Morire di bullismo

Miriam, Emilie, Amanda, Carolina, Tiziana, Sergei. Storie di giovani vite stroncate dalla cyber-violenza. A Zurigo un processo nei confronti di un ricattatore che ha spinto una 14enne al suicidio

È da tempo ormai che i termini ‘bullismo’ e ‘cyberbullismo’ sono entrati nel nostro gergo comune, grazie anche alla cronaca giornalistica che, a cadenza quotidiana, ci informa di aggressioni, più o meno violente, perpetrate ai danni di bambini, ragazze e ragazzini indifesi da parte di singole persone o da vere e proprie gang; aggressioni fisiche o psicologiche condotte spesso servendosi del potere amplificatorio dei social network. 


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L’insulto, lo spintone, il pestaggio, la violenza sessuale, viene filmato, diventa un video che rimbalza da chat in chat, da un social ai canali di Youtube, nella vaneggiante ricerca di consensi e ‘mi piace’ che confermino la notorietà del bullo in questione. La diffamazione dei ‘leoni da tastiera’ poi è ancora più subdola e strisciante: giovani che si trovano, come in un incubo, inconsapevoli protagonisti di video hard o di gruppi che inneggiano alla loro morte. Incubo da cui, con sempre più frequenza, si cerca una via di fuga nella morte. Il problema del bullismo non è solo svizzero, italiano, europeo ma è un fenomeno mondiale, in una escalation di violenza che in tutte le parti del globo fa gridare all’allarme sociale, basti pensare che un adolescente su due dichiara di essere stato o di essere vittima di bullismo, e contro la quale si mobilitano privati cittadini e amministrazioni pubbliche.

Il primo novembre è iniziato a Zurigo il processo nei confronti di un 30enne  responsabile con il suo comportamento della morte di una ragazzina di 14 anni domiciliata in Finlandia. Tutto ha avuto inizio nell'autunno del 2016. L'imputato ha incontrato la ragazza su una chat online. Dopo qualche tempo in cui i due si sono sentiti tutti i giorni, lo zurighese ha inviato alla ragazzina diverse foto che lo ritraevano nudo. Secondo l'accusa, la 14enne non avrebbe voluto mandare foto di nudo al ragazzo, ma ha ceduto per l’insistenza di lui. Il 28enne ha anche chiesto alla giovane, in chat video, di introdurre degli oggetti nella sua vagina.  L’imputato ha poi caricato le foto e le registrazioni private su un portale, con tanto di nome per esteso della ragazzina. La 14enne ha richiesto la cancellazione immediata del materiale ma il 30enne si è rifiutato. Il ragazzo sarebbe quindi andato oltre, minacciando la ragazza che se non avesse ricevuto altre foto avrebbe mandato quelle in suo possesso ai suoi genitori. La giovane era spaventata, anche perché il ragazzo le aveva detto di aver stuprato una ragazza di 13 anni. La ragazzina non avrebbe trovato altra soluzione che togliersi la vita. Ieri il 30enne è stato condannato a 42 mesi di prigione.

I casi di cronaca riguardanti questo tragico fenomeno sono un numero sterminato e nella volontà di non dimenticare nessuna vittima di questo odioso comportamento, di seguito sono stati scelti dieci casi di bullismo che, per motivi diversi e peculiari, hanno scosso le coscienze a livello internazionale.


Mariam Moustafa

Gran Bretagna, Mariam Moustafa, 18 anni
Era giovane Mariam, bella e solare. Cresciuta nelle spiagge assolate di Ostia, di cui non si stancava di postare le foto sulla sua pagina Facebook, si era trasferita nel 2014 a Nottingham per terminare gli studi ed essere ammessa, come poi è stato, presso la facoltà di ingegneria della città inglese. Ma i suoi sogni di diciottenne si sono fermati il 20 febbraio di quest’anno quando è stata avvicinata e massacrata a botte da una gang formata da una decina di coetanee. Erano le otto di sera e Mariam aspettava l’autobus fuori dal Victoria Centre, in Parliament Street, un centro commerciale molto frequentato. Da quel che è possibile vedere dal video che è circolato in rete nell’imminenza del fatto, la violenza è iniziata alla fermata dell’autobus e continuata al suo interno. In un fotogramma si vede Mariam seduta con gli occhi atterriti e pietrificata dalla paura mentre viene attorniata dal branco e in un’altra sequenza si vede lo stesso autista che tenta di strappare letteralmente la ragazza alla furia della baby gang. Lasciata a terra priva di conoscenza Mariam attende tanto tempo l’arrivo delle forze dell’ordine e dei paramedici: nonostante la presenza di numerosi testimoni infatti nessuno ha prestato soccorso alla ragazza. Trasportata al Pronto Soccorso i medici commettono poi un fatale errore: visitano la ragazza solo dopo  molte ore di attesa e la dimettono senza fare i necessari accertamenti.

