Gilet gialli: il vento della rivoluzione continua a soffiare

Divampato in novembre, il movimento di contestazione non si arresta e attende delle risposte. Ecco la sua storia


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Jacline Mouraud: «La gente comune non ne può più, Signor Macron...»

PARIGI - «La gente comune non ne può più, ma tanto Lei, signor Macron, viaggia con l’auto blu», commenta ironicamente Jacline Mouraud nella sua invettiva contro il Presidente francese per poi concludere «Dove sta andando la Francia signor Macron? Certamente non dove ha detto che l’avrebbe portata». La cinquantunenne bretone si scaglia contro quella che lei stessa chiama «una caccia all’automobilista» messa in atto dall’Esecutivo e condotta non solo con l’aumento del costo del carburante ma anche con «l’inasprimento dei controlli di tipo tecnico e l’introduzione di pedaggi all’ingresso delle principali città».

Messaggio presto virale - Il duro atto d’accusa della Mouraud, contenuto in un video pubblicato su Facebook, presto divenuto virale con oltre 6 milioni di visualizzazioni, ha dato vita al fenomeno che sta rivoluzionando l’intera Francia e che prende il nome dal giubbotto giallo catarifrangente che si ha l’obbligo di portare in macchina per motivi di sicurezza stradale: quello dei Gilet gialli. Il movimento nasce spontaneamente, grazie al passaparola operato sui social media, per dare voce all’esasperazione del ceto medio oberato dal caro vita e dalla riforme fiscali che impoveriscono sempre più le classi lavoratrici, operando blocchi stradali, manifestazioni di piazza e, di frequente, anche gravi atti vandalici a danno di luoghi considerati simbolo del consumismo occidentale.


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«... ma tanto lei viaggia con l'auto blu... »

Blocchi stradali in tutta la Francia


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Una mappa online mostra i blocchi stradali distribuiti in tutta la Francia

I Gilet gialli possono, infatti, organizzare le proprie manifestazioni di dissenso, grazie ad un collaudato sistema che prevede una pagina Facebook la cui bacheca rimanda ad un sito che mostra, con una mappa interattiva, i blocchi stradali distribuiti in tutta la Francia. Se è vero, infatti, che i sindacati sono capaci di organizzare scioperi, mobilitando un gran numero di persone, con la possibilità di disdire, però, l’iniziativa con la conclusione dei negoziati, le manifestazioni dei ‘Gilets jaune’, essendo prive di una regia unitaria, risultano molto più imprevedibili.

Il bersaglio: Macron - Lo scontento dilagante nella società civile francese ha come bersaglio Emmanuel Macron, che a quasi due anni dal suo insediamento quale capo dell’Eliseo, ha deluso le aspettative dei più, facendo scivolare colui che si era presentato come un ‘uomo nuovo’ a capo di una lista civica sensibile alle esigenze della società francese, ai minimi storici di popolarità.


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«Lei, signor Macron, viaggia con l’auto blu»

«Non siamo poveri ma non siamo ricchi» - «Alla fine del mese non posso permettermi di riempire il serbatoio della macchina. Non siamo poveri ma non siamo ricchi, si tratta di un attacco alla classe media», dice Sandra, gilet giallo e madre single di due bambini che ogni giorno deve raggiungere il posto di lavoro a 20 chilometri di distanza dalla sua abitazione. «Non stiamo bloccando il traffico semplicemente lo filtriamo» gli fa eco Loup, sessantaquattrenne ex assistente scolastico: lui ed altri manifestanti hanno bloccato una corsia della strada a Evreux, nella Normandia meridionale, e gli automobilisti che passano suonano il clacson in segno di sostegno.

