Tredici giorni nelle viscere della terra: la tragica storia del piccolo Julen Rosello

Dopo 13 giorni di scavi senza sosta è stato ritrovato il bimbo caduto nel pozzo. Un'odissea che ha tenuto con il fiato sospeso familiari, amici e l'intera rete


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È stato trovato senza vita all’1.25 della notte tra il 25 e il 26 gennaio: Julen Rossello non ce l’ha fatta e ora, nel pensiero dei genitori straziati dal dolore, il piccolo è diventato un angelo come il suo fratellino Oliver, morto di infarto appena due anni prima. L’annuncio della Guardia Civil pone fine ad ogni speranza «Disgraziatamente… nonostante tanti sforzi da parte di tanta gente, non è stato possibile…RIPJulen».

Fino all’ultimo, invece, i genitori per primi, tutte le persone coinvolte nel salvataggio del bambino, e le tante che hanno pregato e sostenuto la famiglia, hanno creduto ad un finale diverso: sarà che, nonostante le indicibili difficoltà, si è lavorato notte e giorno, portando a termine un lavoro ingegneristico per la cui realizzazione sarebbero necessari 3 mesi e non 13 giorni. Sarà che ci si aggrappava all’idea che anche in condizioni estreme il corpo umano mette in campo tutte le sue risorse per sopravvivere. Si invocava un miracolo che non è avvenuto e ora rimane una giovane coppia di genitori per i quali si rinnova il dolore della perdita di un
figlio piccolo, ed in condizioni tanto assurde.

Tredici giorni di rabbia


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Sono trascorsi tredici giorni dalla tragica mattina del 13 gennaio, giorno in cui Julen Rosello, due anni e mezzo, è caduto in un pozzo, largo appena 25 centimetri di diametro, mentre trascorreva una giornata in campagna con la sua famiglia.

Da allora una gigantesca macchina dei soccorsi, composta da oltre 300 persone, si è messa in moto per tentare, in ogni modo, di salvare il piccolo Julen. Senza sosta, tecnici ed ingegneri, si sono avvicendati, giorno e notte, nella realizzazione dei due tunnel, uno verticale parallelo al pozzo ed uno orizzontale, necessari per raggiungere il bambino. Un lavoro immane, caratterizzato da tanti problemi ed ostacoli che ne hanno rallentato la realizzazione, ed il cui esito tragico lascierà un'eco difficile da spegnere.

 La vicenda 


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È una bella giornata di sole il 13 gennaio nella Sierra di Totalàn, un paesino di 700 abitanti vicino a Malaga, e la famiglia Rosello, composta dal padre Josè, la madre Victoria Garcia e dal piccolo Julen di due anni e mezzo, decidono di trascorrere la giornata nel terreno agricolo di un familiare, nella zona fra il ruscello di Olia e il fiume Totalàn. Una domenica mattina in famiglia fatta di grandi che parlano e preparano il pranzo e i bambini che giocano a rincorrersi: nulla può far presagire il dramma che si sta per compiere. Mentre Josè è intento a preparare il fuoco per cucinare il pranzo, la moglie gli chiede di tenere d’occhio Julen mentre lei fa una telefonata di lavoro.

«L’ho visto cadere nel buco di piedi» - Racconta il padre: «Sono andato a prendere qualche ceppo di legno e il bambino si è messo a correre. In una frazione di secondo si era allontanato già di 10-15 metri. Mia cugina si è messa ad inseguirlo nel timore che potesse inciampare ed invece l’ho visto cadere nel buco di piedi, con le braccia tese verso l’alto. L’ho raggiunto subito e ho infilato il braccio nell’apertura fino alla spalla, appoggiando la testa per terra, non sapevo quanto fosse profondo il pozzo».

