7 marzo 2013, l’anno zero della Lega

Cinque anni fa moriva il leader del movimento. Cosa resta di Giuliano Bignasca in un "partito" ormai saldamente al potere. Il politologo: «Essere leghista è diventata un’identità»

In principio era il Nano, il Nano era la Lega e il Nano era il suo profeta. E proprio perché l’immedesimazione tra il movimento politico e il suo fondatore era totale, furono in molti a credere che il 7 marzo 2013 sarebbe iniziata la fine della Lega dei ticinesi. Il giorno in cui Giuliano Bignasca venne trovato morto, a soli 67 anni, nella sua abitazione di Canobbio fu una sorta di “anno zero” per i suoi “discepoli”, ossia gli eletti tra Comuni, Cantone e Assemblea federale, rimasti senza un capo.


La profezia mancata - Per molti avversari politici era ovvio prevedere un progressivo e inarrestabile dissolvimento di quella forza che in pochi anni aveva terremotato i partiti storici. Quale conseguenza diretta del venir meno di quella figura che fino a quel giovedì mattina di marzo di 5 anni fa aveva fatto da collante tra le varie anime leghiste. Il crollo non avvenne, anzi paradossalmente di lì a poco, proprio sull’onda della commozione trasmessa - anche abilmente - all’elettorato, ci fu la presa di potere a Lugano.

Dalla polo alla cravatta - Con la detronizzazione del sindaco-re Giorgio Giudici, che guidava la città faro economico del cantone da quasi tre decenni, tutto o quasi era conquistato. Ma è anche da quel momento che la mutazione del movimento subisce un’accelerazione, dalla Polo del Nano alle cravatte di Borradori, Gobbi e Zali. «Oggi la Lega - come spiega il politologo Nenad Stojanovic- appare molto più governativa di quanto non lo fosse al tempo di Bignasca. Ma il trend era già presente, sebbene si sia affermato poco dopo la sua morte».

 

La mutazione della Lega comincia in realtà due anni prima della scomparsa del suo presidente a vita


Sebbene la presa di Lugano rappresenti un momento spartiacque, non va dimenticato che il sorpasso della Lega nei confronti dei partiti storici non avvenne il 14 aprile 2013, quando il movimento nella città affacciata sul Ceresio ottenne il 35,52% dei voti di lista, superando il Plrt - fermo al 33,23% - e ottenendo tre seggi in Municipio (tra cui, e fece scalpore, venne simbolicamente eletto lo stesso presidente a vita defunto da poco più di un mese).


Tipress
Il giorno della vittoria alle cantonali 2011 con l'allora presidente dell'Udc Pierre Rusconi

La fotografia - Tutto succede prima, come testimonia anche una fotografia dell’archivio di Tipress che mostra un Giuliano Bignasca euforico che fa il segno della vittoria davanti a Palazzo Civico. In uno scatto compare anche il sindaco Giorgio Giudici, sceso in piazza per congratularsi coi vincitori: è il 10 aprile 2011 e quella domenica la Lega strappa al Plrt il secondo seggio in governo. E da lì è costretta a mutare non solo abito, ma anche pelle: «Il cambiamento in senso governativo inizia allora - spiega il ricercatore ticinese dell’università di Lucerna -. Ma è poco dopo la scomparsa di Bignasca che il movimento raggiunge l’assetto odierno con, da un lato, due ministri e dall’altro il sindaco e due municipali nella principale città del cantone. Da quel momento per la Lega è sempre più difficile dichiarare di essere un partito di opposizione e anti-sistema. Perché del sistema in realtà è parte».


Tipress
Il sindaco Giorgio Giudici scende in piazza per congratularsi col vincitore

 Si chiude la prima era leghista, dove predominava la protesta


Tipress
A Berna in parlamento con Flavio Maspoli

Ci fu un tempo, all’inizio degli anni ‘90 e praticamente per tutto il decennio seguente, in cui la Lega, attraverso il Mattino, incarnava e incanalava la protesta. Vi confluivano tanto i malumori dello stesso Bignasca, infuriato per non aver ottenuto l’appalto per il centro di calcolo a Bioggio (da qui in pratica germogliò il seme leghista), quanto quelli dei cittadini senza voce. Ma il foglio, diretto allora da Flavio Maspoli, che di questi travasi di bile era la vetrina pubblica, aprì le proprie colonne anche ad esponenti di altri partiti, che dietro l’anonimato potevano regolare in modo non sempre civile i propri conti. 