Movimento appoggiato dal 62% degli operai - Secondo l’Institut d’Etudes Marketing et Opinion, il Movimento è appoggiato dal 62% degli operai, dal 56% dei disoccupati e da una quota consistente di pensionati e se sono pochi i quadri e i professionisti che si sentono rappresentati dai Gilets gialli, di recente si sono uniti ad essi anche gli studenti. Si tratta delle classi sociali maggiormente colpite dalle riforme finanziarie volute dal Presidente Macron che hanno avuto, come effetto, quello di aumentare il divario, sociale ed economico, tra coloro che vivono nelle grandi aree urbane e coloro che abitano le zone periferiche e rurali del Paese.


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«Non stiamo bloccando il traffico: lo filtriamo»

I motivi del malcontento


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I costi sul diesel sono aumentati del 23% in un solo anno

L’allargamento della forbice sociale ha infatti reso insicura la classe media che ha visto sparire quel welfare sociale che garantiva una più equa distribuzione delle risorse economiche e della ricchezza. Non a caso la rabbia della classe lavoratrice, concretizzata nella nascita del Movimento, si è manifestata, in tutta la sua virulenza, a causa del rincaro del carburante voluto da Macron nell’ambito di un programma di transizione energetica in favore di vetture elettriche e di mezzi pubblici: i costi sul diesel sono aumentati del 23% in un solo anno, arrivando ad una media di 1,51 euro a litro, e nel 2019 è previsto un ulteriore aumento di 6.5 centesimi sul diesel e 2.9 centesimi sulla benzina.

Frustrazione nelle zone rurali - Un vero colpo di grazia per coloro che abitando fuori dal circuito metropolitano, non hanno altra scelta se non prendere la macchina per recarsi sul posto di lavoro. È nelle zone rurali del Paese, infatti, che è andato rafforzandosi un senso di frustrazione e rabbia per il divario economico e sociale con la Capitale e non è un caso se, alla prima ondata di manifestazioni di piazza e fermi stradali, abbiano aderito soprattutto gli abitanti dei piccoli centri: uno su cinque nel caso di cittadine con meno di 5 mila abitanti e il 42% fino a 20 mila abitanti. Le zone in cui è andato rafforzandosi il movimento sono la Bretagna, da cui proviene anche la donna simbolo della protesta Jacline Mouraud, e quelle più periferiche poste a nord-est come le Ardenne e quelle poste a sud-ovest come la Nuova Aquitania, al confine con i Pirenei. Nel dipartimento di Nièvre, a 20 chilometri da Parigi, quasi il 7% degli abitanti hanno aderito alle proteste della prima ora.


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 «Proviamo un sentimento di abbandono» - Nell’ultimo decennio sempre più nuclei famigliari hanno abbandonato le grandi aree urbane tornando a vivere nei cosiddetti ‘village’ in cerca di un caro vita inferiore. Sono questi pendolari ad essere colpiti dalle accise sulla benzina non potendo contare sui servizi di trasporto pubblico e sulle linee ferroviarie che vengono soppresse con sempre maggiore frequenza. «Noi proviamo un sentimento di abbandono e ci accorgiamo tutti i giorni che la priorità va solo alle aree urbane. I nostri villaggi si svuotano, la situazione è grave», ha affermato Christian Venries, sindaco di Saint-Cirgues, un comune francese di appena 351 abitanti, rivolgendosi direttamente al presidente Macron, a cui fa seguito Jérôme Blasquez, sindaco di Les Pujols, 790 abitanti nel dipartimento di Ariege sui Pirenei, affermando che «i nostri concittadini percepiscono una sensazione di  autentica ingiustizia sociale».

Una frattura apparentemente insanabile - Una frattura apparentemente insanabile tra la grandi aree urbane, sempre più aperte alla globalizzazione e capaci di approfittare dell’apertura dei mercati finanziari, e le aree rurali che si sentono tagliate fuori dal processo di modernizzazione della restante parte del Paese. Basti pensare che in molti villaggi di campagna, che sono un numero elevatissimo dato che la Francia detiene il record europeo in materia, manca la connessione internet e, con essa, la possibilità di modernizzare un lavoro, quale quello dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame, la cui crisi sta portando allo spopolamento dei villaggi. La conseguenza dello spopolamento dei villaggi è la chiusura delle scuole e la soppressione dei collegamenti pubblici con una consequenziale crescita del divario, tra la Francia moderna e quella forzatamente povera ed emarginata.