 

Dal Queen’s Medical Center la diciottenne viene quindi dimessa dopo sole 4 ore e senza che il personale medico desse peso ai forti dolori alla testa e agli inequivocabili segni di percosse visibili sul volto e sul resto del corpo. La violenza delle bulle e l’errore medico si riveleranno quindi fatali e la notte del giorno successivo le condizioni di salute di Mariam peggioreranno fino a che la mattina seguente i famigliari la troveranno in fin di vita. I medici, infatti, non avevano riconosciuto la devastante emorragia celebrale che la condurrà poi alla morte. Entrata in coma non si risveglierà più e morirà al Nottingham City Hospital il 14 marzo, dopo tre settimane di coma. Non era la prima volta che la ragazza veniva avvicinata dalla baby gang che l’ha poi uccisa: la scorsa estate infatti era stata avvicinata ed aggredita dallo stesso gruppo di ragazze che le aveva fratturato una gamba e avevano aggredito fisicamente anche la sorellina di nome  Mailak.


Mariam Moustafa

In seguito il padre di Mariam racconterà che la figlia era terrorizzata dal gruppo di bulle e che le stesse la chiamavano ‘Black Rose’ in riferimento al colore della sua pelle. Tra gli aspetti più agghiaccianti della vicenda, rivela sempre il padre, c'è il fatto che la ragazza è stata derisa su Instagram anche quando versava all’ospedale in fin di vita. “I diritti di Mariam non andranno perduti, voglio giustizia- grida a gran voce il padre- non solo perché era mia figlia ma affinché questo non capiti ad altri giovani”. Una speranza che ci si augura non sia
vana. 

 


Emilie Monk

 

 

 

Francia, Emilie Monk 17 anni

“Le toilette sono il solo angolo di questa maledetta scuola dove sono sicura di essere tranquilla. Riuscire a risparmiarmi un quarto d’ora di supplizio rende la mia giornata meno insopportabile. Purtroppo questo momento di pace dura sempre troppo poco”. Così scriveva nel suo diario Emilie, diciassettenne francese alunna a Lille dell’istituto Notre Dame de la Paix, anche se la pace tra quei banchi di scuola per Emilie è sempre stata una vera utopia. La ragazza era  vittima di bullismo da quando aveva circa 12-13 anni fino a che non si è uccisa, nel dicembre 2015, sfinita dal peso di una vita di violenze fisiche e psicologiche. “Dieci metri di cortile, 156 gradini ed un corridoio ci separavano dalla classe. Questo per me era come il percorso del combattente. Schivare i colpi, i calci, gli sputi. Chiudere le orecchie per non sentire gli insulti e le prese in giro. Trattenere le lacrime. Ancora e ancora durante questi minuti infiniti”. Alcuni brani del diario di Emilie sono stati pubblicati dal giornale La Voix du Nord per dare voce al dolore di una ragazza che fino alla sua morte ha sempre cercato di non far trapelare niente dell’inferno che ogni giorno era costretta a vivere, da anni. Convinta che se i genitori fossero andati a colloquio dal preside la sua situazione si sarebbe ulteriormente aggravata e schiacciata dal peso di non deludere i familiari. “Non voglio che pensino di aver messo al mondo una nullità”, la diciassettenne era arrivata a pesare 42 chili e a farsi seguire da uno psicanalista. Eppure nulla era valso a trascinarla fuori dal tunnel di bullismo in cui era precipitata: “Vedo i loro sorrisetti quando mi fissano, guardano le mie vecchie scarpe da ginnastica e i miei jeans sfilacciati. Ho sentito che mi chiamavano ‘barbona’, la ragazza che non sa vestirsi e pettinarsi”.