Il pozzo nel quale è caduto Julen si rivelerà profondo 107 metri e con un'apertura di appena 25 centimetri. Impossibile per un adulto potersi far spazio e tentare di raggiungere il bambino. Avvertiti da una coppia di escursionisti, allertati dalle urla provenienti dal terreno di Totalàn, essendo i genitori sotto shock, la macchina dei soccorsi si mette subito in moto, incontrando ben presto molte difficoltà.

Il piano dei soccorsi


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Dopo diverse ipotesi, il piano ideato dai soccorritori per ritrovare Julen prevede lo scavo di due tunnel: uno verticale parallelo al pozzo nel quale è scomparso il bambino e uno orizzontale che serve per raggiungere il punto nel quale si stima posa trovarsi effettivamente Julen, e cioè a circa 60 metri di profondità. Non essendo stato possibile localizzare con esattezza la posizione del bambino, i soccorritori hanno stimato tale profondità servendosi della presenza di terrae rocce che, verosimilmente, il piccolo può essersi trascinato dietro nella caduta. Una volta completato il tunnel verticale è prevista la messa in sicurezza dello stesso e l’inserimento di apposite tubature a creare il tunnel attraverso il quale verranno calati gli esperti del soccorso minerario.

Il tunnel orizzontale - Una volta completata l’operazione di scavo, infatti, è previsto l’utilizzo di una capsula di 1 metro per 2 metri e mezzo di altezza nel quale scenderanno a due a due otto minatori, organizzati in due turni, i quali procederanno allo scavo del tunnel orizzontale che serve per raggiungere il bimbo. La parte finale della galleria è previsto sia scavata da un gruppo di minatori esperti provenienti dalle Asturie e dall’impresa svedese Stockholm Precision Tools AB che nel 2010 localizzò e trasse in salvo 33 minatori rimasti intrappolati in una miniera in Cile. Il lavoro previsto è da eseguirsi a mano in uno spazio ridotto di appena 1,2 metri di larghezza.

Contemporaneamente alla realizzazione del pozzo verticale il piano prevede di ‘intubare’ le pareti della cavità larga 25 centimetri al fine di evitare ulteriori cedimenti del terreno, dovuti anche ai lavori di scavo del tunnel, che possano seppellire il piccolo Julen.

Problemi nella macchina dei soccorsi


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Il capo ingegnere Angel Garcia Vida, coordinatore delle operazioni di scavo, non manca di sottolineare, ogni volta che viene intervistato, come «l’umore sia alto: le ore non pesano, non la fatica, non il sonno. Ha smesso di essere un lavoro di salvataggio: è diventata una operazione di ingegneria civile umanitaria». In effetti, dal 13 gennaio, giorno della tragedia, tecnici, operai ed ingegneri hanno lavorato giorno e notte per portare a termine, il prima possibile, i lavori di realizzazione dei tunnel progettati per raggiungere il bambino e si stima che in 36 ore siano stati effettuati lavori che in condizioni normali richiederebbero due mesi.

Il pacchetto di caramelle - Eppure, nonostante l’impegno profuso nell’enorme cantiere creatisi intorno alla cavità di 25 centimetri, moltissime sono state le difficoltà che gli stessi hanno dovuto affrontare in una drammatica corsa contro il tempo.

In primo luogo proprio le ridottissime dimensioni dell’apertura del pozzo hanno impedito qualsiasi immediata attività di soccorso. Inoltre il robot inviato da una impresa tecnologica, già utilizzato in numerose immersioni, non è riuscito a localizzare Julen, ma ha rilevato nient’altro che un sacchetto di caramelle che il bambino aveva con sé al momento della caduta.

Non solo i 25 centimetri - I soccorritori inoltre non hanno potuto far arrivare al bambino né cibo né acqua perché alla profondità di circa 70 metri, la cavità è chiusa dai detriti. Oltre che dal maltempo che ha imperversato nella regione, dalle particolari condizioni orografiche del terreno, composto da rocce molto dure, i lavori sono stati rallentati dalla presenza, rilevata durante gli scavi del tunnel verticale, di una spessa roccia di granito, a circa 18 metri di profondità, che ha rallentato i lavori, obbligando a cambiare il trapano della perforatrice.

