La femminilità mutilata

Sono tra 100 e 140 milioni le bambine e ragazze che, nel mondo, hanno subito una mutilazione genitale. Perchè accade? E dove accade? Tutto quello c'è da sapere su una pratica terribile

di Redazione
Simona Gautieri
di Sal Feo
Caporedattore


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“Quando ti fanno ‘il taglio’ non puoi neanche gridare. Le braccia e le gambe vengono legate. La bocca deve rimanere chiusa per l’onore della famiglia”. Nice Nailantei Leng’ete aveva solo 9 anni quando in famiglia hanno deciso che fosse venuto per lei il tempo di diventare adulta ed essere infibulata. Ma all’orrore di questa pratica disumana, Nice ha detto ‘no’ e con la forza della disperazione è scappata dal suo villaggio Masai, in Kenya. Senza essere infibulata Nice viene giudicata una donna ‘impura’, da non sposare, che non potrà diventare madre. Relegata ai margini di un società che, come in diverse altre parti nel mondo, ritiene che la mutilazione genitale femminile sia un necessario rito di passaggio dall’infanzia alla maturità. Oggi Nice ha 28 anni ed è ambasciatrice di Amref Health Africa e grazie a lei ed alla sua battaglia per la libertà delle donne, oltre 10 mila bambine africane si sono salvate dal ‘taglio’.


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Il caso di Waris Dirie - Diverso destino, ma identico impegno umanitario, per Waris Dirie, una delle più celebrate icone della moda degli anni ’80 e ’90. Nata nel deserto della Somalia, Waris è stata infibulata da bambina perché potesse poi sposare un ricco vedovo sessantenne. Scappata di casa e rifugiatasi a Londra, Waris sarà tra le prime a svelare, al mondo, grazie al suo libro ‘Fiore nel Deserto’, l’orrore che le bambine devono subire

 

Milioni di bambine mutilate

 


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Secondo i dati più aggiornati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono tra 100 e 140 milioni le bambine e ragazze che, nel mondo, hanno subito una qualche mutilazione genitale. L’Africa è di gran lunga il continente in cui il fenomeno ha più ampia diffusione, con circa 91,5 milioni di ragazze mutilate e 3 milioni di bambine che ogni anno vanno ad aggiungersi al totale. Si calcola che nel solo Egitto tra l’85 ed il 95% delle donne abbia subito l’infibulazione. In Somalia la percentuale sale al 98%. Le percentuali più ampie di mutilazioni genitali si riscontrano nell’Africa Subsahariana e nella Penisola Arabica. Alcune statistiche dimostrano, come visto, che più del 90% delle donne tra i 15 ed i 49 anni che vivono in queste zone hanno subito una qualche forma di mutilazione.


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Quattro tipi di mutilazioni genitali - Il termine infibulazione deriva dal latino ‘fibula’, spilla, e consiste, come detto, in una mutilazione genitale femminile. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato quattro diversi tipi di mutilazione genitale a seconda del livello di gravità. Del primo tipo è la clitoridectomia ossia l’incisione del prepuzio del clitoride senza asportarne alcuna parte ma limitandosi a fare uscire delle gocce di sangue. Altro modo di esecuzione molto comune è l’asportazione del prepuzio preservando l’integrità del clitoride e delle piccole labbra. Appartenente al secondo tipo è l’asportazione del clitoride che può anche includere l’asportazione di parte o di tutte le piccole labbra. Del terzo tipo è invece la cosiddetta ‘circoncisione faraonica’, ossia l’infibulazione, che implica la chiusura parziale dell’orifizio vaginale dopo l’escissione di una varia quantità di tessuto vulvare. I due lati della vulva vengono poi cuciti tra loro con una sutura di modo da ridurre l’orifizio vaginale. In tale pratica viene lasciato solo un piccolo passaggio per l’emissione del flusso mestruale e dell'urina. La cicatrice richiusa va a coprire l’uretra e buona parte della vagina costituendo una barriera fisica per l’attività sessuale. Permane una piccola apertura posteriore che in genere misura 3 centimetri di diametro ma può anche essere della grandezza di una capocchia di un fiammifero. Nella quarta tipologia vengono racchiuse tutte le pratiche lesive dell’apparato genitale femminile, quale, ad esempio, l’introcisione, ossia la dilatazione traumatica della vagina in preparazione alla prima notte di nozze. La quarta tipologia comprende genericamente tutte le pratiche, anche molto diverse tra loro e non necessariamente nocive.