Emilie Monk

Eppure era carina Emilie, dalle foto traspare il suo sorriso timido, il suo amore per gli animali tanto da sognare di diventare veterinaria in futuro. Un futuro che per la ragazza non è mai arrivato, una vita piegata dagli sputi e dalle botte dei compagni di classe a cui neanche gli insegnanti hanno mai posto un freno anche se, come raccontava la stessa ragazza, spesso venisse offesa proprio durante le lezioni. “Un ragazzo mi spinge a terra davanti a tutti. Vedendoli ridere non sono riuscita a trattenere le lacrime. Rialzandomi a fatica ho sentito qualcuno gridare se avessi avuto bisogno di un fazzoletto e attraverso il velo di lacrime ho visto che mi lanciavano fazzoletti usati. Ho sentito poi qualcosa finirmi tra i capelli: un chewing gum si era incollato tra i capelli. Due ore dopo in bagno ho cercato  di toglierlo ma non ci sono riuscita così ho tagliato la ciocca di  capelli. Potevano prendermi in giro ma era meglio che andare in giro con un chewing gum tra i capelli.” Ora con la pubblicazione dei suoi diari i genitori, che hanno sporto denuncia anche all’istituto scolastico frequentato dalla figlia, sperano di poter riscattare la memoria di Emilie, vittima della cattiveria e dell’indifferenza.


Amanda Todd

Canada, Amanda Todd, 16 anni

È il 7 settembre del 2012 quando Amanda Todd carica su You Tube un video dal titolo “My story: struggling, bullying, suicide and self harm (la mia storia: lotta, bullismo, suicidio e autolesionismo), nel quale tramite una serie di flashcard, racconta la sua storia. Il video, alcune settimane dopo, ha già totalizzato oltre 11.823,419 visualizzazioni ma per Amanda Todd è troppo tardi: la studentessa si è infatti impiccata nella sua cameretta a Port Coquitlam l’11 ottobre 2012. “Sono ancora qui -scriveva Amanda nel suo video- non ho nessuno, ho bisogno di qualcuno. Sono Amanda Todd...”. Un grido disperato, una invocazione d’aiuto, messaggi di disperazione di una ragazzina che, a soli sedici anni, aveva già vissuto sulla sua pelle tutto l’orrore del bullismo e del cyberbullismo. La storia di Amanda inizia nel 2009 quando, come lei stessa racconta, organizza una video chat per conoscere nuova gente; ed in questo modo viene agganciata da un ‘Lui’ all’apparenza gentile e sensibile alla sua bellezza che carpisce la sua fiducia. Ed è in questo modo che, con complimenti e lusinghe, inizia a chiedere alla giovane di farsi fotografare a seno nudo. Intimidita dal fatto che l’uomo conosce il suo indirizzo e i nomi dei suoi famigliari, la ragazzina acconsente, sperando che la storia finisca lì. E’ l’inizio dell’incubo che, anni dopo, la porterà alla morte.

 Il giorno di Natale, alle 4 di mattina, la Polizia bussa alla porta di casa Todd per informare la famiglia che la foto a seno nudo di Amanda circola su internet. La ragazza cade in uno stato di ansia e depressione e la famiglia decide di aiutarla cambiando città; si pensa ad un nuovo inizio, una nuova scuola e nuove amicizie che aiutino la ragazzina ad uscire dal costante stato d’ansia in cui si trova. Eppure un anno dopo, su Facebook, spunta un falso profilo che porta il suo nome e nel quale, come immagine del profilo, compare proprio la foto a seno nudo incriminata. Amanda viene presa di mira, insultata e schernita dai nuovi compagni ed inizia a fare uso di alcol e droghe per allontanare i pesanti attacchi di panico di cui soffre costantemente. Ancora una volta la ragazza è costretta a cambiare città e, nella nuova scuola, riallaccia i rapporti con un ragazzo, sua vecchia conoscenza, il solo che sembra dimostrarle affetto e comprensione. Trai due nasce un flirt e decidono di incontrarsi mentre la fidanzata del ragazzo è in vacanza. Ma una settimana dopo, i due e un gruppo di conoscenti, aggrediscono Amanda fuori dalla scuola, insultandola e colpendola ripetutamente. Il padre trova la ragazza ferita in un fosso ma Amanda, per proteggere il ragazzo a cui vuole bene, dice di essersi fatta male da sola. Una volta tornata a casa beve della candeggina sperando di morire. Portata immediatamente all’ospedale la ragazza si salva ma i bulli non si fermano neanche al tentativo di suicidio e iniziano a tormentarla postando su Facebook commenti carichi d’odio dove le si augura la morte. Amanda si trasferisce di nuovo ma in rete continuano ad insultarla e ad inviarle foto di marche di candeggina e di fossati accompagnati dall’augurio di vederla morta.
Nonostante segua una terapia d farmacologica e sia seguita da uno psicologo, Amanda finisce nuovamente all’ospedale per overdose di medicinali. Una volta tornata a casa riprende con gli atti di autolesionismo: non esce di casa, non sa a chi  rivolgersi. “Sono sola, non ho nessuno...” diceva nel suo video testamento, l’ultimo grido di aiuto prima di uccidersi qualche giorno dopo, da sola, in casa sua. 