La risposta di Macron


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«Preferisco tassare il carburante che il lavoro»

«Preferisco tassare il carburante che il lavoro», ha detto Macron in risposta alle proteste per l’aumento della benzina, affermando che «le persone che si lamentano dell’aumento dei prezzi sono le stesse che chiedono un'azione contro l’inquinamento dell’aria perché i loro figli si ammalano». Nelle grandi città le tasse per incentivare i metodi di spostamento più ecologici sono viste come virtuose, data anche la vasta scelta di alternative quali la metropolitana, i programmi di biciclette in condivisione e gli autisti Uber; nei piccoli centri, invece, come visto, nessuno attribuisce alcun credito alle argomentazioni ambientaliste dell’Esecutivo.

Nessuna alternativa ai tagli - Per il Presidente non ci sono alternative ai tagli del bilancio: il sistema francese di sanità, istruzione e pensione è considerato già troppo caro. La dimensione del settore pubblico in Francia, se comparata con quello degli altri Paesi industrializzati, è impressionante, con il 22% del totale nazionale dei posti di lavoro mentre il livello della spesa pubblica francese arriva al 57% del Pil. La Francia si finanzia prevalentemente grazie a tasse indirette che, essendo distribuite uniformemente sui consumi e sulle attività economiche, creano una forte sensazione di ingiustizia sociale: è il caso dell’Iva e della Csg, Contribution sociale généralisée, che da piccola tassa aggiuntiva volta al finanziamento dell’assistenza pubblica sanitaria, si è trasformata, sotto Macron, in una autentica stangata che va a colpire le pensioni più basse.


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Contro sia l'estrema destra di Marine Le Pen (a sinistra) sia l'estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon

Decisioni che scontentano tutti - Le decisioni economiche del Governo scontentano la classe media che si vede sempre più impoverita, scontentano i pensionati che protestano contro un calo del potere d’acquisto, scontentano i sindacati che si battono contro la proposta di modificare l’assegno di disoccupazione per incentivare gli interessati a cercare un impiego. Scontentano anche coloro che si servono ed operano nella sanità pubblica, malati, medici ed infermieri,i quali lavorano ben oltre le 35 ore settimanali stabilite da contratto accumulando straordinari che non verranno mai pagati. È per tutti questi motivi che il movimento dei Gilet gialli, pur dichiarandosi apartitico e apolitico ha riunito intorno a sé i rappresentanti dell’estrema destra e sinistra, quali Marine Le Pen, leader della forza di ultradestra, e Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale, accomunati dall’avversione alla politica del presidente Macron. Secondo un sondaggio Ipsos se il movimento dei gilet gialli organizzasse una lista civica, candidandosi alle prossime elezioni europee, raccoglierebbe il 12% dei voti diventando il quarto partito in Francia.

Quando tutto ebbe inizio


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Le proteste dei Gilet gialli hanno avuto inizio il 17 novembre 2018, intorno alle 7.30 del mattino, con il blocco di diverse strade principali e con una manifestazione vicino alla stazione metropolitana di Porte Maillot a Parigi. Nel corso di una sfilata non autorizzata, nelle strade di Le Pont-de-Beauvoisin in Savoia, un automobilista, infastidito dal blocco stradale, decide di forzarlo, investendo una manifestante, Chantal Mazet di 63 anni. Nel pomeriggio un corteo di manifestanti marcia sugli Champs-Élysées dirigendosi verso il palazzo presidenziale, ma viene bloccato dalla polizia, così come un altro gruppo di manifestanti, circa 200 persone, che hanno deciso di fare irruzione nei cortili delle rispettive prefetture. Il giorno seguente il Ministero degli Interni francese renderà noto che i manifestanti erano 287.710 persone, e che gli scontri avevano portato ad 1 morto, 409 feriti e 117 persone arrestate.