Il fatto che tali pratiche siano diffuse tra i Paesi a maggioranza musulmana può far pensare che l’infibulazione sia un precetto coranico. In realtà l’infibulazione e l’escissione del clitoride non sono presenti nel Corano mentre, in numerosi hadith, si fa riferimento alla prima tipologia di mutilazione e cioè l’incisione sul prepuzio del clitoride analogamente alla circoncisione maschile. Tale pratica viene chiamata ‘sunna’, e cioè una regola o tradizione. La giurisprudenza coranica ammette, fra le cause di divorzio, alcuni difetti fisici della donna come, ad esempio, una circoncisione mal riuscita.

La donna non deve godere


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Il Cristianesimo condanna le mutilazione, anche auto inflitte, quale peccato contro la santità del corpo. Tuttavia la pratica della infibulazione è diffusa tra i cristiani copti del Corno d’Africa, in Eritrea ed Etiopia.


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Una questione di tribù - Questo si spiega con il fatto che la pratica delle mutilazioni genitali non ha una origine religiosa ma legate a tradizioni tribali volte alla tutela della verginità ed alla promozione della coesione sociale e culturale all’interno della propria tribù. Occorre tuttavia evidenziare come le mutilazioni femminili sono praticate in Paesi dominati da una società maschilista dove l’importanza della donna è legata solo a fattori riproduttivi. Ed ecco quindi che tali pratiche sono considerate come una buona norma per contenere la presunta esuberanza sessuale femminile e preservare la donna vergine fino al matrimonio. I rapporti sessuali, con la pratica della infibulazione, vengono impossibilitati fino a che non si giunge, una volta che la donna è sposata, alla defibulazione, ossia la scucitura della vulva. In alcune culture è direttamente lo sposo a provvedere a tale pratica prima della consumazione del matrimonio. Le puerpere, le vedove e le divorziate sono sottoposte a reinfibulazione al fine di ripristinare lo stato di castità che sussisteva prima del matrimonio. Alla donna è negato il legittimo diritto di provare piacere durante l’atto sessuale che viene considerato solo al fine riproduttivo in un’ottica puramente maschile dominante nelle società patriarcali.


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Conseguenze dell'infibulazione - Anche se formalmente volte al miglioramento delle condizioni igieniche femminili, tali pratiche sono caratterizzate solo da aspetti negativi. Lo scarso deflusso dell’urina e del sangue mestruale comporta l’insorgenza di cistiti e frequenti infezioni urinarie. Ulteriori danni si hanno inoltre al momento del parto: il bambino deve, infatti, attraversare una massa di tessuto cicatriziale reso poco elastico dalle mutilazioni.

Rischi per i neonati - Molto spesso il bambino, non più ossigenato dalla placenta, nel protrarsi dell’atto espulsivo non riceve abbastanza ossigeno al cervello con conseguenti gravi danni neurologici. Nei paesi dove è praticata l’infibulazione accade di frequente che, durante il parto, ci sia la rottura dell’utero con conseguente morte della madre e del bambino. La vita della donna è messa in pericolo già nell’atto stesso della mutilazione genitale, condotta, nella maggioranza dei casi, con mezzi non sterili. Vengono utilizzate delle lame usate già decine di volte, e, nelle zone desertiche, vengono usate le spine di una pianta per ricucire la ferita. Le bambine sottoposte a tali pratiche sono frequentemente soggette ad infezioni anche mortali. Per due settimane le gambe delle bambine vengono legate insieme per evitare che, muovendole, si scucia la ferita. Il che comporta un dolore inenarrabile ed un trauma che accompagnerà la vittima per tutta la vita.

Il mondo apre gli occhi 


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Non è da tanto tempo che il mondo si è accorto e sta combattendo, forse non troppo efficacemente, il turpe fenomeno delle mutilazioni femminili. Le mutilazioni genitali femminili sono considerate una violazione dei diritti umani dal 1993 quando, durante la Conferenza di Vienna, diverse nazioni presero coscienza del problema e iniziarono a legiferare in merito, proibendo tali pratiche. Prima, la risposta al dramma delle mutilazioni era stato quello di ‘medicalizzare’ la pratica, facendola eseguire da medici specializzati al fine di ridurre il numero delle vittime. Dal 1993, invece, le  mutilazioni genitali sono classificate come una forma di violenza contro le donne che, per la prima volta, viene riconosciuta come una forma di violazione dei diritti umani da tutelare con le norme di diritto internazionale.