Carolina Picchio

Italia, Carolina Picchio, 14 anni

“Scusate se non sono forte, mi dispiace. Tati, amiche mie, vi voglio bene. Non è colpa di papà”. Poche parole prima di volare dalla finestra nel gennaio del 2013 e porre fine ad una vita diventata insopportabile per colpa di un gruppo di bulli. Aveva solo 14 anni Carolina, studentessa di un istituto tecnico di Novara, ma sentiva di dover portare addosso un carico di dolore e vergogna troppo gravoso per la sua giovanissima età. Un tunnel di risate maligne e insulti via web iniziato dopo una festa a cui Carolina aveva partecipato con alcuni amici. Con l’incauta spensieratezza della sua età, la ragazza beve troppo, si ubriaca, barcolla e si trascina in bagno: gli ‘amici’ la seguono, la circondano e la molestano sessualmente. Poi, come nelle peggiori tradizioni del cyberbullismo, la filmano e condividono il filmato sulla Rete. Al ritorno a casa Carolina confida al padre di non ricordare nulla di quanto successo durante la serata ma la verità, nuda e cruda, le si presenterà davanti alcuni giorni dopo quando, su Facebook, comparirà il video di lei ubriaca che viene molestata, corredato da oltre 2600 like e commenti feroci sulla sua moralità. “Le parole fanno più male delle botte. Ma a voi non fanno male? Siete tutti così insensibili?” scrive Carolina prima di lanciarsi dalla finestra nella notte tra il 4 e il 5 gennaio 2013. Allertati da un passante, all’alba del 5 gennaio i Carabinieri si presentano a casa di papà Paolo che, candidamente, alla domanda dove sia Carolina risponde “E’ di là che dorme”, per scoprire dopo alcuni secondi la tragica verità: che la sua bambina si era suicidata, spinta nel baratro della morte da un gruppo di otto bulli, tra cui anche l’ex fidanzatino, di cui Carolina aveva fatto nome e cognomi prima di uccidersi.


Carolina Picchio

Ha così inizio il primo processo italiano per cyberbullismo in seguito all’apertura di due inchieste: una nei confronti di sei ragazzi, dai 13 ai 15 anni indagati per i reati di violenza sessuale e diffusione di materiale pedopornografico, mentre all’ex fidanzato, assente durante la festa, il reato contestato è ‘morte come conseguenza di altro reato’. L’altra indagine viene condotta dalla Procura di Novara nei confronti di Facebook per la mancanza di controlli rispetto alla diffusione di video come quello che ritraeva Carolina, un video condiviso e rilanciato centinaia di volte nella Rete tanto da far scrivere alla ragazza, prima del tragico gesto “Scusatemi non ce la faccio più a sopportare”.
Dopo mesi di insopportabile dolore è proprio il padre Paolo ha raccogliere il testamento morale della figlia e, animato dalla volontà di fare in modo che quello di Carolina non sia stato un gesto di denuncia inutile, assistito dal suo legale, ha iniziato ad andare di scuola in scuola a parlare ai ragazzi della piaga sociale del cyberbullismo. “Spero che Carolina mi stia guardando e che apprezzi i miei sforzi. E’ per lei che sto facendo tutto questo”, dice in un soffio e il pensiero va ad una vita stroncata  troppo presto da un crudele gioco al massacro.