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I blocchi e gli scontri si ripetono - Nelle settimane successive si ripetono i blocchi stradali e le manifestazioni di piazza: il 24 novembre le forze dell’ordine non riescono a bloccare gli 8 mila manifestanti entrati in città e si assiste a delle vere e proprie scene di guerriglia urbana con cartelli stradali divelti e cassonetti dati alle fiamme. La scena si ripete il 1° dicembre, giorno in cui vengono date alle fiamme oltre 100 macchine e vandalizzato l’Arco di Trionfo con scritte ed insulti. Alla fine degli scontri tra manifestanti e polizia si registrano oltre 130 feriti, di cui 23 agenti di polizia, e 412 arrestati con danni stimati tra i 3 e i 4 milioni di euro.

Scuole bloccate - Il 3 dicembre il Ministero dell’Istruzione rende nota la notizia che più di 100 istituti di scuola superiore sono stati bloccati dagli studenti con indosso dei gilet gialli in segno di sostegno al Movimento: oltre 700 ragazzi vengono arrestati in tutto il Paese con grande sdegno dell’opinione pubblica e della società civile.


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Vandalizzato l’Arco di Trionfo (qui: una rappresentazione della Marianne danneggiata)

Le manifestazioni si succedono


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La quinta settimana di mobilitazione, dal 15 al 21 dicembre 2018, segna una netta flessione nella partecipazione di piazza, vista la grande paura originata dall’attentato terroristico a Strasburgo di pochi giorni prima, mentre il 22 dicembre, secondo le cifre diffuse dal Ministero degli Interni, sono 33.600 i manifestanti che scendono in strada, bloccando il traffico con la Svizzera a Cluse-et-Mijoux, oltre che quello con l’Italia, il Belgio e la Germania. A Montélimar vengono inoltre bloccati i magazzini di EasyDis ed Amazon mentre nella Capitale si assiste a scontri durissimi tra polizia e manifestanti che scagliano contro le forze dell’ordine pietre e bottiglie. Le manifestazioni di protesta si ripetono di settimana in settimana con tafferugli e atti di vandalismo cittadino: il 26 gennaio 2019 oltre 120 mila persone manifestano in tutto il Paese e la polizia locale ne stima 4 mila solo a Parigi.


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Jérôme Rodrigues

«Preso di mira» - Nel corso degli scontri Jérôme Rodrigues, esponente molto noto del movimento, viene colpito al viso da un lacrimogeno e perde la vista all’occhio destro. «Sono stato deliberatamente preso di mira in quanto persona di spicco del movimento -dichiarerà in seguito Rodrigues- La polizia mi ha puntato il dito contro molte volte nel corso delle scorse manifestazioni quindi credo che sapessero benissimo a chi stessero sparando». Il 27 gennaio manifestano per la prima volta le ‘sciarpe rosse’, movimento di opposizione ai Gilet gialli mentre alle 17 dello stesso giorno, a Place de la République si svolge la prima ’notte gialla’ dichiaratamente pacifista. Il 16 febbraio, durante la quattordicesima settimana di manifestazioni, a Parigi alcuni manifestanti rivolgono pesanti insulti antisemiti al filosofo Alain Finkielkraut che si trova a passare vicino al corteo mentre  duri scontri si registrano a Tolosa, La Rochelle, Nantes e Le Mans.


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Parigi messa a ferro e fuoco - La Capitale viene messa a ferro e fuoco con atti di guerriglia urbana senza precedenti sugli Champs-Élysées: vengono distrutti negozi di lusso quali Bulgari e Fouquet’s e un incendio divampa in un palazzo saccheggiato dai Gilet gialli e da un gruppo infiltrato di black bloc. Il bilancio sarà di 60 feriti, tra cui un bambino molto piccolo fortunatamente salvato dalla furia delle fiamme.