Una delle tante
copertine che hanno
suscitato indignazione

La valvola di sfogo - Questa fase oggi può dirsi consegnata alla storia, perché «la Lega - afferma Stojanovic - non è più un partito di protesta che uno vota come se fosse una valvola di sfogo. Con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe in termini di instabilità elettorale con i risultati che si gonfiano e si sgonfiano a seconda degli umori della gente. Come avviene appunto in un tipico partito populista». Chiariamo, il fenomeno oscillatorio c’è stato, con una forte crescita negli anni novanta e un marcato calo nei primi anni duemila, quando addirittura il Partito socialista puntava al secondo seggio a scapito della Lega.

Il sostegno strutturale - Oggi invece questa instabilità è superata. «Come è potuto accadere? Io credo che ciò dipenda - nota il politologo - dal fatto che una parte consistente degli elettori della Lega non è più volatile. Ora invece può contare su uno zoccolo duro di votanti il cui sostegno è diventato più strutturale e non più congiunturale».

 

Le conseguenze della presa del potere

Con la conquista del potere a livello cantonale e nella principale città del cantone qualcosa cambia anche nelle persone che ruotano attorno al movimento. «Questi fatti creano un sistema di clientelismo locale». È sempre successo, e se la parola ha origini latine significa che il fenomeno non è degli ultimi secoli. «Chi prima, magari, era liberale o pipidì, perché ciò gli garantiva il sostegno pubblico alla sua associazione sportiva, l’appalto alla ditta o il posto di lavoro,  tende ora a girare le spalle ai partiti storici» spiega il politologo.


Tipress
Nel 2013 re Giorgio perde lo scettro, Marco Borradori è sindaco

La dipendenza - I risultati elettorali interrompono il giro di dipendenza che teneva in vita Plrt e Ppd nelle rispettive roccaforti. «In ogni società esiste una fetta di popolazione che vuole essere amica di chi ha il potere. Anche solo simbolicamente il fatto che Giorgio Giudici aveva perso lo scettro di sindaco ha rappresentato una botta tremenda per i liberali, ma anche per il sistema clientelare che è stato scombussolato». A potenziarne gli effetti ci fu indubbiamente il fatto che il sisma si verificò a Lugano nell’epicentro cantonale degli interessi economici. 

La costola dei liberali - Ma Stojanovic spinge oltre la sua analisi e sostiene che «quella fu anche la dimostrazione lampante di quanto fosse rischiosa e miope la strategia del Plrt negli anni novanta e duemila che pensava di sfruttare il fenomeno leghista per i propri fini. Non va mai dimenticata la famosa frase di Giudici, secondo cui la Lega era una costola dei liberali». Una costola che, come si è visto, si è fatta carne e ha rimpiazzato il corpo.

 

Cosa resta del Nano fuorilegge


Tipress

E si arriva alla domanda centrale. Cosa resta del ribellismo della linea dettata da Giuliano Bignasca? Quella che metteva la taglia sui radar e vedeva ogni nuova tassa, o meglio “fetido balzello” come fumo negli occhi. Su Youtube si trova uno spezzone di un faccia a faccia alla Rsi con Giuliano Bignasca che dice: «Lugano è fuorilegge e il sottoscritto è un fuorilegge. Fino a quando sarò in vita io a Lugano di tasse sul sacco non se ne metteranno...».

Il pragmatismo dietro i proclami - È stato tradito da chi ha raccolto le redini del movimento dopo di lui? Dal consigliere di Stato Zali con la sua tassa sui parcheggi? Da Gobbi accusato di fare cassetta coi controlli sulla velocità? Per il politologo la risposta è molto meno semplice. «Non bisogna mai dimenticare che, nonostante la sua retorica, Giuliano Bignasca era anche un uomo molto pragmatico. Non so quante delle sue dichiarazioni avrebbero resistito al potere della legge federale che, ad esempio sui rifiuti, impone una tassa causale. Però penso che proprio con la tassa sul sacco, se Bignasca fosse ancora in vita, Lugano sarebbe ancora lì a tirarla per le lunghe. Del resto Borradori, che all’epoca guidava il Dipartimento del territorio, avrebbe potuto imporre quella tassa, ma qui pesava il veto di Bignasca che nemmeno il ministro più votato della Lega poteva superare. Lo stesso discorso si potrebbe fare per la tassa sui posteggi. A dimostrazione che da allora ne è passata di acqua sotto i ponti».