La commossa poesia del padre di Carolina Picchio

 

Un video toccante e scioccante che merita di essere visto

 

Stati Uniti, Jamel Myers, 9 anni


Jamel Myers

Jamel è una delle più piccole vittime di bullismo: solo nove anni di vita e la decisione di morire per non sentirsi più insultato e offeso. Nella drammaticità della sua morte si svela in pieno il drammatico impatto che il bullismo ha nella nostra società. Negli Stati Uniti i dati ufficiali parlano del 34% degli adolescenti vittime di cyberbullismo, cifra che sfiora il 79% se si prendono in considerazione gruppi etnici quali asiatici o afro americani. Jamel ha pagato con la vita la sua voglia di verità: accortosi durante l’estate di essere gay lo aveva confidato, molto spaventato, alla madre la quale però lo aveva rassicurato sul suo incondizionato affetto e appoggio. Confortato dall’atteggiamento di accoglienza ed empatia che aveva ricevuto in famiglia da parte della madre e del padre, Jamel si era detto intenzionato a spiegarlo anche ai suoi amichetti a scuola perché “orgoglioso del suo orientamento sessuale”. Ritornato a scuola il 20 gennaio, Jamel non aveva, però, trovato l’affetto che era sicuro di ricevere da parte dei suoi amici ma, al contrario, alla notizia del suo orientamento sessuale, alcuni compagni di scuola non aveva perso occasione per offenderlo ed insultarlo pesantemente.


La mamma del piccolo Jamel Myers

Il bambino aveva confidato la sua pena alla sorella  maggiore, dicendole che i compagni di scuola lo offendevano e lo invitavano ad uccidersi. Una pena durata alcuni insopportabili giorni prima di prendere la decisione di farla veramente finita. Il suo piccolo corpo è stato trovato il 23 agosto privo di vita a casa sua e la madre non riesce, comprensibilmente, a darsi pace: “Sono così triste perchè mio figlio non è venuto da me. Sono sconvolta dal fatto che abbia pensato che togliersi la vita fosse una opzione”. Fare i conti con ciò che si è e ciò che si prova diventa una prova impegnativa per tanti adulti, difficile immaginare come si possa essere sentito un bambino così piccolo nel vedersi rifiutato dalla sua comunità scolastica dopo la sua coraggiosa decisione di fare coming out. La Joe Shoemaker Elementary School ha inviato una lettera a tutte le famiglie degli studenti per condannare il gesto definito come “una inaspettata perdita per la nostra comunità” ed offrire ai giovani alunni tutto il sostegno psicologico di cui avranno bisogno per elaborare l’accaduto. “Jamel era il mio sole”, dice la madre, e non è difficile crederle vista la solarità e il coraggio dimostrato dal bambino nell’andare incontro al proprio futuro, condividendo, pieno di fiducia nel prossimo, tutto di sé. Una fiducia che si è dimostrata mal riposta e che ha condotto un cuore troppo puro ad una morte ingiustificabile e crudele.


Principessa Aiko

Giappone, la principessa Aiko, 8 anni

Il bullismo non risparmia nessuno e se si ha l’idea che possa colpire solo classi sociali disagiate o ragazzi disadattati, lasciati soli dalle famiglie e in balia di se stessi, il caso della principessa imperiale giapponese smentisce concretamente questo modo di pensare. All’età di 8 anni infatti, nel 2010, la principessa Aiko, figlia unica dell’erede al trono Naruhito, fu costretta ad allontanarsi da scuola perché era finita nel mirino di una banda di bulli formata da ragazzi più grandi. La bambina, che frequentava la prestigiosa scuola di Tokyo ‘Gakushuin’ è stata così male da accusare dolori fisici e dover fronteggiare gravi attacchi d’ansia. In Giappone il termine bullismo si traduce nel termine ‘Ijime’ che deriva dal verbo ‘Ijimeru’ che significa proprio ‘tormentare’ o ‘perseguitare’. Il problema è talmente diffuso nella società giapponese che il Paese si colloca al secondo posto della classifica mondiale per la frequenza con cui il problema si manifesta, preceduto dalle Filippine e seguito dall’Irlanda. Si stima infatti che i casi di bullismo, in un solo anno, siano circa 70 mila, avendo come riferimento solo quelli denunciati o accertati. Circa l’80% degli atti di bullismo tra gli studenti delle scuole giapponesi si qualifica come violenza collettiva, un gruppo di persone o una intera classe contro un singolo individuo, e il 90% dei casi ha una durata superiore ad una settimana. Eppure, l’immagine degli studenti giapponesi rimandano sempre ad una idea di ordine e precisione, immagine che viene invece smentita, dati alla mano, dalla realtà. Nella società nipponica infatti sono acuiti quegli elementi quali il disagio sociale, i genitori assenti e la società opprimente, che sono l’ideale sottobosco dove prolifera il problema delle baby gang. 


