Il Covid non ferma i salvataggi: «Brividi di fronte ai disperati»

Durante l'emergenza Covid c'è chi non si è fermato per salvare in mare le vite dei migranti. Noi li abbiamo incontrati

di Redazione
Irene Panighetti

Dalla Mare Jonio non scendi più: lo ripetono sempre tutte le volontarie e i volontari che hanno partecipato ad una missione di salvataggio in mare sulla Mare Jonio, la nave di 37 metri per 9 del progetto Mediterranea Saving Humans, ideato nel luglio del 2018 e presentato ufficialmente nell’ottobre di quello stesso anno. Il soccorso marino di Mediterranea è unico nel settore, perché alla base ha forti motivazioni politiche e sociali: è stato fortemente voluto in seguito alla chiusura dei porti, decisa dall’allora governo Italiano Lega-Movimento cinque stelle, in cui, come Ministro degli Interni, c’era Matteo Salvini. Appoggiata da organizzazioni di tipo diverso (da associazioni a centri e imprese sociali insieme alcune ong, come la tedesca Sea-Watch) e con garanti alcuni parlamentari e personaggi delle istituzioni, l’operazione è stata resa possibile grazie a un prestito di 465mila euro di Banca Etica e altri 70mila euro raccolti con un crowdfunding. L’obiettivo iniziale era quello di denunciare la mancanza di soccorsi nel Mediterraneo e di essere testimone di eventuali naufragi, ampliatosi poi con il vero e proprio salvataggio di esseri umani, avvenuto nelle missioni portate avanti fino ad ora.


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Benvenuti sulla nave che salva vite 

Affinché nessuno resti da solo - Perché “Salvarsi insieme è quello che “ci dice anche la legge del mare, che mette sempre al primo posto la vita delle persone, che interpreta la ‘sicurezza’ non in chiave difensiva ma di responsabilità reciproca, perché nessuno si trovi mai abbandonato e solo – ha dichiarato la presidentessa di Mediterranea Alessandra Sciurba - i governi europei fanno a gara a stravolgerla, a violarla, a strumentalizzarla e queste scelte politiche rappresentano un pericolo molto grande. Spingono all’omissione di soccorso, nel migliore dei casi, e nel peggiore arrivano a finanziare i respingimenti in Libia e le torture e gli stupri che avvengono poi in quel paese ai danni dei respinti. E poi abituano l’opinione pubblica al fatto che le vite possano non contare nulla, che non ci sia limite all’arbitrio politico, che in nome di fini politici propagandistici si possano calpestare i nostri valori costituzionali e i principi sanciti come dei ‘mai più’ agli orrori del nazifascismo. Il diritto internazionale del mare è profondamente legato al diritto internazionale dei diritti umani, e la nozione di ‘porto sicuro’ è il punto esatto in cui i due diritti si fondono insieme, perché le operazioni di soccorso sono concluse solo quando le persone sono sbarcate in un luogo in cui la loro vita e i loro diritti fondamentali non siano a rischio”.

“Salvarsi insieme” è anche il titolo del libro uscito da poco e scritto dalla stessa Sciurba per narrare la sua esperienza diretta in mare nel luglio del 2019: un’esperienza che ha portato ad un salvataggio, quindi con un risultato molto positivo, a dispetto delle tante negatività che ci sono state. La maggiore è il senso di frustrazione e di impotenza, perché per ogni soccorso portato a buon fine ve ne sono decine di non riusciti, il che si traduce in un solo, concretissimo, dato di fatto: la morte.


Tio/20minuti

 


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Luca Gatti

E’ la prima pagina del libro e quel “niente” significa naufragio, cadaveri nelle profondità del Mediterraneo. Un mare diventato un cimitero, ormai da anni. E’ forse anche per questo che guadarlo dalla Mare Jonio, nel silenzio totale delle notti, è molto straniante. Lo hanno osservato spesso un po’ tutti i volontari in missione e lo si legge in un post anche dell’ultima missione di metà giugno: “stiamo pattugliando il Mediterraneo centrale con la nostra nave, la Mare Jonio.

