Questa è la storia di un .... brigatista

Un passato di sangue nella vita di un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Tutto quello che dovreste sapere su Alvaro Lojacono Baragiola


Keystone
Era il 1968 ....

Sono passati poco più di cinquant'anni dal 1968, l’anno della rivoluzione sociale e culturale che ha interessato il mondo intero. Una rivoluzione culturale che si puo' dire sia stata un po' la base ideale nella quale germogliarono quelle spaccature politiche e sociali tra destra e sinistra che portarono ad una infinita scia di sangue.

In Italia, in special modo, si respirava un clima di violenza diffusa e che scatenò quella che sembrava quasi assumere i toni di ‘guerra civile’ i cui protagonisti furono le Brigate rosse, per le quali tutto ciò che si poneva più a destra dei movimenti della sinistra extraparlamentare era da combattere, e il Terrorismo nero, ispirato ai valori della destra più radicale.

Dei protagonisti di quegli anni terribili, alcuni sono finiti in carcere, mentre altri, datisi alla latitanza, sono ancora a piede libero per il mondo, in special modo Francia e Paesi del Sud America. Una latitanza sui generis, tra l’altro, dato che, forti della certezza dell’impunità data loro dalla prescrizione dei reati commessi o dalla impossibilità di essere estradati in Italia, questi ex brigatisti non solo non si nascondono ma sono integrati nella società civile.

 

 

Chi è Alvaro Lojacono Baragiola?

 


Alvaro Lojacono Baragiola
Keystone

Perfetto esempio di irreprensibile cittadino che nasconde un oscuro passato fatto di omicidi e rapimenti è il ticinese Alvaro Baragiola, nato e noto alle forze dell’ordine italiane come Alvaro Lojacono, animatore della terza rete della Radio Svizzera italiana ma colpito  da diversi ordini di cattura internazionali per la sua attività di terrorismo eversivo.

L'infanzia a Savosa - Nato a Milano nel 1955, dal medico Giuseppe Lojacono e dalla cittadina svizzera Ornella Baragiola, a tre anni si trasferisce a Roma, dove compie i suoi studi elementari alla scuola svizzera scelta dalla madre. Nel 1960 i genitori si separano ed Alvaro e sua sorella Silvana seguono la madre prima in Ticino, a Savosa, e successivamente a Rimini, dove la madre gestisce un centro culturale italo-svizzero.

Gli studi a Roma - Al profilarsi di un nuovo trasferimento a Firenze, il giovane sceglie di tornare dal padre a Roma dove conseguirà la maturità artistica, dopo essere stato cacciato dal liceo classico ‘Tasso’ e dal liceo  scientifico ‘Castelnuovo’, per poi iscriversi alla facoltà di architettura. La vera passione di Alvaro però non sono certamente gli studi ma la politica e rimane affascinato dal clima di  protesta che si respira durante le assemblee studentesche e le manifestazioni in piazza.


Un manifesto di estrema destra che ricorda lo studente ucciso, Mikis Mantakas

La militanza politica - Presto però la semplice contestazione studentesca non gli appare più soddisfacente e decide di passare alla militanza vera e propria scegliendo il gruppo della sinistra extraparlamentare nota con il nome di ‘Autonomia operaia’, organizzazione che pratica il cosiddetto ‘antifascismo militante’. Il 28 febbraio 1975 si svolge a Roma il processo per l’attentato ai danni del sottosegretario del Msi Mario Mattei, che perse i figli nel rogo appiccato all’appartamento dove la famiglia viveva da tre attivisti del gruppo di estrema sinistra ‘Potere Operaio’. Durante l’udienza, davanti alla sede romana del Msi in via Ottaviano si scontrano gruppi di destra e di sinistra e vengono esplosi alcuni colpi di arma da fuoco a causa dei quali rimane ucciso lo studente greco Mikis Mantakas. Dopo alcuni mesi di indagini Alvaro Lojacono e Fabrizio Panzieri vengono imputati dell’omicidio del ragazzo greco e mentre nel processo di primo grado Lojacono viene assolto, in appello, nel 1980, viene invece ritenuto colpevole e condannato a 16 anni di reclusione. 

