IA e musica: «Si rischia un fast-food di canzoni scadenti e tutte uguali»

Abbiamo chiesto ad alcuni protagonisti della scena ticinese cosa pensano della tecnologia applicata all'arte, e quale rapporto hanno sviluppato con l'intelligenza artificiale
A metà gennaio Bandcamp, forse la piattaforma di promozione musicale per artisti indipendenti più nota e rilevante del pianeta, ha annunciato che non permetterà la pubblicazione di contenuti generati, in toto o in parte, con l'intelligenza artificiale (IA). «Vogliamo che i musicisti continuino a fare musica e che i fan abbiano la certezza che la musica che trovano su Bandcamp sia stata creata da esseri umani», si legge nella nota pubblicata su Reddit.
«Se trovate musica o audio che sembrano essere stati creati interamente o con un forte affidamento sull'intelligenza artificiale generativa, vi preghiamo di utilizzare i nostri strumenti di segnalazione per segnalare il contenuto affinché venga esaminato dal nostro team. Ci riserviamo il diritto di rimuovere qualsiasi musica sospettata di essere stata generata dall'intelligenza artificiale».
Una presa di posizione molto netta, quella di Bandcamp, mentre altri colossi dello streaming come Spotify hanno posizioni decisamente più sfumate. Mentre etichette discografiche importanti come Warner Music Group e Universal Music Group hanno annunciato collaborazioni con piattaforme di creazione musicale con l'IA come Udio e Suno. Il cui creatore, Mikey Shulman, pensa all'industria della musica come a quella dei videogiochi, in termini non di arte ma di «piacevoli esperienze musicali» per una clientela sempre più vasta.
Cosa ne pensano i componenti della scena musicale ticinese? Abbiamo inviato tre domande (le stesse per tutti) ad alcuni di loro. Si spazia dal folk all'hip-hop, passando per artisti elettronici che sono avvezzi all'uso del digitale applicato all'arte.
Cosa pensi dell'IA applicata alla musica?
Il più celere nella risposta è stato Cerno, il frontman dei The Vad Vuc. Il suo pensiero sull'intelligenza artificiale nella musica è netto: «È una specie di “nerd-jukebox": è impressionante, veloce, ma senza vita, espressività e “cicatrici”. Può scrivere una canzone in un minuto, ma non ha idea di cosa vuol dire suonarne una per davvero, magari alle tre di notte davanti a cinque persone che neanche ti capiscono». Insomma, ottima sul lato tecnico, ma totalmente deficitaria dal lato emotivo.
«Non sono contro la tecnologia» precisa Cerno «ma credo che la musica vera nasca dal casino umano: errori, rabbia, amori storti, sbornie o silenzi imbarazzanti. Se togli quello, resta solo un suono ben pettinato e poco altro».
Il punto di partenza, per Leo Pusterla, è l'idea «ed è molto importante che resti umana». L'imperfezione e la componente emotiva sono impossibili da replicare, almeno per ora. «Forse un giorno questo succederà e dovremo confrontarci con un mondo creativo tutto nuovo».
L'IA è, allo stesso tempo, un'arma pericolosa e uno strumento potenzialmente funzionale. Pusterla, musicista ma anche produttore, difende «la libertà di poter utilizzare uno strumento come questo per analizzare, per esempio, diverse opzioni e variazioni di un determinato gesto artistico». Allo stesso tempo, aggiunge, «mi schiero contro la generazione pura e dura basata su prompt di materiale artistico».
Luigi Maglione, in arte Kashmere, teme che l'IA renda il processo creativo «più pigro, meno intuitivo e meno faticoso, nel senso “buono” del termine». Nel suo caso la musica «nasce da un’urgenza, da un limite, da un tentativo – spesso imperfetto – di tradurre un’esperienza umana in suono. Se questo processo viene delegato in modo sostanziale a una macchina, temo che si perda qualcosa di essenziale: l’errore, il dubbio, la ricerca personale».
Depositphotos (AY_PHOTO)L'intelligenza artificiale nella musica ha senso, secondo il rapper Dose, se applicata nel modo più ampio possibile, e quindi prendendo in considerazione anche l'immagine di un artista. Il cantautore rock Jack Rush pensa che sia giusto discutere su questo argomento e spiega di usarla solo per fare ricerche e, occasionalmente, per realizzare le copertine dei suoi singoli ("Tic Toc World" del 2024). Questo perché «non ho competenze nelle arti visive e non sempre trovo idee che mi piacciono da parte amici artisti». Però, quando possibile, preferisce affidare il compito alla fantasia di un pittore, un fotografo oppure un grafico.
Joas Hafliger, produttore e DJ attivo sulle scene con il progetto Agahma, riconosce il fascino della novità ma teme «la possibile disumanizzazione di una parte fondamentale del processo creativo». La perdita di centralità dell'elemento umano sarebbe irreparabile.