Tra successi e morti annegati - Un’enorme distesa d'acqua che di notte fa paura per il senso di vuoto e di pericolo che ti trasmette. L’unica presenza umana che scorgiamo in ore di osservazione sono le piattaforma petrolifere. Le stesse che, coi loro fuochi, orientano migliaia di persone in fuga dalla Libia. Li immaginiamo guardare lo stesso mare scuro e minaccioso mentre galleggiano su gommoni instabili e sovraccarichi. Continuiamo a guardare l’orizzonte”. Lo pensa anche Fabrizio Gatti, skipper di origini lombarde che ha preso parte anche all’ultima missione, la prima in era Corona virus, dopo esser già stato in mare la scorsa estate. Un’uscita molto strana, quest’ultima, ma che si è conclusa inaspettatamente bene, con un salvataggio rapido e senza contagi. Ma, come scritto poco sopra, per ogni successo ci sono tanti morti annegati.


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"C'è un cadavere in mezzo al mar..."  -Lo ha confermato Luca Casarini, capo missione di questa ultima uscita, il quale ha dichiarato, mentre era a Pozzallo, il porto dove sabato 20 giugno sono state fatte sbarcare le 67 persone salvate mentre si trovavano a bordo di un barcone in legno a rischio di affondamento a 48 miglia a Sud-Ovest di Lampedusa: “durante il pattugliamento, per la precisione venerdì 19 giugno, a circa 60 miglia da Lampedusa, alle 15.39 ora locale, abbiamo trovato in mare un cadavere in attesa di poter riprendere il mare. Abbiamo documentato il ritrovamento e comunicato alle autorità competenti italiane e maltesi. Era il corpo di un povero ragazzo trascinato dalla corrente, una delle migliaia di persone che annegano nel Mediterraneo centrale. È stato come un monito che ci ha ricordato la morte che si incontra in quel mare quando non ci sono navi di soccorso, quando vengono bloccate per motivi pretestuosi e di propaganda politica mentre le persone vengono abbandonate al loro destino. Poco dopo ne abbiamo salvate 67 di persone destinate quasi certamente al naufragio, ma quell'immagine di morte ce la teniamo dentro. Un pensiero alla famiglia che non avrà un corpo da seppellire. Sono morti che si possono evitare, come abbiamo sempre denunciato, vittime di politiche che condannano chi fugge da guerra e tortura”.

Salvataggi ai tempi del Covid


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Del dettagli del salvataggio e della missione ha parlato a lungo Gatti, che nei mesi della criticità sanitaria (che per la verità dalle sue parti, in Lombardia, non è ancora passata), quindi da marzo a maggio, era tornato sulle ambulanze della Croce Bianca Italiana sui cui da decenni è para-medico volontario (il suo lavoro è altro e attualmente è fermo perché il luogo del suo impiego a Brescia, operando con le scuole, non è ancora attivo). Non appena la tensione a Brescia si è allentata, Gatti è tornato in mare e ha vissuto in prima persona un salvataggio strano, non solo per l’iter del soccorso, che è stato molto più veloce e pacato rispetto a quello dello scorso agosto sempre con Gatti protagonista in mare, ma strano anche per la situazione creata dal Coronavirus, che ha stravolto anche la tipologia di equipaggi, navi, modalità di azione. Questa volta sulla Mare Jonio erano solo quattro i volontari: oltre ai 7 marinai dell’equipaggio c’erano la dottoressa Vanessa Guidi, il capo missione Luca Casarini, il rescue coordinator Iasonas Apostolopoulos e Gatti, come para-medico e skipper, cioè colui che guida il gommone che trasborda i naufraghi dalla loro imbarcazione. Salvataggio strano anche perchè radicalmente diverso da quello dell’estate del 2019, quando erano stati grossi ostacoli dalle autorità italiane (ma non solo) e dall’allora ministro Matteo Salvini. Era proprio un altro mondo rispetto ad oggi, quando il nemico è rappresentato dal Covid-19 e dalle ancora restrittive leggi sull’immigrazione in Europa e in Italia.


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Storie di sofferenze - Tuttavia questa volta è andata bene e Gatti ha potuto raccontare del salvataggio già dopo un paio di giorni dal primo contatto in mare con i naufraghi: “non mi aspettavo uno sbarco così rapido – ha ammesso - da un lato senza intoppi politico/burocratici come la volta scorsa, dall’altro senza troppi rallentamenti dovuti alle procedure anti Covid che abbiamo rispettato in toto; forse è per questo che tutto è stato relativamente veloce”.

