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12 storie di altrettante vite spezzate dalla guerra

Sono solo una frazione della colossale tragedia in atto in Ucraina, ma meritano in ogni caso di essere raccontate


In Ucraina sono morte migliaia di persone dallo scoppio della guerra con la Russia. Migliaia di vite spezzate, nell’atto di fuggire o di giocare nella propria scuola. Vite stravolte dall’assurdità di un conflitto armato che, in neanche due settimane, ha stravolto l’esistenza di persone che, dalla quotidianità del lavoro e della famiglia, sono passate a dover passare la notte nei bunker per salvarsi dalle bombe nemiche.

C’è chi è riuscito a scappare, oltre due milioni di persone si sono riversate nei Paesi confinanti, nell’esodo più massiccio dalla Seconda Guerra Mondiale. Molte altre, invece, non ce l’hanno fatta e sono state colpite dal fuoco nemico.

Numeri e dati che vengono aggiornati di continuo, centinaia di morti che poi diventano migliaia. Numeri, dietro ai quali si cela, però, la storia personale di ciascuna delle vittime del conflitto ucraino: migliaia di uomini, donne e bambini, alcuni piccolissimi, morti ammazzati perché è questo che la guerra fa. La guerra uccide.

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Yuri Illich

Yuri Illich Prylypko, sindaco di Gostomel, città vicina a Kiev e sede dell’aeroporto di Antonov, «è morto mentre distribuiva il pane agli affamati e medicine ai malati». Così si legge nella pagina Facebook del municipio della città ucraina, nella quale si dice anche che “nessuno l’aveva costretto ad andare sotto i proiettili degli occupanti, è morto per il proprio popolo, è morto da eroe”. Così come è stato raccontato, il sindaco Prylypko, insieme ad altri due volontari, stava distribuendo cibo e farmaci ad alcuni suoi concittadini, stremati da giorni di bombardamenti e assedio, quando è stato raggiunto da una raffica di proiettili sparati dai militari russi.

In uno dei suoi ultimi post su Facebook, aveva annunciato di aver regalato e consegnato un generatore nella zona di Horenka perchè, così come scritto dalla stessa municipalità, «non era un santo, non era perfetto (...) ma non ha mai rifiutato l’aiuto a nessuno. Poteva essere amato o stare antipatico, ma tutti sapevano che, nel momento buio, non si sarebbe tirato indietro».

E così è stato. Il 6 marzo scorso, il presidente Zelensky aveva assegnato proprio alla città di Gostomel, lo status di “città eroica” dopo i terribili combattimenti attorno al suo aeroporto.

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Anastasiia

Anche Anastasiia Yalanskaya è morta nello svolgimento di un compito che le stava molto a cuore: portare cibo e aiuti ai cani ospiti del rifugio Bucha, a 30 chilometri da Kiev. Capelli chiari, viso sorridente, Anastasiia aveva solo 26 anni e non rifiutava mai una mano d’aiuto a chi ne aveva bisogno. Il marito Yevhen Yalanskyi ha raccontato che “stava aiutando tutti quelli che poteva.

Le ho chiesto di pensare all’evacuazione, ma lei non mi ha ascoltato”. In un video pubblicato sul suo profilo Instagram, poche ore prima di morire, la si vede sul sedile posteriore di un veicolo accanto a dei sacchi contenenti cibo per cani. Il canile di Bucha era rimasto senza cibo per tre giorni a causa dei combattimenti avvenuti intorno alla zona ma la ragazza, insieme ad altri volontari, non se l’era sentita di abbandonare gli animali al proprio destino.

La loro macchina è stata trovata da un conoscente crivellata di colpi sparati a una distanza ravvicinata da un’arma pesante. I giovani erano riusciti a consegnare il cibo al rifugio e stavano tornando a casa quando, secondo la ricostruzione fatta dalla famiglia, sono stati deliberatamente presi di mira, a pochissima distanza, dalle truppe russe. «Era uno degli esseri umani migliori che conoscessi - la ricorda il marito- era impegnata ad aiutare parenti, amici e chiunque ne avesse bisogno. Lei amava gli animali. Avevamo un cane e un gatto. È stata la migliore compagna che abbia mai avuto. Era una eroina».

Sasha

Anche Sasha amava gli animali e aveva scelto di rimanere nel suo Paese per occuparsi dei canili della zona in cui abitava: «Un’altra vita innocente finita dalla guerra» ha scritto su Twitter la sua amica Cathy. In un suo recente post su Facebook, Aleksandra Polischuk, per gli amici Sasha, aveva scritto: «Di ritorno da una passeggiata con i cani...le case limitrofe sono senza vetri, molte senza tetto e recinzioni, un tubo del gas ad alta pressione è saltato, fili elettrici saltati. I ponti che portano a Odessa sono bruciati (...) sembra tutto come nei film dell’apocalisse...l’incubo non è finito, ci fa impazzire con la sua realtà...il sole tanto atteso sta sorgendo».