La condanna internazionale - L’Organizzazione mondiale della Sanità, unitamente all’Unicef ed al Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, si era espressa contro la pratica delle mutilazioni femminili fin dal 1997. Nel 2008 l’organo decisionale dell’Oms rende pubblica una risoluzione sulle eliminazioni delle mutilazioni femminili, auspicando una ferma condanna a livello internazionale e un’azione congiunta volta ad estirpare il fenomeno in tutti i settori della società civile. Il 20 dicembre 2012 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione di messa al bando delle mutilazioni genitali femminili depositata dal gruppo dei Paesi africani e fortemente voluta dai due terzi degli stati membri dell’Onu. La risoluzione è il frutto di una lunga campagna di sensibilizzazione al fenomeno da parte di associazioni di volontariato governative e non che, operando nei Paesi, dove le mutilazioni sono diffuse sono stati testimoni diretti del dramma di milioni di bambine. La decisione venne presa all’unanimità e senza bisogno di procedere alla votazione formale. Tale risoluzione riflette un’intesa universale nel dichiarare le mutilazioni genitali femminili quale violazione dei diritti umani di modo che tutti i paesi del mondo “adottino tutte le misure necessarie per proteggere donne e bambine da queste forme di violenza e porre fine alle impunità”.


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La messa la bando - Nel luglio del 2003 l’Unione africana ha adottato il protocollo di Maputo per la promozione dei diritti delle donne e per chiedere la fine delle mutilazioni genitali femminili. Entrato in vigore nel novembre 2005, dopo appena tre anni era stato ratificato da 25 paesi africani. Nel 2013 sono stati 18 i paesi africani ad aver messo al bando qualsiasi pratica relativa alle mutilazioni genitali femminili. In Europa, la Svezia è stato il primo paese a bandire la mutilazione genitale, fin dal 1982. La Gran Bretagna ha dichiarato tali pratiche illegali nel 1985 mentre la Francia, nonostante il gran numero di cittadini di origine africana, non ha una normativa specifica che condanni il fenomeno. L’Italia, con la legge del 9 gennaio 2006 n 7, ha provveduto a tutelare la donna da tali pratiche. Inoltre l’articolo 583 bis del codice penale, punisce con la reclusione da 4 a 12 anni, chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona delle mutilazioni agli organi genitali femminili.

In Svizzera - Anche in Svizzera le mutilazioni femminili sono illegali e, nel 2012, si è previsto un inasprimento delle norme penali per impedire l’effettuazione di tali pratiche da parte di cittadini svizzeri in territorio elvetico e all’estero. Nel 2014, 47 Paesi europei hanno firmato la Convenzione di Instabul, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro normativo completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza. Secondo i dati diffusi dalla Confederazione nel 2017 in Svizzera sono circa 15000 le ragazze e le donne che hanno subito una mutilazione genitale. Un numero che è quasi triplicato  negli ultimi 20 anni. Un aumento dovuto  all'arrivo di richiedenti asilo provenienti dall'Eritrea e dalla Somalia, paesi dove la pratica dell'infibulazione è molto diffusa. Da noi la pratica è vietata  ed è  perseguibile d’ufficio anche se eseguita all’estero e prevede pene detentive fino a 10 anni per gli autori delle mutilazioni e per i genitori della vittima. 

Nonostante, in anni recenti, sia cresciuta l’attenzione e la sensibilità riguardo il dramma vissuto da milioni di donne e bambine, tuttavia la situazione drammatica che vige ancora in tanti paesi del continente africano ed asiatico è ben lungi dal potersi dire risolta.

I paesi dell'orrore 


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In Africa, le mutilazioni genitali femminili vengono ancora ampiamente praticate in una vasta zona che va dal Corno d’Africa al Mar Rosso. Al nord si estende dall’Egitto e dal Sudan fino al Kenya ed alla Tanzania. Viene inoltre praticata in tutti i paesi compresi tra la Sierra Leone e la Mauritania, inclusa la Nigeria, e, al sud, in Mozambico, Botswana e Lesotho. In Burkina Faso la pratica dell’escissione e della infibulazione è stata dichiarata illegale dal 1985 mentre in Eritrea è stata bandita dal 2007 ma le percentuali parlano di oltre 90% di donne musulmane mutilate. In Etiopia non esiste una chiara normativa in merito e non esiste alcun caso documentato di donna che si sia rivolta al tribunale per ottenere protezione e tutela dei propri diritti.