«L’errore inaspettato, che talvolta può trasformarsi in un valore, l’imperfezione e l’impegno necessari per creare un’opera sono elementi che le danno significato e valore». Artiglio!, artista e A&R (dietro al quale si cela il ticinese Luca Tavaglione) pensa che sia necessario «poter continuare a riconoscere e premiare la creatività umana» e ritiene che l'IA sia diventata «una sorta di lampada di Aladino a disposizione di tanti, un genio a basso costo al quale chiedere idee, competenze e molto altro. Inizialmente i risultati proposti dall’AI erano, seppur già veloci e per certi versi sorprendenti, insufficienti e con importanti difetti». Sono molti gli interrogativi, pratici ma soprattutto etici, a monte dell'utilizzo di questa tecnologia.
Le forme contemporanee d'intelligenza artificiale possono perfino fare un po' paura. Omar E. Bernasconi, musicista elettronico alla base del progetto Re-count, spiega di non aver mai visto, nel corso della sua carriera trentennale, tante fasi della tecnologia, però «nessuna era arrivata mai così in profondità, risucchiando l'anima a chi crede di aver trovato la soluzione alla sua incapacità. Non capisco a cosa serva farsi "costruire" un brano da "altri". Che senso ha?».
Un uso del genere, secondo Bernasconi, è «agghiacciante, orrendo, pigro» e dà vita a una sorta di "fast-food musicale", che serve al pubblico di ogni parte del mondo piatti sonori omologati e di scarsa qualità (il termine da lui usato era più colorito, ma il concetto è lo stesso).
Come valuti la scelta di Bandcamp?
La scelta di Bandcamp trova ampi consensi: «Ha fatto una cosa molto “punk” senza forse saperlo: ha detto “questa roba qui (la musica) è fatta da persone, non da macchine”. E io rispetto parecchio questa presa di posizione» afferma Cerno. Il frontman dei The Vad Vuc non nasconde di avere un debole per la piattaforma: «È sempre stato un luogo speciale, per scoprire "la band che dorme sul furgone”… e non "l’algoritmo che dorme nel cloud"».
La difesa dell'essere umano da cui nasce la canzone «è una scelta politica molto forte, e tutt'altro che commerciale», in un'epoca in cui i colossi del settore flirtano con l'IA (e anche qualcosa di più).
«Bandcamp invece vuole qualcosa di più organico, vuole il sudore vero. Grandissimi!». Anche Dose pensa che a Bandcamp debba essere riconosciuto il coraggio di andare controcorrente e Kashmere pensa che una presa di posizione così netta significhi «affermare un principio: la centralità dell’essere umano nel processo creativo. È una scelta che sicuramente farà discutere, ma che ha il merito di aprire un dibattito a parer mio di fondamentale importanza».
Joas Hafliger riflette su come debba essere complicato, per la piattaforma, monitorare e tenere sotto controllo l'uso dell'IA da parte dei musicisti. Stesso pensiero da parte di Artiglio!, che aggiunge: «Personalmente faccio fatica a utilizzare il termine “artista" verso chi realizza contenuti con un click, senza metterci nulla di personale e passione. Non escludo che questi brani possano comunque trovare spazio ed essere apprezzati dal pubblico». L'IA ha incrementato a dismisura il numero di brani che vengono caricati sulle piattaforme e nei negozi digitali, andando a inserirsi «in un contesto già molto difficile e saturo». Sebbene abbia «alzato notevolmente l'asticella», non è però un fenomeno da demonizzare. «Può essere utilizzata anche per generare molto altro fuori dagli schemi tradizionali» e basterebbe una successiva rielaborazione umana per rendere il risultato difficilmente individuabile da chiunque.
Depositphotos (BiancoBlue)Ancora più netto è il pensiero di Omar E. Bernasconi: dopo aver sottolineato che Bandcamp ospita la sua intera discografia, dichiara: «Spero vivamente che l' IA venga abolita dove si parla di arte, di studio, di vita reale». L'umanità dovrebbe recuperare la sua dimensione sociale, «lo scambio di idee, pensieri, emozioni, musica». Il tutto dal vivo, uno di fronte all'altro.
Anche Kety Fusco ritiene «necessaria» la presa di posizione di Bandcamp. «È un segnale importante a tutela degli artisti e del valore del lavoro umano. A mio avviso, un approccio simile dovrebbe essere adottato ovunque, o quantomeno accompagnato da regole rigorose e trasparenti».
La scelta «coraggiosa e coerente» di Bandcamp, secondo Leo Pusterla, potrebbe rivelarsi controproducente sul piano economico per l'azienda, eppure va guardata con ammirazione. «Se riuscissimo un giorno a slegare arte e produttività, arte e riscontro economico, arte e fatturazione vivremmo in un mondo creativo più libero, onesto e reale».
Jack Rush è invece su posizioni leggermente meno radicali: «Ho ascoltato i Velvet Sundown (il caso più emblematico di progetto che lega musica e intelligenza artificiale, ndr) e devo dire che mi piacciono». Ma, nella musica come negli altri ambiti creativi, «penso che dobbiamo privilegiare l'arte umana».
