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Voci dal Ticino raccontano l'Iran: «È l'inizio di una rivoluzione»

Da due mesi le strade dell'Iran sono teatro di scontri. Due cittadini iraniani raccontano paure e speranze per il futuro


Trecento, quattrocento o più di cinquecento. È difficile stabilire il bilancio dei morti nelle proteste in Iran. Foto, video e notizie sfuggono al controllo del governo, ma non bastano a dipingere un quadro completo della situazione. Tio/20Minuti ha cercato di raccogliere le impressioni di chi vive lontano, ma ha qualcuno di vicino da cui aspetta ogni sera un messaggio.
Karim* è un 30enne iraniano con doppia cittadinanza svizzera. I suoi genitori sono arrivati sul territorio confederato una ventina di anni fa.
Daria* è invece una giovane donna nata a Teheran e giunta in Svizzera nel 2019. Dopo l'università ha dovuto lasciare il Paese perché contraria a quella che lei stessa ha definito «una dittatura settaria». Per paura di possibili ritorsioni sulle loro famiglie, le persone intervistate hanno preferito mantenere l’anonimato.

Una rivoluzione nata dai giovani
Daria*: «Si tratta di una rivoluzione, non di una semplice protesta. Abbiamo passato 44 anni di repressione, torture, uccisioni, limitazioni alla nostra libertà, arresti e mancanza di eguaglianza. Durante questi anni l’ideologia fondamentalista, in nome dell’Islam, ha schiacciato il nostro Paese. È tempo di agire. Basta sostenere questi assassini!».

Karim*: «Il movimento di protesta è nato dai giovani, dalla generazione Z. Non è un caso. È la generazione che vive i social media. Ha visto la libertà negata, l’oppressione e le ingiustizie nelle vite dei propri genitori i quali avendo subito la violenza del regime per decenni non hanno più la forza e il coraggio di affrontarlo, ma è anche la generazione cresciuta a stretto contatto con le possibilità che una vita libera da oppressione potrebbe avere».

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Il blocco internet del regime
Karim: «Ho tanti famigliari e amici in diverse città. Nei primissimi giorni delle proteste riuscivamo a sentirci senza grandi difficoltà. Man mano che l’onda delle proteste si è amplificata, è risultato sempre più difficile sentirli. Ovviamente per via del blocco di internet. Quasi tutti utilizzano sistemi VPN per sorvolare i filtri internet imposti dal regime. Questo fatto mi sorprende ogni volta che vado in Iran».

Daria: «Dall’inizio delle proteste sono riuscita a parlare con la mia famiglia solo due volte, per un totale di 4 o 5 minuti. Sono molto preoccupata per la loro salute. Dal momento che tutte le chiamate sono controllate, non ho potuto chiedergli informazioni sulla rivoluzione. Le persone utilizzano sistemi per aggirare i controlli e i blocchi. Ma sono tutte operazioni estremamente pericolose».

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I simboli e i sentimenti delle proteste
Daria: «Stiamo combattendo per i nostri diritti umani. Il problema va oltre all’hijab. L’assassinio di Mahsa Amini è stato soltanto la scintilla che ha fatto esplodere la rivoluzione. Nella prima fase le donne si sono tagliate simbolicamente i loro capelli e hanno bruciato il velo. Le donne iraniane hanno mostrato la loro rabbia con questo gesto. Queste proteste si sono poi trasformate in un movimento globale. La libertà di vestirsi è solo un minimo dei diritti umani. Chiediamo un Iran libero dal fondamentalismo islamico».

Karim: «Questa volta le mie sensazioni sono diverse rispetto alle proteste degli scorsi anni. Perché vedo che hanno davvero un'altra forma. Il popolo è arrivato all’apice di sopportazione e non intraprende più la via del dialogo con gli agenti della polizia morale. Questa volta qualcosa sta davvero accadendo. Ho la sensazione che le cose possano davvero non essere più come prima in Iran».

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Le speranze future
Karim: «Spero che il popolo iraniano possa sconfiggere il regime dittatoriale e disumano che lo opprime e ritrovare la libertà che gli è stata tolta da molto tempo. La libertà che gli spetta per natura. Se ciò avviene, penso che l’Iran possa diventare uno dei paesi di maggior prospettiva al mondo. Perché non dimentichiamoci di aver a che fare con un paese geopoliticamente molto importante, con enormi e importantissime risorse, un paese autosufficiente e con una cultura sociale, civica e artistica millenaria che non ha nulla da invidiare a nessun altro posto».

Daria: «La rivoluzione è iniziata con gli hajib che bruciano e le donne che si tagliano i capelli. Oggi invece i giovani lanciano i turbanti dei religiosi. Sono tutti simboli. Questa ideologia si sta propagando anche negli Stati Uniti e in Europa. Bisogna chiudere le moschee e i centri islamici che insegnano questa ideologia. È una minaccia che non si può più nascondere».

Reuters

*Nomi noti alla redazione


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