Inizia la leggenda - L’esecutività della sentenza viene poi bloccata dal ricorso in Cassazione presentato da Lojacono che, nelle more del procedimento, nel 1981, si dà alla latitanza. E’ da questo momento che ha inizio la leggenda del latitante brigatista il cui curriculum, mano a mano che le indagini della magistratura italiana proseguono, si arricchisce di nuove imputazioni: il terrorista, che faceva parte della colonna romana delle Brigate Rosse dal 1977 su presentazione dell’amico del cuore Valerio Morucci, avrebbe partecipato personalmente agli assassini di ben 14 persone, a due sequestri di persona e ad una rapina a mano armata.

Le accuse - Nel 1981 è accusato, con altri 56 imputati, del sequestro dell’assessore democristiano Ciro Cirillo, nel 1982 avrebbe partecipato all’omicidio dell’assessore regionale campano Raffaele Delcogliano e nello stesso anno compare nell’elenco diffuso dal Ministro dell’interno italiano quale dei nove brigatisti  super ricercati. E’ inoltre condannato all’ergastolo per l’omicidio del magistrato Girolamo Tartaglione, nel 1979 per l’uccisione degli agenti di pubblica sicurezza Ollanu e Mea durante  l’assalto della sezione romana della Dc, l’uccisione del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco e del maresciallo Mariano Romiti, oltre che per la rapina ai danni del Ministero delle Poste, avvenuta a Roma nel 1980.

 

 

L'incontro con la storia


9 maggio 1978 - Il presidente della Democrazia cristiana viene trovato morto nel bagagliaio di un'auto in via Caetani a Roma

Ed infine l’accusa che storicamente pesa più di tutte: il brigatista Alvaro Lojacono, ‘Otello’ il suo nome di battaglia, era presente il 16 marzo del 1978 in via Fani ed ebbe un ruolo attivo nel rapimento del politico democristiano Aldo Moro. Viene condannato all’ergastolo nel 1983 ma all’addensarsi di troppe nubi nere al proprio orizzonte, Alvaro Lojacono, come detto, sceglie la via della latitanza, e nel 1981 ripara in Algeria, grazie all’influenza del padre Giuseppe che era stato sostenitore del fronte Flp negli anni di lotta per l’indipendenza nazionale o, come dirà lo stesso terrorista anni dopo, grazie alla collusione del Partito comunista italiano.


Tipress
Villa Orizzonte a Castelrotto, la residenza di famiglia di Alvaro Lojacono, oggi sede dell'omonima associazione.

La fuga in Algeria - Nel paese nord africano Baragiola lavora nel campo dell’edilizia, nel 1983 è di passaggio in Francia per poi decidere di raggiungere un amico in Brasile. Da quel momento si perdono le sue tracce fino a quando, nel 1986, è in Ticino dove si trasferisce presso la residenza materna ‘Villa Orizzonte’ a Castelrotto (vedi foto accanto). A questo punto la prima mossa del brigatista, tallonato da un mandato di cattura internazionale , è quella di fare immediata domanda per ottenere la cittadinanza svizzera.