Sequestrati per otto mesi - La Mare Jonio era tornata a navigare il 10 giugno, anche perché è stata sotto sequestro per ben otto mesi: anche nelle missioni precedenti le imbarcazioni hanno subito questo trattamento e i capi-missione sono finiti sotto indagine giudiziaria. A Natale 2019 era anche stata promossa una campagna per sollecitare i ministri del governo italiano (che in quel momento era diverso da quello estivo e senza Matteo Salvini nella squadra) ad accogliere le richieste di revoca in autotutela dei decreti interministeriali emanati dal precedente esecutivo, liberando subito le imbarcazioni Mare Jonio e Alex, la barca a vela che solitamente segue la Mare Jonio pronta a portare aiuto al momento dell’aggancio del natante alla deriva ma che quest’ultima volta non ha potuto agire.

"Così abbiamo salvato 66 uomini e una donna" - Libera da prescrizioni legali ma vincolata da restrizioni pandemiche, la nave è riuscita a portare a termine un salvataggio: 66 gli uomini (di cui 15 minori non accompagnati) e un’unica donna; non appena arrivati al porto di Pozzallo sono stati tutti visitati e nessuno manifestava sintomi da Covid, quindi sono stati poi portati all’Hot spot di Pozzallo. “A bordo abbiamo sempre agito strettamente nelle norme anti Covid – continua Gatti - le persone con me hanno sempre indossato i dispositivi di sicurezza, allo stesso modo in cui avveniva negli ospedali e sulle ambulanze; pure i naufraghi sono stati trattati seguendo le misure di prevenzione. Anche questo ha contribuito a rendere anomala questa missione perché quando una persona è in mare da tre giorni senza acqua e vede una barca che la viene a salvare, la prima cosa che farebbe è saltare su quella barca. Invece noi ci siamo avvicinati alla loro imbarcazione e, a distanza di 5 metri, il nostro compagno greco Apostolopoulos, ha spiegato in Inglese e Francese come dovevano muoversi per salire a bordo”. Gatti era alla guida del gommone, il mare era mosso, sono stati momenti di grande tensione ma anche di forte, fortissima emozione: “a differenza della prima volta non c’erano bambini e questo ha fatto sì che in me non scattassero quelle reazioni emotive che vengono immediatamente alla vista di un piccolo – ammette Gatti – ma questo non ha impedito che mi venissero i brividi quando ho incontrato queste persone disperate, che già avevano detto le loro ultime preghiere dopo 3 giorni alla deriva. Quando Iasonas ha detto loro ‘vi portiamo in Italia’ sono esplosi in un battiti di mani e grida di entusiasmo: ‘Italy! Italy! Mi sono venute le lacrime agli occhi”.


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La nave dei bambini - Il riferimento ai bambini riguarda la missione di agosto, sempre con Gatti come skipper, su quella che era stata definita la “nave dei bambini” dai media, anche internazionali, che avevano acceso in massa i loro riflettori per lo scontro innescato da Salvini e i divieti di sbarco nonostante i naufraghi a bordo da portare in salvo. Su quella nave c’erano anche Donatella Albini e Carla Ferrari-Aggradi, rispettivamente ginecologa e psichiatra; la prima era salita a bordo il 25 agosto, mentre la seconda il 1 settembre, avvicendandosi ad Albini. “Sono salita sulla ‘nave dei bambini’ perché ne sono stati salvati 22 (su 98 naufraghi recuperati) ma io non li ho incontrati perché erano già stati fatti sbarcare – ha ricordato - sono stata chiamata d’urgenza da un giorno all’altro, non sapevo bene cosa sarei andata a fare, ma tant’è. Seguivo fin dall’inizio il nuovo viaggio della Mare Jonio (faccio parte dell’equipaggio di terra di Mediterranea fin dal suo nascere) ed ero pronta per qualsiasi richiesta: mi è intollerabile pensare che chi soffre non venga soccorso! Il team legale di Mediterranea mi riteneva necessaria allo sblocco della situazione per redigere, allo sbarco una relazione tecnica sulla condizione psicopatologica dei 34 migranti che erano bloccati sulla Mare Jonio. La stessa notte dell’imbarco ho scritto la relazione da mandare ai tre  Ministeri che avevano bloccato la Mare Jonio, relazione che doveva essere sulle loro scrivanie per il lunedì mattina. Era incentrata sulle mie osservazioni, sui miei colloqui e sui racconti di Donatella, degli altri volontari, su ogni ospite; non è difficile parlare di condizioni post-traumatiche gravi per ognuno di loro, storie differenti ma che descrivono sofferenze, dolori che, già conosciamo, purtroppo, attraverso letture, Tv, filmati”.