Macron annuncia «decisioni forti» - Il Presidente Macron annuncia che intende prendere «decisioni forti» contro la guerriglia e le devastazioni compiute durante le manifestazioni di protesta ma poi viene duramente criticato dai propri oppositori politici per il fatto di trovarsi fuori città per godersi un weekend sugli sci. «Mentre Parigi sta bruciando, Macron va a sciare e il Ministro degli Interni Castaner dimostra ancora una volta tutta la sua incompetenza», dichiara in un tweet Lydia Guirous del Partito Repubblicano, sottolineando che «non c’è mai stata tanta leggerezza alla guida della Francia».


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"La resa dei conti"

La diciottesima settimana di proteste, dal 16 al 22 marzo, viene definita dai capi del Movimento come la “resa dei conti” visto che la mobilitazione segue la chiusura della consultazione nazionale proposta da Macron per dibattere su alcune rivendicazione dei Gilet gialli. La componente più estremista del gruppo invita tutta la Francia a scendere in strada per far sentire la propria voce e fin dal mattino si registrano pesanti scontri sugli Champs-Élysées tra manifestanti e forze dell’ordine, con saccheggi e assalti contro i blindati della polizia.


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“Milioni per Notre Dame. E i poveri?” - Il 20 aprile domina la protesta contro la maxi-colletta richiesta per la ricostruzione della cattedrale di Notre Dame, bruciata nel rogo nel pomeriggio del 15 aprile. Negli striscioni mostrati durante la sfilata nella Capitale ci si domanda “Milioni per Notre Dame. E i poveri?” oppure si afferma “Notre Dame non siamo noi” e la rabbia esplode a Place de la République dove vengono spaccate le vetrine di numerosi negozi, poi saccheggiati, quali McDonald’s, il grande magazzino Go Sport, con il materiale sportivo lanciato alla folla festante, ed un negozio di cellulari.

Drouet: «Sono esausto» - Il 24 aprile, dopo 24 settimane di manifestazioni, Eric Drouet, uno dei leader dei Gilet gialli, annuncia di volersi concedere una pausa: «Non è finito tutto ma io sono esausto. Troppe minacce alla mia famiglia, troppo odio, troppo disprezzo, troppi insulti», ha comunicato attraverso il suo profilo Facebook, aggiungendo che «non è neanche il Governo l’aspetto più stancante del tutto». Drouet era stato condannato a pagare 2 mila euro di multa per aver organizzato manifestazioni non autorizzate e dovrà, a breve, comparire in Tribunale per l’accusa di porto d’armi proibite per essersi presentato ad una manifestazione con un bastone.


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Eric Drouet

Macron rompe il silenzio


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Il 25 aprile, dopo essersi fatto a lungo aspettare, il presidente Emmanuel Macron rompe il silenzio e convoca 230 giornalisti accreditati, di cui un terzo stranieri, per la prima conferenza stampa del suo mandato. Un evento eccezionale, volto a rispondere alle proteste del movimento dei Gilet gialli con una serie di proposte politiche frutto della consultazione nazionale conclusasi a metà del mese di aprile.

«L'ordine pubblico deve tornare» - «L’ordine pubblico deve tornare - ha detto Macron - ma questo non deve far sparire anche le giuste richieste avanzate dal Movimento» definito come un fenomeno «inedito che ha espresso la sua ira, la sua preoccupazione e la sua impazienza». Ma se da una parte il Presidente ha ammesso che «dirigere oggi in democrazia è accettare di non essere popolare. Assumo quindi il fatto di poter essere impopolare» d’altra parte aggiunge che «Tutto questo non giustifica tutto quello che abbiamo vissuto in questi mesi e che hanno colpito la mia famiglia e i miei elettori. Non ci dobbiamo abituare all’odio e alla mancanza di rispetto. È un passo indietro nella morale civica e nell’educazione che non dobbiamo accettare».