 

La famiglia identitaria leghista

Ci sono molti elementi agiografici in quella che è diventata la figura di Giuliano Bignasca, basti ricordare il suo volto che, come un santino, ma nella forma più moderna del pin, accompagna da allora con la scritta “Non molleremo” la prima pagina del Mattino. Nei fatti su molti temi chiave la Lega sembra aver mollato, ma questo non ha comportato una perdita di consensi. La spiegazione, sempre secondo la lente dello studioso dei fatti politici, sta nella mutazione per così dire genetica del suo elettorato.

Orfani ma non troppo - La perdita di personaggi che incarnavano la rottura col sistema è stata assorbita per la semplice ragione che nella Lega si cerca altro: «Naturalmente non bisogna generalizzare perché una parte di elettorato di protesta è rimasta, ma il fatto che la Lega sia riuscita a mantenersi e confermarsi nonostante la scomparsa di Bignasca dimostra che questo elettorato fedele, che sostiene il movimento indipendentemente da ciò che capita, si è rafforzato. Altrimenti sarebbe difficile spiegare come mai la scomparsa del leader e presidente a vita non abbia portato a un’implosione del movimento. Come successo al partito Fpö in Austria orfano di Haider».  Diverso il caso della Lega (Nord) che passando da Bossi a Salvini, dopo una fase di crisi iniziale, è riuscita a risollevarsi.


Tipress
L'asse tra le Leghe, Bignasca con Umberto Bossi nell'aprile 2010

Se per ipotesi… - Invece in Ticino la Lega si è dimostrata stabile, «perché essere leghista è diventata un’identità di chi è leghista. Così come in passato avveniva con le identità forti di liberali, conservatori e in parte anche socialisti. Talmente forti da venir tramandate di generazione in generazione». Se l’analisi di Stojanovic è corretta e se l’identità politica si coltiva in famiglia è assai probabile che la Lega non conoscerà a breve flessioni. «Se per ipotesi Bignasca fosse morto dieci anni prima, gli effetti sarebbero stati diversi. In una Lega non ancora consolidata le guerre intestine, che pure ci sono, sarebbero state meno gestibili. Perché è più facile litigare quando i posti a disposizione sono pochi».

 

La Lega vista dagli altri

Come è cambiata la Lega dopo Bignasca? Cosa resta oggi della vecchia linea politica? In che battaglia sarebbe impegnato se fosse ancora vivo? Questi le domande che abbiamo rivolto ad una quindicina di personaggi ticinesi che, come politici ma non solo, hanno osservato da vicino il leghismo. Pochi politici (o ex) hanno accettato di rispondere ed è una ritrosia assai significativa. 


Tipress

 Anna Biscossa, ex presidente del Partito socialista

«È cambiata un po’ tutta la politica ticinese e il suo modo di agire. Con Bignasca (e con gli altri responsabili di partito di qualche anno fa) si poteva parlare e centrare l’attenzione sui problemi reali e concreti del Paese, proponendo poi soluzioni magari molto diverse tra loro, ma riferite alla ricerca di soluzioni per il Paese. Oggi sembra invece di essere in campagna elettorale permanente e l’obiettivo non è più risolvere i problemi del Ticino ma solo colpire la “pancia” degli elettori. Raramente si vedono cercare soluzioni credibili e serie ai problemi del Ticino.  E molta Lega, in questo modo di far politica, dà un bel ed importante contributo!». Cosa resta oggi della sua Lega? «Faccio un po’ fatica a rispondere a questa domanda. Bignasca voleva distruggere, ma, per lo meno in una parte della sua attività politica, voleva costruire, con una sensibilità anche ai problemi sociali di questo Paese. Oggi non mi sembra proprio più così. Forse a parole, con proposte declamatorie e che mirano, come detto, alla “pancia”, la Lega sembra essere ancora attenta a queste cose. Ma se si guardano i fatti concreti, da che parte si schierano i suoi rappresentanti e su quali temi la Lega vota contro o a favore, è molto facile accorgersi che sui temi che coinvolgono la difesa o la promozione delle persone in difficoltà e dei lavoratori, alla prova dei fatti, la Lega non c’è (se non con piccole eccezioni)!». Se oggi il Nano fosse vivo in quale battaglia sarebbe impegnato? «Mi piace immaginare, anche perché si tende sempre a velare di un po’ nostalgia il passato, che si sarebbe opposto ai pesanti tagli fatti al sociale negli ultimi tempi!». 