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La Guinea è al secondo posto al mondo per numero di mutilazioni eppure il Paese ha aderito al Protocollo di Maputo nel 2003 ma senza ratificarlo. Anche il Ghana ha ratificato il protocollo di Maputo e l’articolo 39 della costituzione prevede che le pratiche tradizionali che possono rivelarsi dannose per la salute della donna debbano essere abolite. Eppure le mutilazioni genitali sono ancora praticate. Le stesse sono altresì diffuse in Egitto, con percentuali che sfiorano il 95%, in Algeria ed in Libia. Lo stesso vale per la Repubblica del Congo ed il Sudafrica.

Nella Penisola arabica le mutilazioni femminili sono praticate in tutta la parte meridionale del Paese. Vi sono altresì casi di mutilazioni genitale in Afghanistan, Tagikistan, in Qatar e Brunei. In Asia, gli unici paesi in cui si abbia avuto conferma di mutilazioni genitali femminili sono l’Indonesia e la Malaysia, ed è una usanza seguita dalla sola popolazione musulmana.

Anche in Europa - Il fatto che tali pratiche siano maggiormente diffuse in continenti diversi da quello europeo non deve far pensare al fatto che in Europa non si siano verificati casi simili. Con l’incremento del fenomeno migratorio il problema da locale è diventato globale. In Svizzera si stima che le vittime di mutilazioni genitali siano circa 15 mila ed è una cifra in crescita con il crescere dell’immigrazione da Eritrea, Etiopia, Somalia ed Egitto. Nel 2018 una donna somala, residente nel Canton Neuchatel, è stata condannata alla pena di 8 mesi di reclusione per aver fatto mutilare le sue due figlie. In Italia, tra le 70 e le 80 mila donne presenti nel territorio, sono state mutilate o infibulate nei loro paesi di origine a cui si aggiungono le circa 20 mila tra neo cittadine e richiedenti asilo. Secondo il Parlamento europeo in Europa sarebbero a rischio di mutilazione oltre 180 mila bambine. Anche negli Stati Uniti vi sono diversi casi casi di donne mutilate. Nel 1997, anno in cui venne adottato il divieto federale di mutilazione genitale femminile, erano già 168 mila. A partire dal 2015 in 24 stati degli Usa si hanno leggi specifiche contro le mutilazioni genitali e negli Stati privi di una specifica normativa vengono utilizzati altri titoli di reato.


Fonte wikipedia
Percentuale delle mutilazioni genitali femminili nei paesi africani

Il 6 febbraio si celebra la Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili. L’Onu ha fissato come obiettivo la messa al bando totale, entro il 2030, di questo crudele fenomeno, inserendo il tema tra gli obiettivi della propria Agenda per lo sviluppo sostenibile. Il tema della protezione delle donne contro ogni forma di violenza perpetrata nei loro confronti è di massima importanza a livello mondiale. Non si può non considerare però l’estrema difficoltà di raggiungere l’obiettivo prefissato, considerando che da qui al 2030 oltre un terzo delle nascite avverrà nei paesi dove la pratica delle mutilazioni femminili è estremamente diffusa. Secondo l’Unicef la mutilazione genitale femminile “è una forma di violenza di genere” che non è possibile contrastare agendo in modo isolato rispetto ad altre forme di violenza contro le donne e le bambine come i matrimoni precoci o forzati. Di fondamentale importanza è agire di concerto a livello globale, con normative che bandiscano tali pratiche in tutti i paesi del mondo, ma anche a livello locale. Non si può infatti pensare di sradicare il fenomeno senza riuscire a cambiare la realtà, spesso di arretratezza culturale ed economica, dove vivono le donne che vi sono sottoposte. Il primo passo è quello di convincere i leader religiosi o i capi tribù dell’atrocità di tali pratiche fugando le credenze religiose che ad essa si accompagnano. Occorre poi sviluppare una maggiore indipendenza economica delle donne, permettendo loro di accedere alla scuola ed al mondo del lavoro.

Gli obiettivi sono ambiziosi ed il tempo scorre inesorabile, scandito dall’orrore dell’ennesima bambina mutilata.

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Ultimo aggiornamento: 2019-12-14 17:17:31 | 91.208.130.85