Trasformazioni «essenziali»: «Non devono essere fermate» - Il Presidente è chiaro sul fatto che non intende interrompere il cammino avviato ma, al contrario, «le trasformazioni avviate e quelle essenziali per il nostro Paese non devono essere fermate». Macron stima in 5 miliardi di euro il calo delle tasse sul reddito: per finanziare il taglio delle tasse occorrerà lavorare di più in un sistema che «incoraggi a versare più contributi per più tempo» e ritardi l’uscita dal lavoro ma «su base volontaria» e con un meccanismo di incentivi. Tra le altre proposte enunciate dal Presidente vi è quella di portare le pensioni minime alla soglia dei mille euro e di abbandonare una delle sue riforme più impopolari e cioè il piano di tagliare 120 mila funzionari pubblici.


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La patrimoniale non torna... per ora - Con riguardo alla patrimoniale, la tassa abolita subito dopo il proprio insediamento all’Eliseo nel 2017, il Presidente difende la decisione presa non trattandosi di un «regalo ai ricchi» come più volte sostenuto dai gilet gialli, dicendosi però pronto a riesaminare la proposta nel 2020. Tra gli altri obiettivi proposti vi è quello di introdurre una quota del 20% di proporzionale per l’elezione dell’Assemblea Nazionale ed un taglio del numero dei parlamentari compreso fra il 25 e il 30%; Macron ha inoltre affermato che «fino alla fine del mandato nel 2022 non ci saranno nuove chiusure di ospedali e scuole senza l’accordo con i sindacati». Necessaria, per quanto operata a malincuore, sarà anche la chiusura dell’Ena, la Scuola nazionale di amministrazione, considerata fucina di presidenti e capitani d’industria e dove ha studiato lo stesso Presidente.


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Per il movimento non sono le risposte sperate - Dopo le importanti dichiarazioni di Macron ci si aspettava una reazione del Movimento che è apparso, non solo non convinto dalle proposte politiche del Presidente, ma addirittura esacerbato nella propria rabbia per non aver ottenuto le risposte sperate. Sabato 27 aprile, a Strasburgo si è assistito a gravi episodi di guerriglia urbana con un uomo gravemente ferito a seguito del lancio di sassi e bottiglie da parte dei manifestanti a cui la polizia ha risposto con l’utilizzo di gas lacrimogeni e fumogeni. La scelta della città, sede del Parlamento europeo, è stata di sicuro impatto simbolico visto l’avvicinarsi dell’appuntamento con le elezioni europee. A Parigi invece la situazione si è mantenuta calma: erano in previsione due manifestazioni, di cui una contro gli organi di stampa e i mass media che si è rivelata, però, un flop data la scarsissima partecipazione. Secondo i dati ufficiali hanno partecipato oltre 23 mila manifestanti in tutta la Francia, di cui 2.600 a Parigi e circa 2 mila persone a Strasburgo. L’affluenza più bassa da che si è formato il Movimento.


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Il vento della rivoluzione continua a soffiare - Le dichiarazioni di Macron, oltre a non aver messo a tacere le violente rivendicazioni dei Gilet gialli, hanno, inoltre, raccolto dure critiche dagli oppositori politici sia di destra che di sinistra che hanno giudicato le riforme proposte dal Capo dell’Eliseo come inconsistenti e poco risolutive. I Gilet gialli hanno dimostrato chiaramente di non volersi fermare ma, al contrario, hanno rilanciato il progetto di una “manifestazione storica” in occasione del 1° maggio, Festa del lavoro. In strada a Parigi sono sfilati circa 40 mila manifestanti in una giornata rimasta tutto sommato sotto controllo salvo l'irruzione di decine di dimostranti nell'ospedale la Pietié-Salpêtrière. E il vento della rivoluzione continua a soffiare per le vie di Parigi.

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