Alvaro Lojacono diventa svizzero e si trasforma in Baragiola -  Niente di più facile visto che, alla luce della normativa entrata in vigore nel 1985, si prevede il conferimento in automatico della cittadinanza svizzera alle persone nate dopo il 1953 aventi un genitore di nazionalità elvetica. Paradossale è invece la vicenda riguardante il cambio di cognome del latitante che, l’11 dicembre del 1986, rivolge al Consiglio di Stato la richiesta per mutare il proprio cognome da Lojacono a Baragiola adducendo quali motivazioni il fatto che fosse stato affidato alla madre al momento della separazione dei genitori e che “essendo l’ultimo discendente maschio della famiglia Baragiola ne desiderasse continuare il nome”. Le motivazioni addotte vengono ritenute valide e viene autorizzato il cambio del cognome: Alvaro Lojacono diventa Alvaro Baragiola, senza che nulla del suo ingombrante passato sia venuto alla luce durante i controlli burocratici legati alla procedura amministrativa. Come è stato possibile? In tanti se lo sono chiesti e lo scandalo conseguito a livello politico, ha avuto per tanto tempo uno strascico importante. Si è pensato ad una connivenza a livello politico- amministrativo e tante sono state le interpellanze parlamentari volte a far luce sulla delicata questione.

La svista di una poliziotta - Una indagine interna amministrativa mise poi in luce che la svista era da imputarsi unicamente ad una funzionaria del Dipartimento di polizia, la quale, dopo aver verificato sull’ordinatore che non c’erano in Svizzera pendenze contro Lojacono, avrebbe poi omesso di dar seguito ad una indicazione comparsa sullo schermo del computer e che rinviava alla lista dei ricercati dall’Interpol.

Il lavoro in radio - Con la sua nuova identità e un casellario giudiziario ripulito, Baragiola si sente ‘fuori pericolo’ tanto da iniziare, dopo un primo periodo di inattività, a lavorare per un Ente pubblico quale la Radio Svizzera italiana dove, con il nome d‘arte di Capitan Zarro, conduce giochi e quiz. Cercava di ricostruirsi una vita Alvaro Baragiola: il lavoro alla radio, la stima dei colleghi che lo dipingono come “sempre gentile e disponibile”, la collaborazione con il Quadrifoglio di Toppi.


Tipress

L'arresto - Tutto normale, fino all’8 giugno del 1988, giorno in cui il suo passato gli ricade come un macigno sulle spalle e viene arrestato, durante un pranzo di lavoro, in un locale di Lugano dalla polizia cantonale in forza del mandato di cattura spiccato contro di lui sette anni prima. Il brigatista era stato infatti condannato, il 31 maggio 1981, dalla seconda Corte d’assise d’appello di Roma a 16 anni di reclusione per i reati di concorso in omicidio, resistenza a pubblico ufficiale e detenzione illegale di armi. Inoltre il 14 marzo 1985 la prima Corte d’assise d’appello di Roma lo aveva condannato all’ergastolo per partecipazione a banda armata, tentato omicidio, rapina e detenzione illegale di armi. Tali sentenze però non sono eseguibili in Svizzera, la prima perché la legge federale sull’assistenza internazionale in materia penale, entrata in vigore il 1 gennaio 1983, non è retroattiva e di conseguenza non applicabile ad una condanna del 1981. Con riguardo alla condanna all’ergastolo, invece, la stessa non è applicabile perché pronunciata in contumacia e per un titolo di reato quale quello di ‘partecipazione a banda armata’ che il codice penale svizzero non conosce. 

Un nuovo processo - Baragiola quindi viene processato nuovamente in Svizzera con applicazione del diritto penale nazionale: il 6 novembre 1989 la Corte d’assise criminali di Lugano condanna Baragiola alla reclusione perpetua per correità nell’assassinio del giudice Tartaglione e per il ripetuto tentativo di rapina alla Banca nazionale delle comunicazioni di Roma, mentre lo proscioglie dall’accusa del tentato assassinio del giudice Vincenti e da uno dei quattro tentativi di rapina.