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Nei loro occhi il terrore di essere riportati in Libia - A bordo la psichiatra ha subito avanzato alle autorità la richiesta di “sbarco di una donna in grave stato confusionale e dissociativo e di due giovani uomini con diagnosi organiche fatte da chi mi ha preceduto; lo sbarco avviene sempre sotto lo sguardo ed i pensieri perplessi di chi, invece, non può sbarcare e non capisce perché; cerchiamo di spiegarlo ma è molto difficile rendere plausibili le ragioni politico-amministrative del nostro agire a chi ci parla, a chi mi parla della paura/ terrore di essere riportato in Libia: ‘se siamo fermi qui è perché volete/ dovete riportarci in Libia’, pensano. E la Libia è tortura, schiavitù, stupro, annientamento”, ha ricordato.

Una politica sorda alle richieste di aiuto - Richiesta non accolta e intanto era arrivato anche un temporale. “Decidiamo di inoltrare un’altra richiesta di sbarco per l’aggravarsi della situazione traumatica sulla barca, traumatica in sé visto che i naufraghi non conoscono il mare, traumatica per il riattivarsi della sofferenza ed il terrore provati nella prima notte di navigazione sul gommone quando sono annegati 6/9 compagni di viaggio. Ci fanno attendere fino alle 2 di notte per poi comunicarci che potevamo restare in mare visto che il temporale era passato e… non eravamo annegati, aggiungo io. La mattina successiva mentre il capitano della nave, a suo rischio e pericolo, (il capitano è un marinaio regolarmente assunto da Mediterranea e se avesse forzato avrebbe perso il posto di lavoro!) propone al capo missione di forzare il blocco dato che è previsto maltempo e, sottolinea, il suo primo compito è portare in salvo le persone che si trovano sulla sua barca; quello stesso giorno due ospiti mi comunicano che dal giorno prima hanno iniziato lo sciopero della fame e della sete: sono un po’ sorpresa, ma capisco la loro disperazione; cerco di convincerli che in mezzo al mare non è una cosa buona per loro, che la loro salute potrebbe averne dei danni dato il caldo e l’arsura, che sbarcheremo, ma non c’è nulla da fare, sono decisi: del resto non hanno nulla da perdere! Decidiamo così, che si deve fare l’ennesima richiesta di sbarco.

Le lacrime di gioia - Facendo riferimento alla relazione scritta in precedenza, portiamo alla conoscenza dei tre Ministeri e della Guardia Costiera che la situazione potrebbe risultare incontrollabile in un container privo di qualsiasi mezzo terapeutico, ma, ancor prima, privo di spazi vitali rasserenanti necessari a donne ed uomini definiti in condizioni post-traumatiche gravi. Rimandata con molta energia la responsabilità a chi di dovere, tre quarti d’ora dopo arriva la comunicazione utile per lo sbarco. E’ la felicità per tutte e tutti, naufraghi, volontari ed equipaggio baci, abbracci, lacrime. A loro la felicità di non essere tornati in Libia, a noi volontari il pensiero della loro sorte una volta sbarcati. Ce la faranno a realizzare il loro sogno? Il sogno per cui sono stati in grado di resistere a torture, sevizie, prigionia, schiavitù, degrado? Riusciremo ad aiutarli nei giusti modi, rispettosi dei loro diritti?”.


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Donne incinte e mutilate sessualmente - Da parte sua Albini ricorda in particolare “cinque gravide su 26 donne: quando ho visto la prima, al settimo od ottavo mesi di gravidanza, mi sono detta: ‘adesso cerca di metterti di radunare tutto quello che sai e usalo’. Il primo gesto che abbiamo fatto è stato quello di creare nel container dove stavano gli ospiti uno spazio un po’ separato, con delle tende con un vetro dove ho visitato le donne, senza fretta, con garbo, mettendo una mano sulla pancia, con delicatezza. Erano quasi tutte ivoriane quindi avevano tutte subito mutilazioni genitali, e dal momento che questo è un tema che io seguo molto da anni, se possibile la mia attenzione era duplice nella visita, perché la visita ginecologica è comunque un atto di penetrazione e loro non hanno mai fatto alcun controllo, tant’è che mi guardavano stupite dai miei gesti. Dopo avere visto queste cinque gravide e 26 bambini, è stata la volta delle altre e poi degli uomini; quindi abbiamo fatto loro la doccia, restituendo la loro la dignità di uomini e donne normali”.

