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L'attacco di Trump in Venezuela e la cattura di Maduro: come si è arrivati a questa escalation?

Gli USA bombardano Caracas e mettono fine alla presidenza Maduro. Il Paese piomba nel caos ma Trump annuncia: «Guideremo la transizione del Paese. Noi siamo là ora».
Gli USA bombardano Caracas e mettono fine alla presidenza Maduro. Il Paese piomba nel caos ma Trump annuncia: «Guideremo la transizione del Paese. Noi siamo là ora».

Alle due di notte di sabato 3 gennaio, il rumore di forti esplosioni e del sorvolo di aerei militari sopra Caracas, capitale del Venezuela, hanno sancito l'inizio di ciò che Trump aveva da tempo paventato: la necessità di porre fine, con la forza, al governo del presidente Nicolas Maduro. Il primo lancio di bombe si è concentrato su aree militari presenti nella capitale, e in zone circostanti, per poi cessare intorno alle 4 del mattino.

Nello specifico, sarebbe stata colpita Fort Tiuna, il più grande complesso militare del Paese, e la base aerea di La Carlota, oltre all'aeroporto Simón Bolivar di Maiquetia e al porto di La Guaira. Dopo un primo momento di confusione, nel quale è sembrato che la Casa Bianca fosse solo informata dell'attacco militare in corso, è stato confermato da funzionari statunitensi che fosse stato lo stesso tycoon a ordinare il bombardamento sulla capitale venezuelana nelle prime ore di sabato scorso. Intorno alle 4.26, il presidente Trump ha poi annunciato, tramite un post su Truth Social che il presidente venezuelano Maduro e sua moglie Cilia Flores fossero «stati catturati e portati via dal Paese», dando poi conferma di aver ordinato gli attacchi militari statunitensi in Venezuela.

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Trump ha anche dichiarato di aver seguito «l'operazione in Venezuela in tempo reale da Mar-a-Lago» assicurando che non ci sono state vittime americane, mentre Yvan Gil, ministro venezuelano degli Esteri, ha dichiarato all'emittente radiofonica spagnola Rne, «che nel Paese ci sono vittime, militari e civili, oltre a danni in istallazioni civili e militari». Si tratta di un «attacco realmente smisurato e codardo, della codardia di chi non ha ragione» ha detto lo stesso Gil.

Diversi quartieri di Caracas sono rimasti senza elettricità, e migliaia di cittadini si sono riversati in strada al rumore delle detonazioni. L'attacco militare è stato fortemente criticato da diversi Paesi al mondo, quale la Turchia, Cuba, la Russia e l'Iran, avendo però ottenuto il supporto dei Paesi amici di Trump quale Israele e l'Argentina, mentre il governo venezuelano ha esortato i propri cittadini a rispondere con forza all'operazione militare di Washington definita «una vera aggressione imperialista» voluta dagli Stati Uniti «per prendere il controllo delle risorse del Paese».

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Caracas ha altresì invocato una decisa condanna da parte della comunità internazionale per ciò che è stato definito «una chiara violazione del diritto internazionale che ha messo a rischio milioni di vite umane». La cattura di Maduro è avvenuta a opera del reparto scelto Delta Forse, una unità di forze speciali che ha operato dopo aver avuto il via libera di Trump alcuni giorni prima del reale attacco militare. Secondo quanto dichiarato dallo stesso durante una intervista telefonica con Fox News, Maduro e sua moglie sarebbero stati trasportati a bordo della Uss Iwo Jima diretta a New York. «Hanno fatto un bel volo con l'elicottero, sono sicuro che gli è piaciuto molto» ha affermato Trump «ma hanno ucciso molte persone. Bisogna ricordarlo(…) Maduro è responsabile della morte di trecentomila americani all'anno a causa della droga».

La notizia di quanto stesse accadendo in Venezuela ha scioccato l'opinione pubblica internazionale, e l'operazione militare è apparsa del tutto inaspettata nonostante, a ben guardare, è da tempo che Trump minaccia Maduro di dover abbandonare il governo del proprio Paese. Nel 2020, il presidente venezuelano e altri funzionari del governo di Caracas, erano stati incriminati per reati legati narcotraffico e traffico d'armi, e l'amministrazione Trump ha sempre sostenuto che Maduro fosse il leader del Cartel de los Soles, designato negli Stati Uniti come una organizzazione terroristica straniera. Maduro è stato accusato di finanziare il cartello «per realizzare il suo obiettivo di usare i narcotici illegali per conquistare gli Stati Uniti». Da parte sua, quest'ultimo ha sempre respinto tali accuse, puntando il dito verso Trump considerato intenzionato unicamente a impossessarsi delle risorse naturali del Venezuela. La tensione tra i due, quindi, ha radici profonde che riguardano diversi aspetti dei rispettivi governi, e del modo di intendere ed esercitare il potere di cui sono investiti.