 


Tipress

Giovanna Masoni Brenni, ex vicesindaco di Lugano 

«Giuliano Bignasca, è un fatto, è stato una figura di rilievo nella politica dell’ultimo ventennio del nostro Cantone, con un grande seguito. A tu per tu gliene ho dette tante e più di una volta. In privato, in municipio, e in pubblico ci siamo scontrati più volte a viso aperto. E potrei ancora dirne. Ma la morte ancora giovane chiede silenzio e pace, per chi non è più qui a poter rispondere. Sarà poi la storia a dare il suo giudizio».

 

 

 

  


Tipress

Pierre Rusconi, ex consigliere nazionale Udc, ma anche leghista della prima ora 

«Non vedo un cambiamento radicale, anche se gli impegni di Governo sono divenuti più importanti. L’anima è rimasta quasi la stessa. Il Nano è riuscito a trasformare i suoi sostenitori in suoi “tifosi” lasciando così un patrimonio di voti che altri partiti devono conquistare di volta in volta, mentre la Lega post Nano ha già nelle sue curve i fedelissimi. Un capitale che va diviso tra barricaderi e istituzionali ma che convive anche contro ogni logica. Combattono il fetido balzello che viene imposto dal dipartimento che dirigono. La gestione soft di Attilio e la civile condivisione dei compiti ha regalato la continuità. Un omaggio al suo fondatore e una sconfitta per chi si attendeva lo sfacelo. È diventata un movimento meno dinamico ma più affidabile, la credibilità era forse l’unico tassello mancante a Giuliano Bignasca nei confronti dei benpensanti». E con un Nano ancora vivo? «Mi immagino una politica cantonale in controtendenza verso il suo establishment e sicuramente sulle barricate antieuropeiste se possibile anche con maggior veemenza».

 

Franco Ambrosetti, ex presidente della Camera di commercio del canton Ticino 

«La prematura scomparsa di Nano Bignasca - sostiene Franco Ambrosetti - è stata deleteria per il nostro Cantone. Nano era un libertario che univa scaltrezza, creatività e buon senso nelle sue scelte politiche, era controcorrente e provocatore e decisamente anti il politically correct. Arguto e volitivo sapeva distinguere tra temi importanti per il futuro del paese e quelli marginali che solleticano il basso ventre dei cittadini. Ormai non mi occupo più di politica ma constato che la sua mancanza si sente. Molto. La Lega è nata "contro". Contro un establishement ingessato. Contro la troppa burocrazia. Contro lo strapotere dello Stato. Oggi la Lega è parte integrante del sistema, accetta misure che il Nano ha sempre combattuto, dalla tassa sul sacco, alla tassa sui posteggi e quant’altro. Sicuramente oggi non farebbe più la provocatoria marcia automobilistica a passo di lumaca da Airolo a Chiasso sfidando le istituzioni.  Non era populista ma piuttosto interprete delle necessità della gente, ispirandosi a principi di libertà, un po' come il ministro italiano Martino che si definiva, liberale, libertario e libertino».

«Penso che una riflessione su ciò che voleva la Lega del Nano e ciò che propone oggi possa essere di grande utilità per tutta la politica ticinese oltre che per la Lega stessa».

«Quando ancora ventenni giocavamo a pallone nelle partite amatoriali Federale contro Argentino, se prendeva il pallone andava in gol e molto  spesso segnava.  Così come era l’ultimo a uscire dalla Piccionaia alle quattro del mattino. Ma alle otto era sul cantiere. È sempre stato un vincente».  