Valerio Morucci e Adriana Faranda

Pena ridotta a 17 anni - A seguito del ricorso in Cassazione da parte del collegio di difesa del brigatista, la Corte il 6 aprile 1990 conferma la condanna di Baragiola, sia per l’omicidio del magistrato sia per i reiterati tentativi di rapina, riducendo la pena a 17 anni di carcere “perché Baragiola non ha sparato materialmente al giudice Tartaglione”, oltre al fatto che all’epoca dei fatti aveva solo 23 anni ed era influenzato dal fanatismo politico ed infine perché è trascorso molto tempo dai fatti per i quali viene condannato. Ciò in forza dell’articolo 112 del Codice penale  che prevede che per la condanna di un reato di assassinio possa essere preso in considerazione un ventaglio più ampio di apprezzamento quale, appunto, la giovane età e il tempo trascorso. Nel settembre del 1990 i magistrati romani concludono anche la quarta inchiesta sul caso Moro nell’ambito della quale, grazie alle dichiarazione degli ex brigatisti dissociati Valerio Morucci e Adriana Faranda, viene fatta chiarezza su aspetti ancora rimasti oscuri della nota vicenda storica. Nella ricostruzione dell’agguato viene accertata la presenza sul posto di Alvaro Lojacono il quale, mentre i cinque uomini della scorta venivano crivellati di proiettili, dopo essersi messi di traverso con l’automobile ad impedire l’accesso su via Fani, imbracciava un fucile automatico e copriva le spalle al resto del commando brigatista. Cade definitivamente il traballante alibi di Baragiola, il quale aveva sempre  dichiarato che all’ora dei fatti era a casa sua a dormire, e nei suoi confronti viene firmato dal giudice Rosario Priore un rinvio a giudizio, proprio in forza, oltre ai riscontri oggettivi, delle dichiarazione del suo grande amico Valerio Morucci, colui che lo instradò alla militanza politica nelle Br.

Condannato all'ergastolo - Processato in contumacia, Baragiola viene condannato alla pena dell’ergastolo nel processo Moro-quater, sentenza divenuta definitiva il 14 maggio 1997. Lo stesso anno il brigatista, dopo aver scontato 9 dei 17 anni comminati per l’uccisione del giudice Tartaglione, aveva ottenuto la semilibertà per seguire un corso universitario di giornalismo e nell’ottobre del 1999, dopo aver scontato due 2/3 della pena stabilita, era tornato in libertà. 

Arrestato al mare in Corsica - E’ proprio da cittadino libero e deciso a godersi una vacanza che Baragiola, nel giugno del 2000, si reca insieme alla sua compagna in Corsica, a L’Ile Rousse, dove la madre  Ornella Baragiola ha un appartamento. Neanche il tempo di mettersi il costume che alle 12.30 del 2 giugno, in seguito ad una segnalazione, viene arrestato e tradotto in carcere a Bastia in forza di un mandato di cattura internazionale per la partecipazione all’assassinio di Aldo Moro. Inizia quindi un braccio di ferro tra magistratura italiana che avanza il 7 luglio richiesta di estradizione e le autorità francesi che si oppongo alla richiesta in quanto, il diritto francese non contempla la possibilità di essere condannati in contumacia  in quanto lesivo del diritto al contraddittorio.

Di nuovo in libertà - L’11 ottobre del 2000 la Camera d’accusa della Corte d’appello di Bastia risponde negativamente alla richiesta di estradizione e Baragiola diventa nuovamente un cittadino libero. Secondo la Corte, infatti, se trasferito a Roma il brigatista sarebbe stato incarcerato immediatamente senza la celebrazione di un nuovo processo, procedura che, per la giurisprudenza francese, è lesiva dei fondamentali diritti di difesa. La decisione della Corte è inoltre definitiva e per l’Italia non c’è possibilità di ricorso. Baragiola quindi può muoversi liberamente in Francia e Svizzera ma, essendo colpito da un mandato di cattura internazionale, rischierebbe di essere nuovamente arrestato se venisse trovato fuori da questi due Paesi. 


