Matteo Messina Denaro, l'ultimo grande fantasma della mafia

Il padrino trapanese era latitante da quasi 30 anni. L'ultimo esponente della Cosa Nostra delle stragi.


Il padrino trapanese era latitante da quasi 30 anni. L'ultimo esponente della Cosa Nostra delle stragi.
È il depositario di tanti segreti e il suo arresto, questa mattina in una clinica privata di Palermo, segna la fine di un'epoca. Una pagina che si volta. Ma che bisogna ancora capire se sarà o meno leggibile.

Manette o lupara, i boss cadono quando non servono più. È un destino a cui non si può sfuggire, codificato nei regolamenti non scritti del sottomondo mafioso. Per Matteo Messina Denaro quel momento è arrivato oggi, 16 gennaio 2023, trent'anni e un giorno dopo l'arresto del Capo dei capi, Totò Riina, che per il boss trapanese fu una sorta di mentore: «Il ragazzo aveva avuto questa scuola che ci feci io».

La scuola dei kalashnikov, delle bombe e dei barili ricolmi di acido. La scuola delle stragi e della guerra frontale contro lo Stato italiano. Tutte "materie" in cui u Siccu aveva saputo distinguersi, molto precocemente, come "studente modello". Caduto Riina, l'allora 30enne Messina Denaro aveva contribuito a portare avanti per alcuni mesi il folle disegno stragista del boss - l'attentato del 1993 in via Fauro a Roma; la strage dei Georgofili a Firenze; le tre bombe, in 24 ore, nel luglio del 1993 a Milano in via Palestro e a Roma nella Basilica di San Giovanni in Laterano e nella Chiesa di San Giorgio in Velabro. Ma con la stessa velocità, il giovane boss aveva pure capito che l'aria stava cambiando. Era il tempo di rispolverare un vecchio adagio, ormai dimenticato, di Cosa Nostra: «Càlati juncu ca passa la china». Piegati giunco finché non è passata la piena.

Messina Denaro diventa a tutti gli effetti un fantasma. Anche questo, in fondo, era parte degli "studi" alla scuola dei corleonesi. Ventitré gli anni di latitanza che Totò Riina aveva trascorso tra Palermo e Mazara. Ben quarantatré quelli dell'altro boss inafferrabile per eccellenza, Bernardo Provenzano, catturato nel 2006 sulle pendici di Montagna dei Cavalli, e con il quale Messina Denaro aveva intrattenuto un'intensa corrispondenza a suon di pizzini. Per il boss di Castelvetrano la corsa si è conclusa poco prima di arrivare a quota trenta. Le sue ultime tracce risalivano al giugno del 1993. Poi, il nulla. Fino al blitz di oggi, in una clinica privata di Palermo.

ReutersLa prima immagine di Matteo Messina Denaro dopo l'arresto, a Palermo.

Nell'ombra di questi trent'anni, quella dell'ultimo degli stragisti di Cosa Nostra a piede libero diventa una figura dai tratti mitologici, mentre quelli del suo volto resistono solo in alcune vecchie foto sbiadite e nelle rielaborazioni al computer. Si dice che abbia cambiato completamente volto. Che forse si trova all'estero - lo pensava lo stesso Riina -, anche se un boss difficilmente si allontana dalla sua terra. Perché il potere è soprattutto nella presenza. E anche sul suo effettivo ruolo in seno all'organizzazione si sono sollevate ipotesi su ipotesi. Il nuovo capo assoluto di Cosa Nostra? Difficile. Quasi sicuramente restava alla testa del mandamento mafioso di Castelvetrano, quello ereditato da suo padre Francesco, Don Ciccio, un fedelissimo della frangia corleonese. La provincia di Trapani era "Cosa sua".

Il nome di Matteo Messina Denaro viene iscritto per la prima volta in un fascicolo d'indagine nel lontano 1989, nell'ambito della faida tra i clan Accardo e Ingoglia di Partanna. La firma è quella del giudice Paolo Borsellino. Aveva 27 anni. Ma le sue mani erano già sporche di sangue, almeno, da quando ne aveva 18. E, stando alle voci tramandate dalla cronaca, lui stesso si sarebbe vantato che «con le persone che ho ucciso io, potrei farci un cimitero». Anche la voce del fantasma rimane per lunghi anni un mistero. Fino al 2021, quando dagli archivi del tribunale di Marsala riemerge un vecchio nastro magnetico, risalente al mese di marzo del 1993.

ReutersLa prima fotografia del volto del boss, scattata dai Carabinieri, dopo 30 anni di latitanza.

Era la sua ultima traccia. Due mesi e mezzo dopo aver impresso le sue parole su quel nastro - registrato nel corso di un'udienza in cui il boss era stato convocato per testimoniare sul processo Accardo - dopo quel «Può andare signor Messina Denaro. Grazie a lei, buongiorno», iddu scompare per poi ricomparire - dopo tre decenni di indagini, di sequestri dei suoi patrimoni e di terra bruciata, con centinaia di arresti -attorno alle 9 di questa mattina, a Palermo, quando un centinaio di uomini hanno circondato la clinica privata "La Maddalena", dove sembra che il boss si recasse da un anno per sottoporsi, dopo un'operazione, a sessioni di chemioterapia. Stando a quanto trapela, per un tumore al colon con metastasi epatiche. Era ricoverato in day hospital con il nome di Andrea Bonafede.

La cattura di Messina Denaro segna la fine di un'epoca. Una pagina che si volta. Ma che bisogna ancora capire se sarà o meno leggibile. Il padrino trapanese è di fatto il depositario dei tanti segreti che costellano gli intrecci e le collusioni, mai illuminate, tra chi ha eseguito e chi ha ordinato le stragi. Tra chi ha preso parte alla famigerata trattativa tra lo Stato italiano e Cosa Nostra. L'ultimo tassello di un puzzle oscuro e incompleto. E che tale potrebbe, purtroppo, anche rimanere. Perché finora, non va dimenticato, non esiste padrino che si sia pentito.


Appendice 1

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ReutersLa prima immagine di Matteo Messina Denaro dopo l'arresto, a Palermo.

ReutersLa prima fotografia del volto del boss, scattata dai Carabinieri, dopo 30 anni di latitanza.

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