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Lo scenario di questa guerra-lampo è il Sud America, considerato fino a poco tempo fa, il “cortile di casa” degli statunitensi che hanno perso un po' la presa sui Paesi sudamericani in anni di guerre in Medio Oriente. Nata con la cosiddetta "dottrina Monroe", sintetizzabile nel principio 'l'America agli americani', la pretesa egemonia degli Stati Uniti sulle questioni politiche ed economiche dei Paesi del continente americano è stata una costante dall'epoca della Guerra Fredda, ed ha portato a giustificare invasioni, colpi di stato, come quello in Guatemala nel 1954, e sostegno a iniziative economiche, come la United Fruit Company. Per molti esperti di geopolitica, si dovrebbe vedere in quest'ottica la nuova “guerra dell'oppio”, ossia contro il Fentanyl, scatenata da Trump contro i narcotrafficanti di cui Maduro, come visto, è stato accusato di essere un leader.

La stretta vera e propria nei confronti del presidente del Venezuela risale allo scorso settembre dopo che Maduro ha accusato gli Stati Uniti di preparare una invasione a danno del Paese a seguito del dispiegamento di «quarantadue mila statunitensi pronti a invadere». Il Pentagono ha predisposto un dispiegamento navale nei Caraibi, dicendo che si trattava di una operazione contro i cartelli della droga e per garantire la sicurezza nella navigazione. Immediatamente dopo, dei droni statunitensi hanno attaccato e affondato una imbarcazione di presunti narcotrafficanti, i quali sono stati uccisi in un successivo attacco nonostante si fossero arresi. Nelle settimane successive, gli attacchi con droni contro delle imbarcazioni private nei Caraibi e nel Pacifico sono andate a intensificarsi, portando all'uccisione di più di un centinaio di persone di cui, come detto da La Repubblica, «gli Stati Uniti non hanno mai fornito l'identità e la prova del traffico di stupefacenti».

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A seguito di questi attacchi, il governo venezuelano ha chiesto l'intervento del Consiglio di Sicurezza dell'Onu per discutere «le crescenti minacce» da parte degli Stati Uniti che «mettono a rischio la pace regionale». Dopo l'uccisione di altri sei presunti trafficanti, il 7 novembre scorso l'Onu ha dichiarato che gli attacchi americani costituivano «una violazione del diritto internazionale», senza però alcun effetto evidente. La situazione, infatti, è rimasta sostanzialmente inalterata, con Maduro che ha continuato a lanciare degli appelli alla propria popolazione affinché si preparasse al conflitto, e gli Stati Uniti che hanno portato avanti le proprie manovre militari nelle acque internazionali poste di fronte al Venezuela, schierando anche la Uss Gerald Ford, la portaerei più grande al mondo. Agli inizi di dicembre, il presidente Trump ha fissato nel 5 dicembre il termine massimo perché Maduro lasciasse il Paese ma, alla richiesta da parte del presidente venezuelano di vedere garantita l'immunità per sé e altri membri del proprio entourage, e di ricevere la somma di denaro di duecento milioni di dollari, il presidente degli Stati Uniti ha ordinato un blocco navale delle petroliere legate al Venezuela, sequestrandone due mentre una terza tenta di darsi alla fuga.

In questo modo mirava a minare l'economia del Paese sudamericano che dipende completamente dalle esportazioni petrolifere. Nel periodo natalizio, Trump ha dichiarato che la Cia aveva colpito un molo portuale venezuelano distruggendo diverse imbarcazioni di supposti narcos e, nonostante Maduro si dicesse pronto a negoziare con gli Stati Uniti, pur rimarcando che il vero obiettivo di Trump fosse il petrolio e un cambio di regime nel Paese, quest'ultimo ha deciso di dare seguito alle proprie minacce attaccando sabato mattina Caracas, e prelevando con la forza il suo presidente e la sua consorte.

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Nella conferenza stampa tenutasi nel pomeriggio di sabato 3 gennaio Trump ha rivendicato la legittimità della propria azione, dichiarando che «nessuna nazione può fare quello che abbiamo fatto noi ieri. Siamo un Paese rispettato come mai prima». Il tycoon ha altresì rimarcato il fatto che Maduro sia incriminato «per narcoterrorismo contro gli Stati Uniti d'America (...) re di una rete criminale e ha portato le droghe negli Stati Uniti». Il presidente Trump ha anche ribadito la volontà degli Stati Uniti di guidare «la transizione del Paese, noi siamo là ora. Gestiremo una giusta transizione. Siamo pronti a una seconda ondata, più grande, se dovremmo farlo, ma forse non ce ne sarà bisogno», ribadendo la decisione di tornare a svolgere una posizione egemonica nel proprio continente «ricordando la dottrina Monroe che non verrà più messa in discussione come fatto da altre amministrazioni che hanno ignorato queste minacce nella nostra regione» ma affermando anche «di averla superata» perché gli Stati Uniti «domineranno l'emisfero occidentale». Di fatto, però Trump non nasconde i propri interesse economici, garantendo che «le major petrolifere Usa sbarcheranno in Venezuela» dato che fino a ora «non è stato pompato nulla come poteva essere fatto» provvedendo in questo senso una società americana. La verità, infine, dopo tante dichiarazione trionfalistiche sulla potenza militare americana e la sua formidabile leadership, che dà la misura di come la politica dell'amministrazione Trump, basata sul ricatto economico e la forza militare, stia disegnando dei nuovi e preoccupanti scenari di geopolitica dove il diritto internazionale ha ormai un ruolo assolutamente trascurabile.


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