La realtà spettrale da lei descritta così bene, è ciò che rimane di Kherson, la città in cui viveva e che non aveva voluto abbandonare proprio per prestare soccorso ai rifugi di animali della zona.

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Kirili

Un missile russo, ha centrato la sua casa nel cuore della notte, uccidendola sul colpo e lasciando miracolosamente in vita il figlio di 12 anni che ha cercato, in tutti i modi, di tirare fuori il corpo della madre da sotto le macerie. Kirill, invece, non stava assolvendo ad alcun compito particolare se non quello di stare in braccio alla mamma Marina che, insieme al padre Fedor, stavano cercando di mettersi in salvo lasciando Mariupol, città martoriata dalle bombe russe.

Non dovrebbe accadere niente di brutto ad un bimbo di soli 18 mesi, avvolto in una copertina in braccio alla mamma, eppure Kirill è morto proprio a causa di quelle bombe, ed è stata inutile la corsa all’ospedale dei genitori che tenevano il figlio stretto al petto nella sua coperta divenuta insanguinata.

La scena è stata immortalata dal fotografo Evgeniy Maloletka, della Associated Press, e l’immagine dei volti dei giovanissimi genitori stravolti dal dolore è diventata il simbolo di una guerra feroce che sta falcidiando, ogni giorno, migliaia di vite umane, tra cui quella di centinaia di bambini.

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La famiglia Kudrin

Di molti di loro non conosciamo né il volto né il loro nome, altri invece ci sono diventati quasi famigliari, come il viso dolce e la ciocca di capelli rosa di Polina e l’espressione vispa di Semyon, due fratelli di 10 e 5 anni, entrambi uccisi, insieme alla madre Svetlana e il padre Anton, mentre cercavano di fuggire da Kiev. La sorella maggiore, Sofia, di 13 anni è stata ricoverata, il 3 marzo scorso, al San Raffaele di Roma dopo un lunghissimo viaggio in ambulanza in compagnia della nonna.

La bambina, gravemente paralizzata a causa delle ferite delle armi da fuoco, non ricorda nulla dell’accaduto e non sa di essere l’unica sopravvissuta della propria famiglia. Anche l’automobile su cui viaggiava la famiglia Kudrin si è trovata in mezzo a un blitz delle forze speciali russe ed è stata «bersagliata dal fuoco di un gruppo di sabotatori russi”», così come scritto dal vice sindaco di Kiev Volodymyr Bondarenko.

Sofia e Ivan

Anche Sofia, di 6 anni ed il fratellino Ivan, di poche settimane di vita, stavano tentando di fuggire, con i propri famigliari, quando il veicolo su cui viaggiavano è stato attaccato dal fuoco nemico vicino a Niva Kakhovk. Halisa Hlans è morta a soli 7 anni mentre giocava nella sua scuola di Okthyrka, colpita da un razzo contenente bombe a grappolo. Tale tipo di bombe è proibito dalla Convenzioni delle Nazioni Unite del 2008 proprio per il loro effetto devastante ma né la Russia né l’Ucraina avevano aderito a tale convenzione.

La piccola è morta in ospedale il giorno dopo l’attacco. Una morte improvvisa e dolorosa ha spezzato la vita di persone cosiddette comuni, eroi del proprio quotidiano, e di chi, invece, famoso lo era davvero. E’ il caso di Pasha Lee, morto domenica 6 marzo nella città di Irpin.

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Pasha Lee

Pasha in Ucraina era una celebrità: conduttore televisivo, attore e doppiatore di successo, aveva 33 anni ed era originario della Crimea. Allo scoppio della guerra aveva deciso di abbandonare le luci della ribalta per arruolarsi, fin dai primi giorni dello scoppio del conflitto, nell’esercito ucraino. «Era il più gioioso e solare...», ha scritto di lui Serhiy Tomilenko, presidente dell’Unione nazionale dei giornalisti in Ucraina.

Poche ore prima di morire, Pasha Lee aveva condiviso una sua foto, con accanto una collega, ed aveva scritto «(...) sorridiamo perchè ce la faremo e tutto sarà Ucraina».

Pasha non potrà più sorridere ma a riempire, in questi giorni, il cuore di speranza è un altro sorriso, quello di un undicenne di Zaporizhzhia, scappato dalla guerra e arrivato, da solo, in Slovacchia. Il bambino, munito solo di una zainetto, il passaporto e un numero di telefono scritto sulla mano dalla madre, che è dovuta rimanere in Ucraina per badare all’anziana nonna malata, ha viaggiato da solo in treno alla volta di Bratislava, dove si trovano alcuni suoi parenti. Il bambino è stato aiutato dai funzionari slovacchi che lo hanno rifocillato e fatto ricongiungere ai propri parenti. Il ministero dell’Interno della Slovacchia ha dichiarato che «ha conquistato tutti con il suo sorriso, il suo coraggio e la sua determinazione, degni di un eroe».

Per una vita strappata alla morte, tante altre continuano a soccombere. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Perché, a meno che non si tratti di un film, la guerra uccide davvero.

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