Principessa Aiko

Un problema talmente diffuso a livello sociale da aver raggiunto nel suo olimpo dorato persino la principessa Aiko, il cui carattere timido ed introverso, l’hanno fatta assurgere al ruolo di vittima ideale, oltre all’idea, che deve essere sembrata allettante ai componenti della baby gang, e cioè di ‘dissacrare’ addirittura un membro della famiglia reale. Ad Aiko fu diagnosticato un profondo disagio psicologico acuito dall’ansia e dovette, per un periodo, sospendere la frequentazione della scuola e proseguire gli studi a casa. La direttrice della prestigiosa scuola corse subito ai ripari dichiarando che “La principessina si è spaventata vedendo un ragazzo uscire in gran fretta da una classe. Un episodio che potrebbe averle ricordato la condotta in passato di alcuni ragazzi turbolenti”. Diversa fu invece la versione della Casa reale che fece un preciso riferimento a “trattamenti violenti” da parte di ragazzi di altre classi, confermando quanto il dramma del bullismo fosse diffuso in qualsiasi strato della società.


Ammy_Dolly_Everett

Australia, Ammy ‘Dolly’ Everett, 14 anni

Era stata una baby star la bella Dolly, visto che all’età di 8 anni era stato il famoso volto di Akubra, una nota azienda australiana specializzata nella produzione di cappelli. Quando si è diffusa la notizia della sua morte, il 3 gennaio 2018, gli australiani, che ancora si ricordavano della bellissima bambina sorridente della pubblicità, sono rimasti sconvolti e l’eco dell’episodio è stato mondiale. “Dolly ha avuto la avuto la forza di fuggire da quello che lei pensava fosse il male di questo mondo-ha scritto su Facebook il padre Tick- ma purtroppo non saprà mail il dolore e il vuoto immenso che ha lascito”. I contorni precisi della vicenda non sono ancora chiari ma è certo che la ragazza fosse vittima, da tempo, delle minacce e delle offese da parte di un gruppo di haters. Il profilo privato di Ammy era stato chiuso da tempo e la cosa concorre a dimostrare che il problema del cyberbullismo si fosse manifestato da diversi mesi nella vita della giovane ragazza. Di recente la famiglia ha anche condiviso un disegno della ragazza nel quale è raffigurata una figura femminile impegnata in una sorta di ‘ponte’ ginnico con la scritta “Parlate anche se la vostra voce trema”.


Ammy_Dolly_Everett

Ammy non è riuscita a far sentire la sua voce ed è drammaticamente morta suicida a 14 anni, ne avrebbe compiuto 15 a maggio, ennesima vittima del peso insostenibile di offese e minacce lanciate via social dai bulli della tastiera. Nell’intento di mostrare il dramma di cui gli haters sono stati artefici, il padre ha anche rivolto loro l’invito a partecipare ai funerali di Dolly “per vedere la totale devastazione che avete creato”. Parimenti poi a tante famiglie toccate dal dramma del bullismo, anche i famigliari di Dolly hanno dato vita ad una associazione “Dolly’s dream” per sostenere ed aiutare altre giovani vittime di bullismo. “Se potremmo aiutare altre preziose vite a superare lo smarrimento e la sofferenza, la vita di Dolly non sarà stata sprecata”, afferma il padre mentre una intera nazione piange la ragazzina sorridente con il cappello che è finita, come milioni di suoi coetanei nel mondo, nel tritacarne del cyberbullismo che non le ha perdonato la bellezza e la spensieratezza del suo volto in tv.


Tiziana Cantone

Italia, Tiziana Cantone 31 anni

La vicenda di Tiziana Cantone è paradigmatica del fatto che non siano solo i giovanissimi le vittime incolpevoli del massacro condotto via web dai cyberbulli. Tiziana era una donna adulta che si è trovata, suo malgrado, ad essere bersaglio di offese, cattiverie e minacce tali da farle risultare insostenibile il continuare a vivere. Un tragico copione che si ripete in ogni angolo del mondo dove sempre più persone pongono volontariamente fine alla loro vita per sfuggire ai bulli che, fisicamente e psicologicamente, minano nel profondo il loro equilibrio. L’inferno per Tiziana era iniziato il giorno in cui aveva acconsentito ad essere ripresa mentre faceva sesso con il suo fidanzato Sergio di Palo. Un gioco intimo tra due persone adulte che verrà condiviso con altre 6 persone in una chat via Whatsapp.