 


Tipress

Francesco De Maria, commentatore politico su Ticinolive 

«Quanto è cambiata la Lega? È cambiata tantissimo. Come è cambiata? Ha acquisito il gusto (così dolce, e nel contempo così amaro) del potere. I suoi principali capi (a parte il direttore del Mattino) sono diventati politicamente corretti. Il Nano non era politicamente corretto, Dio ne guardi. E neppure Flavio Maspoli. Pur mutando nella sostanza, ha saputo conservare (anzi accrescere) la sua presa elettorale, coinvolgendo anche numerose persone che militavano in altri partiti in un perenne stato di insoddisfazione. La Lega è stata combattuta malissimo, più incapaci e nulli di così non si poteva essere. Ma non è solo questo. Giuliano Bignasca ha saputo individuare e sfruttare un bisogno reale della gente, troppo spesso infinocchiata dalla politica».

Cosa resta oggi della sua Lega? «Della sua Lega io direi: molto poco. Della Lega, intesa come entità politica globale che si estende nel tempo: parecchio. Resta il potere conquistato progressivamente dai “folli di Dio” con le loro azioni provocatorie, restano le cariche, restano le “cadreghe” (termine amato da Quadri). Attribuisco al “timing” della morte del Nano un significato simbolico. Quando improvvisamente egli morì era in lista per il municipio di Lugano, e su quella lista rimase, anche da morto. La Lega conquistò la Città e quella fu la sua più grande vittoria. Missione compiuta! E vita finita. Detto un po’ brutalmente: la Lega ha perduto la sua anima ma ha conservato (e persino ampliato) il suo potere. Sono diventati -  e non vuol essere un complimento – (quasi) come gli altri». Se il Nano oggi fosse vivo? «Secondo me si batterebbe per l’indipendenza del Paese e per resistere alle pressioni dell’Unione europea nell’intento di indebolire la nostra sovranità (o, al limite, distruggerla). Lui non avrebbe mai detto “margine di manovra nullo!” come certe donne e certi uomini che conosco. Avete fatto bene a ricordarlo nel suo anniversario: a suo modo era un personaggio eccezionale. Uno così non torna più». 

 


Tipress

 Matteo Cheda, giornalista, autore del libro “La vita spericolata di Nano Bignasca” (2013) 

«Alle elezioni la Lega continua a ottenere un grande successo. Però lancia meno iniziative popolari». Cosa resta oggi della Lega di Bignasca? «Un miglioramento del servizio al cittadino e una diminuzione del clientelismo. Quando a Lugano il sindaco era Giorgio Giudici, gli sprechi e gli abusi edilizi erano all'ordine del giorno. Con Borradori le cose sono migliorate. Anche a livello cantonale i consiglieri di Stato della Lega lavorano meglio rispetto ai loro predecessori perché promuovono i loro collaboratori in base alle capacità. E i risultati si vedono. Per esempio, oggi il vice comandante della polizia ticinese è l'ex capo della polizia di Svitto. In passato, invece, le nomine avvenivano in base al colore politico. Questo demotivava i funzionari più capaci e causava problemi di gestione». Se oggi il Nano fosse vivo in quale battaglia sarebbe impegnato? «Non lo so. Probabilmente nella lotta al clientelismo e agli sprechi di denaro pubblico. Gli altri partiti non sembrano rendersi conto che i loro intrallazzi favoriscono la Lega. Per esempio, per il posto di procuratore generale è stato scelto il candidato meno idoneo secondo una perizia esterna tenuta sotto chiave. Invece di considerare le capacità professionali, gli avversari dei leghisti continuano a distribuire le cadreghe in base al colore politico. Non dovranno dunque meravigliarsi se il successo della Lega continuerà».

Gallery

Copyright © 1997-2018 TicinOnline SA - Tutti i diritti riservati
IMPRESSUM - DISCLAIMER - SEGNALACI - COMPANY PAGES
Disposizioni sulla protezione dei dati  -   Cookie e pubblicità online  -   Diritto all'oblio


Ultimo aggiornamento: 2018-12-10 21:28:22 | 91.208.130.87