamente sì, ma non con la tanto auspicata, da Kiev, presenza di Joe Biden. Fermo restando che è importante che si parli di pace, farlo di nuovo a “circuito chiuso” - anche se in grande - a cosa può essere utile?
«Credo che possa essere utile a poco. Non credo che da questa Conferenza di pace possano uscire risoluzioni o determinazioni che portino davvero avanti il processo di pacificazione o che rappresentino un passo decisivo verso la pace. I grandi fori internazionali sono degli eventi molto spesso mediatici. Eventi che consentono agli attori di parlare, di concertare strategie comuni. Ma, al di là di questo, penso che la Conferenza possa portare a poco. D'altra parte, l'assenza della Cina per esempio è assai significativa. Il conflitto in Ucraina non è solamente il conflitto tra una grande potenza che ha aggredito un ben più piccolo stato confinante ma è diventato, inevitabilmente, in questi anni un confronto tra grandi potenze. Una di esse è direttamente impegnata sul campo, la Federazione Russa, le altre sono schierate a sostegno o dell'Ucraina - come nel caso dei paesi della NATO, ma non solo - oppure, con forniture militari e o con sostegno politico - più o meno spinto - a fianco dei russi. Evidentemente mi riferisco all'Iran, alla Corea del Nord e alla stessa Cina. I partecipanti alla conferenza svizzera e i non partecipanti in qualche maniera confermano questa rappresentazione dei fatti».

In questo "poco", qual è a suo avviso il risultato migliore che l'Ucraina può sperare di portare a casa da questo vertice? Altri finanziamenti? Paradossalmente, parlando di pace, altre armi?
«Sì, direi che l'Ucraina in questo momento, e nel futuro prossimo e di medio periodo, può e deve contare solo sul sostegno occidentale perché questo è l'unica speranza per il paese di reggere il confronto militare con la Federazione Russa e di cercare di arrivare poi a una soluzione non eccessivamente penalizzante. Sconfiggere la Federazione Russa nel senso tradizionale del termine è un'impresa ardua. Ma l'Ucraina può resistere. Certo può farlo a una sola condizione: il costante e indefesso appoggio, non soltanto politico ma anche di forniture militari, da parte dell'Occidente. Perché è questo che in realtà mette in crisi lo sforzo russo volto a risolvere il conflitto. La conferenza in Svizzera per l'Ucraina è una nuova occasione per tentare di consolidare nel tempo questo sostegno».

AFP«Non credo che da questa Conferenza di pace possano uscire risoluzioni o determinazioni che portino davvero avanti il processo di pacificazione o che rappresentino un passo decisivo verso la pace».

Per concludere, alla conferenza è stato invitato anche il Pakistan, che non ha ancora sciolto le riserve in merito alla presenza di una sua delegazione sul Bürgenstock. Il paese asiatico si è mantenuto neutrale sulla guerra in corso. E di certo è confrontato con una decisione difficile, in considerazione dei suoi rapporti con Pechino e dell'assenza della Russia al tavolo. Ma neutrale, per definizione, lo è anche la Svizzera, che ospita il vertice. Esistono quindi neutralità diverse?
«Che esistano neutralità diverse, nella sostanza, mi pare innegabile. E che la neutralità svizzera sia - da un punto di vista storico, politico e di approccio culturale - un qualcosa di diverso rispetto alla neutralità, presunta o reale, di un paese come il Pakistan, mi sembra incontestabile. Indubbiamente, mantenere una condizione di neutralità per un paese di piccole o medie dimensioni non è cosa facile. La Svizzera in questo è favorita - e lo è stata nella sua gloriosa storia nazionale - dalla sua configurazione geografica e anche dalla determinazione dimostrata dal popolo svizzero nel mantenere la propria indipendenza, che hanno costituito un forte fattore deterrente nei confronti degli appetiti delle potenze confinanti. Per fare un esempio, anche la Finlandia ha mantenuto una condizione di non allineamento - spesso definita come "finlandizzazione" - durante il periodo del confronto tra i blocchi. Quando però quella fase storica si è conclusa, e il successore dell'Unione Sovietica ha dimostrato volontà aggressive, con la guerra contro la Georgia e più recentemente contro l'Ucraina, e l'annessione della Crimea, progressivamente la Finlandia si è avvicinata al blocco occidentale fino a richiedere l'accesso alla NATO. In questo, peraltro, accompagnata dalla Svezia, il cui caso è ancora più clamoroso rispetto a quello della Finlandia. Perché quest'ultima ha 1'300 chilometri di confine aperto con la Federazione Russa. La Svezia no e, di fatto, manteneva una posizione di neutralità a partire dall'inizio dell'Ottocento. Quindi parliamo di due secoli buoni di neutralità. Il cambiamento drastico, e per certi versi drammatico, del panorama internazionale ha spinto entrambi questi paesi a chiedere e ottenere rapidamente l'ingresso nell'Alleanza Atlantica. Ma questo è determinato in larga misura anche dalla loro condizione geopolitica. Dalla vicinanza "all'orso russo". La Svizzera non è evidentemente in una condizione di questa natura e quindi la neutralità svizzera può essere meglio difesa e accreditata rispetto a quella di altri paesi. Resta il fatto che posso capire che in Svizzera si sia sviluppato un dibattito sulla neutralità, perché c'è un problema politico, che ha persino delle configurazioni etiche. Ovvero: di fronte a un paese europeo che, da oltre due anni, è soggetto a un'aggressione da parte di una grande potenza, al bombardamento continuo, alle stragi di civili... Che cosa deve fare un altro paese "europeo"? Ecco, questo è un problema che ha una dimensione politica e una dimensione etica. Deve essere il popolo svizzero a decidere. E non è una decisione facile».