Keystone

Il caso Baragiola rimane una ferita aperta per la giustizia italiana e più volte l’Italia ha fatto richiesta che la procura ticinese continuasse l’inchiesta a carico del brigatista relativa all’omicidio di Aldo Moro, sospesa in attesa della sentenza di condanna italiana, e mai più riavviata perché il Governo ha sempre ritenuto che “in considerazione del tempo trascorso e della condanna già subita e scontata da Baragiola, il procedimento non costituisce una immediata priorità”. Negli anni nulla è cambiato e Baragiola vive da uomo libero e lavora,  così come era già capitato, per un ente pubblico, oltre Gottardo. Per la Svizzera è un uomo libero che ha scontato il suo debito con la giustizia mentre per l’Italia è una delle tante primule rosse che, anche di recente, il primo ministro Salvini ha giurato di consegnare alle autorità italiane.  La Svizzera, come detto, non contempla la possibilità che un cittadino elvetico venga estradato senza che lo stesso presti il suo consenso e Baragiola,  fin dal 2015, aveva  risposto negativamente dichiarandosi “un ex militante comunista condannato per atti, motivazioni e finalità esclusivamente politiche, perseguito da una linea di fermezza che non permette il superamento del rapporto tra vincitori e vinti”. O sarebbe meglio dire tra vittime e carnefici.


Dalla trasmissione Le Iene
Alvaro Lojacono Baragiola oggi

La fine di un silenzio, Alvaro Lojacono Baragiola parla a Ticinonline/20minuti

A distanza di 40 anni da quei fatti Alvaro Lojacono Baragiola ha rotto il silenzio concedendo un'intervista a Ticinonline che qui riportiamo per intero. Domenica sera, 20 gennaio 2019, la trasmissione di Italia Uno "Le iene" manda in onda un servizio in cui i reporter si recano fino in Svizzera sulle tracce di Baragiola. Lo trovano in un bar e lo intervistano. Per la prima volta scopriamo che volto ha oggi Alvaro Lojacono Baragiola. 

L'intervista concessa in esclusiva a Ticinonline/20minuti

La Lega dei ticinesi ha invitato il Governo federale a consegnarla alle autorità italiane.  Come valuta lei questa richiesta?

Per cominciare tengo a precisare che l’Italia NON ha MAI chiesto la mia estradizione alla Svizzera (il fatto è accertato dalla sentenza del Tribunale federale del 9 aprile 1991), ed una “consegna” come la richiede la Lega equivarrebbe a una deportazione alla boliviana, che la Confederazione non prevede.

Lei ha scontato una pesante condanna in Svizzera per fatti che le sono imputati in Italia, ma sembra che le autorità italiane non ne tengano conto. Perché?

L’Italia non riconosce, né può riconoscere, la carcerazione sofferta in Svizzera per gli stessi fatti e reati perché non solo non ha chiesto alla Svizzera l’estradizione, ma neppure ha chiesto alla Confederazione di processarmi in Svizzera.

Ci risulta però che, nel 2006, l’Italia presentò alla Confederazione una richiesta di exequatur, cioè di esecuzione in Svizzera delle condanne italiane...

È vero, però la richiesta italiana riguardava solo la sentenza del processo Moro 4 - invece della decisione giudiziaria di cumulo delle pene dei diversi processi - e non garantiva che, una volta eseguita  la pena in Svizzera, il paese richiedente l’avrebbe pienamente riconosciuta come scontata. Il rischio era che, una volta eseguita in Svizzera, l’Italia avrebbe poi proceduto per farla valere o eseguirla di nuovo, cosa illegale ma non sorprendente, o avrebbe chiesto l’esecuzione ulteriore delle altre condanne. Per questo motivo la richiesta italiana fu respinta dai giudici del Canton Berna.

Per quale motivo le autorità italiane (i diversi governi che si sono succeduti) hanno scelto di non chiedere l’estradizione e poi in caso di rifiuto il processo in via sostitutiva?  

