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LUGANO
09.05.2018 - 15:000

«Mi hanno licenziata dopo 30 anni, non riesco a crederci»

Moira è una donna di 55 anni che ha lavorato per oltre trent’anni nella stessa azienda, dedicandosi in modo indefesso e continuativo all’attività lavorativa

 

É stata sempre la cosa più importante della sua vita. Era diventato la sua casa, la sua famiglia, la sua vita sociale: era tutta la sua esistenza. Moira ha rinunciato a delle possibilità relazionali e sociali poiché erano in contrasto con le richieste che provenivano dal suo lavoro. Era
sempre molto disponibile e il suo responsabile ne usufruiva pienamente. Moira era soddisfatta, felice, contenta di essere gratificata dal suo capo e dai clienti che chiedevano sempre di lei. Improvvisamente e inaspettatamente quattro settimane fa il capo, che aveva sempre idealizzato, la convocò per un colloquio e le comunicò il licenziamento.

Moira è rimase impietrita, atterrita. Non poteva capire il perché.
Non poteva realizzare come mai era arrivato il licenziamento. È vero che vi erano dei problemi nell’azienda, ma è vero anche che altre impiegate, più giovani di lei, erano state mantenute dall’azienda. In seguito alla sua reazione di atterrimento, il datore di lavoro le offrì di poter lavorare ancora per 3 mesi al 50% per poter insegnare alle nuove collaboratrici tutto ciò che era necessario che loro sapessero.

Moira si sentì umiliata, strumentalizzata: un oggetto nelle mani dell’azienda. Per 30 anni aveva pensato di essere una persona: così non era. Ciò l’ha gettata in uno sconforto significativo.

Ha iniziato a percepire un profondo senso di sgretolamento, di ansia, di angoscia, di pianto, con insonnia e tensione continua. Questo stato di disperazione l’ha portata a recarsi dallo psichiatra. Sempre di più oggi notiamo le sindromi da disadattamento con reazione ansiosa e depressiva, conseguenti a dei licenziamenti, spesso inaspettati, improvvisi e inconcepibili.

Curarsi subito aiuta ad uscirne più velocemente. Aiuta a ridurre l’impatto emozionale del trauma del licenziamento.

Articolo di Michele Mattia, FMH in psichiatria e psicoterapia

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