Usi l'IA nel tuo processo creativo, o hai intenzione di farlo in futuro?
È interessante capire se l'intelligenza artificiale, in una delle sue numerose forme, entra nel processo creativo dei nostri interlocutori. Dose è netto: «Mai usata e mai la userò. I testi devono essere miei al 100%, senza aiuti esterni. Racconto il mio passato e i miei pensieri» e se le rime provenissero da una macchina «non le sentirei per niente mie, una volta pubblicate».
Anche Kety Fusco afferma di non sentirne il bisogno e ritorna su un punto toccato da vari artisti: l'importanza di sbagliare e la presenza fisica sul palco, il legame profondo che nel suo caso si crea con l'arpa. Non pensa che sia un campo da non esplorare, ma ritiene che a farlo dovrebbe essere solo chi è in possesso di competenze adeguate. «Nel mio caso, lavoro con visual artist con cui collaboro da oltre dieci anni, che si sono specializzati in intelligenza artificiale e sono ambasciatori di Sora: sono loro ad aver creato il mio show visual, all’interno di un processo consapevole, tracciabile e soprattutto responsabile».
IA sì, ma da maneggiare con cautela, quindi. E non per scopi creativi, ma come strumento di lavoro «che mi agevola profondamente in gesti burocratici, amministrativi e logistici (organizzazione di tour, gestione e-mail, eccetera)», spiega Leo Pusterla. «Non voglio e non credo di potermi sentire più creativo o più realizzato attraverso un approccio creativo generativo». Kashmere, che non integra questa tecnologia nel suo processo creativo («e non ho un reale interesse a farlo nel breve termine») teme inoltre che l'adozione massiccia di questo strumento «possa portare, nel tempo, a una progressiva sostituzione di artisti, produttori e professionisti del settore con sistemi automatizzati. È uno scenario che mi inquieta, perché rischia di impoverire non solo il lavoro, ma anche il valore culturale e simbolico della musica».
C'è chi si è avvicinato per curiosità, giusto per capirne il funzionamento, come Jack Rush. «Non mi è piaciuta affatto. Preferisco le mie idee e il mio tocco umano». Joas Hafliger conosce alcune delle tecnologie IA applicate alla musica e, pur ammettendo che la tentazione di usarle sia forte e alla portata di tutti, preferisce restarne alla larga. «Anche a costo di sembrare nostalgico o retrogrado». L'unico uso che prende in considerazione è il ricorso a ChatGPT per questioni legate alla produzione o alla teoria musicale, come accordi, armonie o altri aspetti tecnici. «Ma sempre in forma di dialogo: non mi faccio mai restituire tracce preconfezionate. Il più delle volte lo utilizzo per chiarire dubbi o per confermare alcune scelte già fatte». Altrimenti il suo lavoro prende in considerazione strumentazione hardware e magari loops e samples già pronti. «Questo approccio mi richiede molto più tempo nella stesura e nella registrazione di un brano, ma almeno so che ciò che ascolto è interamente farina del mio sacco, con i suoi pregi e difetti».
Depositphotos (Dmyrto_Z)Qualcuno, pur non facendone uso al momento, non lo esclude per il futuro. «Ma come si usa oggi un registratore: può essere uno strumento molto utile, ma non sarà mai un autore» afferma Cerno. Il processo creativo dei The Vad Vuc è ancora molto tradizionale: «Le nostre canzoni nascono così: qualche frase scritta su un tovagliolo o appuntata sul telefonino, si provano degli accordi, qualcuno sbaglia… e l’errore diventa il ritornello».
Artiglio! non utilizza l'IA generativa, «anche se collaboro a progetti più dance / pop dove viene consultata e non per forza utilizzata». La tecnologia è già presente in varia strumentazione, ma è passiva e deve essere azionata dall'utente. «Essendo curioso e fortemente legato alla techno, che per me non è solo un genere musicale ma una cultura aperta che abbraccia il futuro, apprezzo le nuove tecnologie e l’innovazione. Per il futuro ho interesse a provare maggiormente questa risorsa ma senza perdere il controllo della mia esplorazione. Poter plasmare il suono e fare ricerca sonora restano la mia priorità e sono disposto a farlo con qualunque cosa, digitale o meno».
Anche Omar E. Bernasconi, che afferma di non averne mai fatto ricorso, pensa che possa essere utile «come mezzo tecnologico ausiliario», ma sempre sotto il controllo umano. L'artista deve restare al centro: «Continui a imparare, faticare, sbagliare, riprovare».
Non è detto, però, che un giorno The Vad Vuc decidano di giocare con lo strumento, «per provocare, per smontare la macchina dall’interno». Se avverrà, puntualizza Cerno, sarà solo in quest'ottica. «Se un giorno una canzone dei The Vad Vuc sarà scritta da un algoritmo… vuol dire che noi saremo già morti artisticamente. E a quel punto sarà meglio scioglierci e andare serenamente a farci una birra al pub».
Appendice 1
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