Tiziana Cantone

“Un momento di debolezza di fragilità e depressione” come aveva detto la stessa ragazza, che però sfugge di mano e finisce per essere pubblicato sul web, ricevendo migliaia di visualizzazioni in poche ore. E’ il 25 aprile quando Tiziana, tramite alcuni amici, apprende la notizia che in diversi siti porno compaiono le immagini girate dall’allora fidanzato. Facendo ricerche sul web Tiziana scopre di essere al centro di discussioni su diversi forum e che su Facebook proliferano i finti profili personali e le pagine a lei dedicate dove compaiono frammenti del video hot. Da allora la ragazza verrà bersagliata da offese e gravi minacce che la indurranno, nel luglio del 2015, a rivolgersi al Giudice civile di Aversa per chiedere la rimozione del video da siti e motore di ricerca. Si rivolgerà ancora alla magistratura per chiedere il diritto all’oblio e il cambio del nome ma senza ottenere niente. La sua vita, nel frattempo, è diventata un inferno: Tiziana viene fermata per strada e derisa e le frasi pronunciate dalla donna durante il video sono diventati dei veri  tormentoni di cui la stessa diventa bersaglio.


Il funerale di Tiziana Cantone - Foto Keystone

Depressa e sempre più sola, Tiziana si trasferisce per un  periodo in Toscana per poi tornare in Campania dove, al colmo della disperazione, tenterà per la prima volta il suicidio. La ragazza viene portata in ospedale e salvata, ma nella sua mente la decisione è già stata presa: impossibile continuare a convivere con la vergogna e  lo strazio di vedersi costantemente derisa e offesa per un episodio del passato che da privato è diventato, suo malgrado, pubblico. Tiziana morirà suicida nella sua casa il 13 settembre del 2016 impiccandosi con un foulard.


Sergei Casper

Russia, Sergei Casper, 17 anni

Sergei adorava la letteratura e le arti, amava il teatro ed esibirsi durante le recite scolastiche. Era un ragazzo tranquillo e riflessivo, gli insegnanti lo descrivono come sempre preparato e mai disattento. Forse era questo suo essere uno studente modello oppure l’essere un ragazzo riservato, o forse semplicemente, come spesso accade, il branco aveva scelto la propria vittima per il solo fatto di vederlo non conformato al loro agire da bulli. Era considerato gay per il suo amore per l’arte e questo era diventato un motivo in più per torturarlo ogni giorno a scuola. Sergei era entrato nel mirino dei propri compagni di scuola: si era appena trasferito al Polytechnic College number 8 di Mosca e fin da subito era diventato oggetto di scherno e violenza da parte dei suoi compagni. Li chiamavano ‘giochi’ ma in verità erano feroci attacchi e atti di vera violenza nei confronti di un solo ragazzo indifeso. Anche il giorno della tragedia, nel dicembre del 2014, i compagni di classe avevano deciso di ‘giocare’ con Sergei: lo hanno aspettato nel corridoio e, dopo avergli immobilizzato le mani e i piedi, lo hanno trascinato in bagno dove lo avevano costretto ad inzupparsi nel water. Poi, come un trofeo, lo hanno trascinato in classe dove, cosa sconvolgente, alla presenza di una professoressa che, in quel momento, sedeva sulla cattedra e degli altri compagni di scuola, rimasti impassibili se non partecipi, lo hanno ucciso. Malmenato dal branco, Sergei perde l’equilibrio e sbatte violentemente la gola contro il banco. L’impatto è talmente violento da determinare la lacerazione dell’esofago. 


Il momento del pestaggio di Sergei Casper

 Il ragazzo è agonizzante ma, steso a terra, deve udire ancora una volta gli insulti e gli schiamazzi dei compagni carnefici. Il feroce attacco viene anche filmato e il video dell’aggressione e della morte in diretta del povero ragazzo è diventato virale sul web. Solo dopo essersi resi conto della tragedia in atto, qualcuno ha chiamato l’ambulanza ma il ragazzo era già deceduto prima dell’arrivo dei soccorsi. “Era un bravo ragazzo, non ha mai fatto del male a nessuno-ha dichiarato un suo amico- ma gli altri gli stavano addosso tutto il tempo”. “E’ stato solo uno scherzo finito male” ha affermato Dimitri, uno dei ragazzi coinvolti nel pestaggio e nei reiterati atti di bullismo”. Un morto a terra, in una classe piena di schiamazzi e urla, una professoressa menefreghista, un omicidio che viene avvertito come scherzo: questo è il tragico gioco dei bulli che si prendono gioco della vita altrui, sempre più spesso, fino alla morte. 