Una volta, poi, completato il tunnel verticale, un altro enorme problema si è abbattuto sulla squadra di soccorritori: i tubi necessari per il rivestimento della galleria si sono rivelati, alla profondità di circa 40 metri, troppo grandi rendendo necessario un ulteriore lavoro di allargamento del tunnel già ultimato. Il portavoce del governo ha affermato che «i tubi andranno rimossi e ogni sezione dovrà essere sostituita. È impossibile stimare quanto tempo ci vorrà». 

Le tappe della drammatica vicenda del piccolo Julen

13 gennaio ore 13.45 - La famiglia Rosello e alcuni parenti sono riuniti nel terreno agricolo di proprietà del compagno di una cugina per trascorrere una giornata in compagnia, a Totalàn, vicino Malaga. All’improvviso il piccolo Julen, scappato momentaneamente alla vigilanza dei genitori, inizia a correre e cade in una cavità di appena 25 cm di diametro. Allertati dalle urla provenienti dal terreno, due turisti chiamano i soccorsi denunciando il fatto che un bambino è caduto in un pozzo. La soluzione, studiata nei giorni successivi da tecnici ed ingegneri, coordinati dal capo ingegnere Angel Garcia Vida è quella di utilizzare una escavatrice e realizzare due tunnel, uno verticale ed uno orizzontale per raggiungere quello dove è caduto il bambino in profondità, per salvarlo. Sul luogo della tragedia, dove i genitori di Julen presidiano la cavità nel terreno in attesa di una buona notizia, giungono giornalisti, rappresentanti della politica ma anche moltissima gente comune pronta a testimoniare la propria solidarietà e dare una mano d’aiuto.


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19 gennaio ore 14 - Iniziano i lavori di scavo del tunnel verticale parallelo al pozzo che ha inghiottito Julen.

20 gennaio - Mentre il mondo sta con il fiato sospeso per la sorte di Julen, le perforazioni procedono a rilento per colpa di un terreno davvero difficile. Durante la perforazione, infatti, i tecnici hanno rinvenuto una massa di granito la cui perforazione ha comportato un notevole ritardo sulla tabella di marcia. Per ovviare a queste complicazioni è stato infatti necessario far arrivare una nuova ‘testa’ per la trivella direttamente da Guadalajara. In serata l’ingegnere Angel Garcia Vida annuncia che «sono stati scavati oltre 45 metri, e sono stati superati i 2/3 dei 60 metri previsti»

21 gennaio - Viene finalmente completato il tunnel verticale. Sono passati ben 8 giorni da quando Julen è caduto nel pozzo e le speranze di ritrovarlo vivo sono sempre più esigue. A El Pais il pediatra Ivan Carabanò ha sottolineato che “in circostanze estreme l’organismo umano prova a sopravvivere in condizioni inimmaginabili”. La macchina dei soccorsi e oltre 300 uomini lavorano giorno e notte per salvare il bambino.

22 gennaio - La speranza di essere vicino alla soluzione del caso sembra allontanarsi inesorabilmente. I soccorritori hanno dovuto infatti mettersi nuovamente all’opera per allargare il tunnel verticale che si riteneva ultimato. I tubi di metallo necessari al rivestimento della galleria si sono rivelati “troppo grandi” rispetto alla stessa galleria. L’operazione comporterà un ritardo minimo di 24 ore, mentre si sperava che i minatori fossero già all’opera nel tunnel orizzontale.

23 gennaio - Il tunnel, dopo i lavori di allargamento, viene nuovamente inserito nel terreno e i minatori sono pronti a calarsi, tramite la speciale capsula di protezione che servirà da ‘ascensore’ per iniziare la costruzione del tunnel orizzontale.