Questo bisognerebbe chiederlo a loro.  Io non lo so e posso solo fare delle ipotesi, forse l’Italia non ha voluto che uno stato straniero mettesse il naso nel processo Moro. Sarebbe comprensibile. Qualunque sia la ragione non sono le autorità svizzere, né una mia presunta opposizione, ad aver creato l’impasse attuale.

Come si spiega questa “storia sospesa”?

Forse perché è più facile non fare nulla e sbraitare contro la Svizzera e il sottoscritto; su un “latitante" si può dire qualsiasi cosa perché non è in condizione di difendersi, vengono addirittura qui con telecamere nascoste, figuriamoci. O forse perché il dossier dell’exequatur è stato affidato a qualche funzionario cialtrone e incompetente; non lo so, ma è evidente che il problema sta da quella parte.

E se l’Italia presentasse una richiesta di exequatur corretta e completa (cioè per tutte le condanne italiane cumulate), con la garanzia che l’Italia non precederà più per gli stessi fatti. Lei come reagirebbe?

Sono passati 40 anni e l’Italia si è sempre mossa in una logica di vendetta, come si è ben visto anche nel caso Battisti, e non ha mai rinunciato a un quadro giuridico d’eccezione. In una giustizia normale la "certezza della pena" vale anche per il detenuto: io sono stato scarcerato quasi venti anni fa, e sto ancora come prima dell’arresto, senza sapere se un giorno o l’altro mi riarrestano o mi riprocessano per qualcosa.  Se ora l’Italia decidesse di muoversi con una richiesta come quella che ipotizza, io l’accetterei senza obiezioni, almeno metteremmo la parola fine a questa vicenda.

Sta dicendo che accetterebbe l’ergastolo che un giudice svizzero, secondo le sentenze italiane, le dovesse infliggere?

Sì.

Ripensa spesso a quel mattino in via Fani?

Ogni volta che il tema è rilanciato dai media associandolo al mio nome ricevo insulti e minacce. È una pena supplementare, non ci posso fare niente. Ci sono memorie collettive diverse ed in conflitto tra loro, e nessuna sarà mai condivisa da tutti. Entriamo nel cinquantenario del lungo ’68, dopo mezzo secolo si dovrebbe poter trattare le cose storicamente, ma non è così, sembra che i fatti siano avvenuti ieri.

Cosa contesta nella lettura odierna dei fatti di allora?

All’epoca, erano passati 30 anni dalla fine della guerra e dei suoi drammatici strascichi di guerra civile, ma quella era già storia, nessuno lanciava stagioni di caccia grossa agli ‘impuniti’. Ho avuto un contatto con l’ultima commissione parlamentare italiana sul caso Moro, che ha purtroppo mancato l’occasione, scegliendo di dedicarsi alla ricerca di complotti.

Cosa ha detto a questi commissari?

Quello che penso, e che dico a chiunque – pur evitando di farlo in pubblico, perché so quanto l’apparizione anche solo di una foto possa irritare i parenti delle vittime. C’è stata una "linea della fermezza" lanciata dal PCI al tempo del sequestro Moro, continuata poi con le leggi d’emergenza e con la politica della vendetta, che in questi giorni ha raggiunto livelli impensabili con l’esibizione del detenuto-trofeo. Una catena che neppure la commissione ha voluto interrompere, lasciando la verità nella palude del sospetto.

Dunque resta un tema tabù?

Non vedo perché parlare con chi mi considera ancora oggi terrorista e nemico pubblico. Che non sono. Ma non è un tabù, ne parlo con storici e ricercatori con cui si può discutere, solo lontani dalla propaganda e dalle fake-news si può ritrovare un senso storico

 

Gallery

Copyright © 1997-2019 TicinOnline SA - Tutti i diritti riservati
IMPRESSUM - DISCLAIMER - SEGNALACI - COMPANY PAGES
Disposizioni sulla protezione dei dati  -   Cookie e pubblicità online  -   Diritto all'oblio


Ultimo aggiornamento: 2019-02-24 03:11:04 | 91.208.130.85