Il momento del pestaggio di Sergei Casper


Erin e Shannon Gallagher

 

 

Irlanda, Erin e Shannon Gallagher, 13 e 15 anni

Secondo le ultime stime, l’Irlanda si colloca al terzo posto nella classifica mondiale tra i Paesi dove è maggiormente diffuso il fenomeno del bullismo. In Irlanda oltre il 30% degli studenti è vittima di episodi di bullismo, stalking e violenza sessuale durante gli anni di frequentazione della scuola. Nel 60% dei casi alla base dei comportamenti violenti c’è l’abuso di alcol e droghe e la maggior parte delle vittime non denuncia le aggressioni subite per “vergogna o imbarazzo” . Nei ragazzi irlandesi si registra il quarto più alto tasso di suicidi nel mondo. E’ il numero è destinato a crescere. Basti pensare che secondo recenti stime un giovane su sei, di età inferiore ai 21 anni, ha subito episodi di bullismo e umiliazioni dai compagni di scuola e Università. Otto ragazzi su trentasei, della medesima fascia di età, hanno subito un’aggressione fisica o psicologica nei sei mesi precedenti alla  propria morte. Nel caso di bambini o ragazzi con disabilità e difficoltà di apprendimento poi le cifre sono impressionanti: ben l’82% di loro ha subito atti di bullismo da parte dei compagni di scuola. Un dato impressionante che fa riflettere su quanto si sia diffuso nelle pieghe della società irlandese un cancro sociale come il bullismo e il cyberbullismo. I casi di cronaca che riguardano casi di ragazze e ragazzi ‘bullizzati’, vittime di cyberbullismo, violentati o aggrediti fisicamente, sono quotidiani, e non bisogna dimenticare il sottobosco del non detto, del non denunciato, della a maggior parte dei casi di aggressione che hanno come tragico epilogo la morte della vittima. E’ in queste condizioni che si è consumato il doppio suicidio delle sorelle Gallagher, un caso di cronaca che ha scosso le coscienze nazionali e non solo, per la drammaticità della vicenda. Se è vero infatti che a causa del cyberbullismo sempre più famiglie conoscono il dramma del suicidio di un figlio, nel caso della famiglia Gallagher il dramma si è duplicato: il 27 ottobre del 2012 a Stranamuck, vicino Castlefin, infatti, poneva fine alla sua vita Erin, la figlia minore di soli 13 anni.


Erin e Shannon Gallagher

Erin era da tempo vittima di cyberbulli che la insultavano, minacciavano e offendevano sul sito Ask.fm. Si tratta di un network molto frequentato dai giovanissimi di tutto il mondo, la maggior parte degli utenti ha una età tra i 12 e i 19 anni, che si caratterizza per un terribile aspetto: se è vero che ci si iscrive come in un normale social, usando spesso il proprio vero nome, si può però scegliere, nel commentare i post di amici e conoscenti, di rendere anonimo il proprio nominativo. Protetti dal più totale anonimato i cyberbulli hanno vita facile in un fioccare di minacce di morte ed insulti che proseguono per lungo tempo, certi della propria impunità. Anche Erin era finita nel gioco al massacro di Ask ed era rimasta schiacciata dalla valanga di insulti che le erano piovuti addosso, tanto da decidere di porre fine alla sua giovanissima vita. Due mesi dopo, a seguirla nella sua tragica decisione, è stata la sorella maggiore Shannon, di appena 15 anni, sopraffatta dal dolore per la perdita della sorella e, forse, lei stessa vittima di cyberbulli che, come si sa, colpiscono nel momento di maggiore debolezza della vittima predestinata. Altro caso di cronaca che ha scosso la nazione è quello di Ciara Pugsley, giovanissima vittima del cyberbullismo incontrato sul social network Ask. Il ministro dell’Educazione irlandese ha dichiarato che “Siamo profondamente sotto choc e dobbiamo imparare  mmediatamente dalla morte di Shannon”. Eppure, nonostante le buone intenzioni, una reale soluzione al fenomeno delle morti giovanili provocate dal bullismo sembra ancora molto lontana.

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Ultimo aggiornamento: 2018-12-13 17:17:39 | 91.208.130.87