I minatori lavoreranno in condizioni estreme per mancanza di spazio, luce ed ossigeno ad una profondità di circa 42 metri per poi procedere a scavare manualmente il tunnel di circa 4 metri di lunghezza. Il gruppo di soccorso sarà organizzato in squadre di due persone, visto che la capsula non ne può contenere di più, e saranno riportati in superficie ogni 40 minuti per procedere al cambio con i colleghi.

La famiglia Rosello 


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Josè Rosello e Victoria Garcia sono giovanissimi ma da subito spinti dal desiderio di coronare il proprio sogno d’amore mettono in piedi una bella famiglia nella loro casa nel quartiere ‘El Palo’. Nascono Oliver e Julen e la felicità sembra essere per loro a portata di mano. Eppure, a dispetto della giovane età, i Rosello sono segnati da subito da una serie di drammatiche vicende. Nella primavera del 2017, appena due anni prima della scomparsa di Julen, Josè e Victoria perdono, a soli tre anni, il figlio Oliver.

Un malore in spiaggia - Il bambino si era sentito male ed era stato portato all’Ospedale dove, dopo una serie di esami che non avevano accertato niente di anomalo, era stato dimesso. Appena 21 giorni dopo quel primo malore Oliver si accascia per terra, durante una passeggiata sul lungomare di Pedregalejo con la mamma ed una cugina. Un infarto stronca la vita al primogenito della coppia che da allora vive nel dolore di una perdita così precoce. Per evitare lo strazio del ritorno ad una casa piena di ricordi, viene messa a disposizione da una prozia della mamma, il primo piano della propria casa ma Victoria non si da pace e si reca spesse volte al cimitero per parlare con il suo piccolo, di cui continua a conservare abiti e giochi.

«Abbiamo un angelo» - Assurdo pensare che quegli stessi genitori, toccati così da vicino dalla tragedia di perdere un figlio piccolo, stiano rivivendo lo stesso dramma davanti all’imboccatura di un pozzo non segnalato che ha inghiottito il loro secondogenito. Il padre di Julen ha dichiarato: «Io e mia moglie siamo a pezzi. Ma abbiamo un angelo che ci aiuta affinché Julen esca vivo dal pozzo». La certezza che Oliver vegli sul fratellino viene ripetuta diverse volta ed la speranza a cui si aggrappano i genitori i quali vivono un dolore che, come loro stessi affermano: «Si può solo immaginare, ma non comprendere fino in fondo».

Il dramma di Alfredino Rampi

La vicenda di Julen ha fatto ricordare, a tutti coloro che negli anni ’80 seguirono la vicenda, il dramma di Alfredino Rampi. Il bambino di 6 anni precipitò, la sera del 10 giugno 1981, in un pozzo artesiano situato lungo la via di Vermicino, in località Selotta, vicino Frascati.

Tre giorni di tentativi - Dopo tre giorni di inutili tentativi per trarre in salvo il bambino, tra cui la costruzione di un pozzo parallelo e le prove di coraggio di tanti volontari che cercarono di calarsi nella cavità per raggiungere il piccolo, Alfredino morì a circa 60 metri di profondità. I tentativi di costruzione del tunnel parallelo avevano fatto franare il terreno, facendo scivolare il corpo del bambino sempre più in profondità e rendendo drammaticamente impossibili i tentativi di speleologi e gente comune che si fecero calare nel pozzo, arrivando, come nel caso del volontario Angelo Licheri, a raggiungere il bambino senza però riuscire ad imbracarlo per trarlo in salvo.

La ‘tv del dolore’ - La morte presunta venne dichiarata il 13 giugno e il corpo, dopo che il pozzo era stato riempito di gas refrigerante, recuperato dopo ben 28 giorni dal giorno dell’incidente. La vicenda del bambino ebbe una immensa eco mediatica, anche grazie alla diretta non stop trasmessa dalla Rai e per la prima volta nella storia televisiva venne coniato il termine ‘tv del dolore’.

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Ultimo aggiornamento: 2019-02-24 03:07:49 | 91.208.130.85