Donne stuprate in gruppo nelle carceri - Al momento dei racconti delle storie di vita personali per la ginecologa è iniziata una trama dell’orrore: “abbiamo saputo che di queste 5 donne gravide, 4 avevano avuto gravidanze in seguito a violenza di gruppo nelle carceri e nei centri di detenzione libici. Quindi ho raccolto anche le lacrime di queste donne e ho cercato di dare loro una risposta che non si può certo limitare ad una pacca sulla spalla! Però è importante anche il semplice gesto dello sguardo negli occhi, perché in tal modo sai già che cosa ti sta dicendo l’altra persona. Questa è la modalità che ho acquisito nei miei 30 e più anni di lavoro in ospedale pubblico, perché quando arrivano le donne con mutilazioni genitali non lo dichiarano che le hanno subite però tu devi far capire che l’hai capito e per questo basta guardarsi negli occhi e toccare con mano gentile, non c’è bisogno di dire altro. E’ sempre una buona pratica di vicinanza e la giusta distanza: sono donne che vengono da percorsi di sofferenza”.

Obiettivo: restituire dignità 


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Lo ripete spesso la ginecologa: alla base di tutto ci vuole un atteggiamento di attenzione ai dettagli e di rispetto: in quella situazione in mezzo al Mediterraneo, questo si è tradotto in primis nella restituzione di “dignità a questi corpi che non ce l’hanno, non solo perché sono stati tratti in salvo da condizioni tremende (perché vengono da storie in cui sono corpi da usare, storie di schiavismo di uomini schiavi che si sfogano sulle donne).


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"Su quella nave ho visto la disperazione" - Per la prima volta nella mia vita io ho visto i segni delle torture, non li avevo mai visti, e la cosa mi ha colpito tanto, continuo a pensarci perché, pur avendo visitato in precedenza Paesi poverissimi dove ho visto la povertà, la miseria, negli occhi delle donne, sulla Mare Jonio ho visto la disperazione: un pozzo nero senza speranza e questo ti entra nel cuore, ha una lama che divide in due. Prima ero una donna ma da quella esperienza sono diventata una donna diversa, quello sguardo così cupo non mi abbandonerà più”.

Il momento più straziante: il pianto dei bambini - Ma non solo quelle donne hanno segnato per sempre la dottoressa Albini: anche i piccoli: “uno aveva dei piccoli rantoli polmonari, quindi può darsi che avesse una broncopolmonite, non lo so: non avevamo gli strumenti medici per diagnosticarla; un uomo con evidenti segni di tortura aveva ferite che stavano andando un po’ in suppurazione e un impegno polmonare importante. Dovevamo toccare terra senza più attese”. Le scene strazianti non si sono cancellate al momento dello sbarco: “ciò che mi ha fatto veramente piangere è stato che i bambini più piccoli, che avevano la precedenza nelle azioni di passaggio dalla nostra nave a quella della Guardia Costiera che era venuta finalmente a prenderli, piangevano disperati perché venivano separati dalla loro madre: provate voi a portar via dei bambini (da cinque mesi a sei anni) che hanno vissuto quello che hanno già vissuto, portateli via dalle braccia della mamma anche solo per due minuti! E’ stato drammatico. Non sapevamo più come consolarli e io in quel momento ho pensato ai miei figli. I momenti del trasbordo sono stati brutti, traumatici anche per me”.


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Vergognosi respingimenti - Le scene e i traumi che si porteranno dentro non saranno mai come quelli di chi le esperienze le ha vissute sulla propria pelle… persone che è difficile definire fortunate eppure lo sono, esclusivamente perché sono ancora vive e non annegate o uccise dai Libici. Per loro Mediterranea continua, anche oggi, la sua azione; quando non riesce a portare in salvo dei naufraghi, è in pattuglia nel Mediterraneo per denunciare. Come aveva fatto solo due giorni prima dell’ultimo salvataggio: il 17 giugno infatti sui social del progetto (che sono i canali principali di comunicazione quando la Mare Jonio è in mezzo al mare) era comparsa una testimonianza terribile, come tante altre riportate da quando il progetto è nato. I volontari sulla nave hanno assistito “all’ennesimo respingimento di migranti verso guerra e torture – si legge - le milizie libiche hanno intercettato un  gommone in difficoltà, catturato e portato indietro i naufraghi, a poche miglia da noi. Mentre gioiamo per i bambini, le donne e gli uomini soccorsi da Sea-Watch 3 in queste ore, esprimiamo tutta la nostra indignazione per le altre persone che quasi in contemporanea venivano catturate dalla cosiddetta Guardia Costiera libica e riportate all’inferno davanti ai nostri occhi.


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Corpi di migranti trovati privi di vita su di un gommone

"Il mare è un teatro di morte e vergogna per colpa dei governi europei" - Durante le attività di monitoraggio di Mediterranea Saving Humans nella zona Sar (di ricerca e soccorso) attribuita alle autorità libiche, vicino a noi si è oggi consumato l'ennesimo crimine finanziato dall’Italia con la complicità dell’Unione Europea. Alle 13.27 il radar della Mare Jonio ha battuto un segnale proveniente da un’imbarcazione che muoveva da Ovest, presumibilmente da Tripoli, ad alta velocità, oltre 20 nodi, procedendo verso Est e incrociando a nord-Ovest la nostra rotta di pattugliamento. Sempre attraverso il nostro radar abbiamo compreso presto che puntava a un’altra imbarcazione quasi ferma, e quindi in evidente difficoltà. Siamo rimasti in ascolto del canale radio vhf 16, sempre aperto su questo tipo di comunicazioni, attraverso il quale, però, I libici non hanno comunicato nulla. Alle 14.04 l’imbarcazione veloce aveva purtroppo raggiunto il suo obiettivo, a sole 10 miglia nautiche da noi. Quando 20 minuti dopo sono ripartiti, eravamo ormai a sole 6 miglia di distanza, tanto vicini da potere distinguere coi nostri binocoli, con chiarezza, di chi si trattasse.Abbiamo così dovuto assistere inermi all’intervento dei miliziani libici che, su motovedette donate dal nostro paese, e forse telecomandati dall’aereo di Frontex call-sign Osprey3 decollato alle 5:22 di stamane dall’aeroporto Luqa di Malta, violavano ogni convenzione internazionale operando un respingimento di decine di profughi verso le bombe e la tortura da cui tentavano di fuggire. Raggiunto il punto in cui il loro povero mezzo era stato intercettato, abbiamo rinvenuto solo il relitto, un canotto grigio, coi tubolari danneggiati e sgonfiati, e, come sempre, il motore già portato via: cose e persone da rivendere allo stesso modo”. Anche per contrastare tutto ciò Mediterranea continua “monitorando e denunciando violazioni come questa, in un mare che i governi europei hanno reso teatro di morte e vergogna”.


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Salvate la nave di tutti - Ma per farlo ha ancora e sempre bisogno di fondi. Perché mantenere una nave costa. I modi per sostenere il progetto sono tanti, così come sono tantissimi i comitati locali che in molte città italiane ed europee sono attivi per sensibilizzare e per sostenere materialmente la campagna. “A Mediterranea si può aderire in qualsiasi momento, ognuno dei suoi sostenitori diventa automaticamente un promotore dell’iniziativa. E’ una nave di tutti e tutte, e vive del legame tra chi è in mare e chi da terra la sostiene”, spiegano i promotori sul sito https://mediterranearescue.org. I modi per finanziarla sono diversi: fiscali, con il 5Xmille, ma anche diretti con una donazione on line (che implica anche agevolazioni fiscali per chi la attua) oppure acquistando il libro “Salvarsi insieme” e partecipando alle iniziative di socialità che prima dell’emergenza Corona virus erano numerose in tutta Italia e che ripartiranno non appena la situazione lo permetterà. “La vita sta da una parte, la morte dall’altra. l’umanità può ancora scegliere. Le navi della società civile, e a volte anche le barche a vela, le indicano la strada”.

 

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